Cul de Sac di Richard Thompson
Posted by redazione on Friday Aug 6, 2010 Under Uncategorized


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Fine giugno. Fa fresco. Sarà stato Eyjafjallajökull a compiere il miracolo? Signora mia, meglio parlare del tempo, le notizie in tv non sono confortanti. Orecchio: si parla di “fuga di cervelli”, gente brava che se ne va, roba già sentita. Intanto, leggo il libro di Alessandro Tota.
Siamo più o meno coetanei, io e lui, però con esperienze di vita diverse. Io a Milano, lui a Parigi da un pezzo, emigrato da Bari alla Francia (io al massimo da Porta Romana a piazze più periferiche, ché gli affitti sono altini). Ecco, lui potrebbe essere uno della famosa fuga. Anche se fa il disegnatore, non è che abbiamo bisogno solo di scienziati e ricercatori. Che Tota abbia cervello è indubbio, ma poi, è anche un gran narratore.
Lo dimostra il suo romanzo d’esordio, che si potrebbe dire frutto della fuga: in Francia il mercato offre spazi e possibilità ai cartoonist. Così Yeti è uscito prima in francese, poi da noi. Il titolo “originale” – pensato dall’autore – è però quello italiano. Quello francese è stato imposto dall’editore: Terre d’Accueil, modo in cui i francesi definiscono la loro nazione, “terra d’accoglienza”, d’immigrazione. Ben rappresentata dalla nazionale di calcio blackblanc- beur, giusto? No, alzo gli occhi verso lo schermo, che racconta il fallimento di quel progetto sportivo: insulti, ingloriosa (più di quella italiana, e ci vuol tutta) eliminazione dalla Coppa del mondo, adesso addirittura Sarkozy – il più odiato dai banlieusard, nelle rivolte di qualche anno fa – cerca di sbrogliare la situazione. Un summit all’Eliseo, non con i suoi ministri, ma con un calciatore. Thierry Henry, famoso per essere stato protagonista di campagne contro il razzismo. Un corto circuito sociopoliticomediaticosportivo, a conferma che Yeti è roba di scottante attualità.
Perché scritto e disegnato da un artista (cervello?) in fuga. E perché parla di immigrazione, tema attuale in Francia come dalle nostre parti. Attenzione, non la stessa immigrazione che ha creato quelle seconde generazioni capaci di trovare visibilità sui campi da calcio e davanti ai microfoni del rap (qualche volta in politica: Zidane e Booba, ok, ma c’è anche la ministra Rachida Dati). L’immigrazione di cui parla Yeti è relativamente più ricca e comoda, ma mica troppo: la stessa che ha vissuto Tota, arrivato facilmente da un Paese comunitario, ma poi vissuto precariamente alla ricerca della svolta. Come lui tanti altri ragazzi, gli stessi che popolano le pagine del racconto: sognatori, artisti wannabe, geni incompresi, incapaci egotisti. Generi diversi, vita difficile per tutti.
Intendiamoci, Yeti non è solo autobiografia: è fiction realista, fatta di quotidianità. Con un unico elemento fantastico, ma piuttosto importante: il protagonista. Lo Yeti in questione qui è completamente glabro, perché la pelliccia serve in alta montagna, non in città. Enorme Barbapapà rosa, Yeti è la metafora grafica della diversità dell’immigrato. Lui non sa la lingua, sa dire solo Gnù. È carino, kawaii: potrebbe diventare una linea di merchandising, se non fosse maledettamente serio…
Appurato che il libro è attuale per diversi motivi, rimane da dire: è un gran esordio. Idea semplice, personaggi veri, diversi livelli di lettura. Poche menate, sostanza.
Telefono ad Alessandro Tota. L’attualità non offre conforto, ok; almeno, con lui c’è da parlare di qualcosa di meglio, mica del tempo.
Siccome è il tuo primo romanzo, il gioco è appiccicarti addosso qualche influenza artistica. Ti tocca. Dico il primo che mi è venuto in mente leggendo Yeti: Hayao Miyazaki. Bé…. Ne Il mio vicino Totoro, c’è una scena in cui due bambine aspettano l’autobus, quando vicino a loro appare questo personaggio fantastico – Totoro, appunto – che contrasta fortemente con la “normalità” della situazione.
Quando ho iniziato a disegnare Yeti, mi sono reso conto che c’era qualcosa… Sarà che ho visto tutti i film di Miyazaki. Narrativamente, non posso dire che abbiamo qualcosa in comune, però certamente mi ha ispirato, ha contribuito alla formazione dell’idea di un personaggio fantastico immerso dentro un ambiente molto realistico, in situazioni ordinarie. L’input iniziale è quello, anche se poi la mia storia procede in direzioni completamente diverse rispetto all’opera di Miyazaki.
Però ancora: c’è un prologo, nel libro, in cui spieghi che Yeti arriva in città perché costretto ad abbandonare la verde vallata in cui vive, improvvisamente adibita a discarica. Se volessimo continuare a parlare di temi tipici miyazakiani, be’, quello della natura…
In realtà quella particolare idea deriva semplicemente dal fatto che, mentre progettavo il libro, le prime pagine dei giornali italiani erano stabilmente occupate dalle foto dei rifiuti di Napoli. Sono entrati nel racconto, senza quasi che io me ne accorgessi a livello cosciente.
Il prologo è molto diverso dal resto: c’è un testo scritto e immagini che lo accompagnano, come in un libro illustrato per bambini.
Perché le prime dieci pagine, in realtà, sono un falso! Un falso Tomi Ungerer, uno dei miei disegnatori preferiti, anche se oggi non lo conosce quasi nessuno. Quelle tavole sono citazione integrale di un suo libro… e penso che ci sia anche molto di Robert Crumb. Nel modo di disegnare gli animali, non ho altri riferimenti oltre a Fritz il Gatto. Crumb viene fuori molte altre volte, nel corso del racconto.
Al di là di queste raffinatezze, la forza del libro sta nel racconto della vita di questa piccola comunità di stranieri giovani e disoccupati, in attesa della svolta.
In Francia tutti sembrano particolarmente interessati al discorso sull’immigrazione, forse perché – mi sono reso conto – l’argomento è poco trattato, qui la stragrande maggioranza del fumetto è ancora costituita da prodotti narrativi di genere. Yeti è stato letto come un racconto con un forte senso politico, cosa che io non avevo preventivato: il mio non è un approccio politico, è semplicemente quello classico del fumetto indipendente, italiano, americano. Un approccio che cerca di riflettere almeno lucidamente – se non criticamente – sulla realtà. Vero che questo porta solo a una maggiore consapevolezza, non all’azione. Infatti i miei personaggi si pongono molti problemi, ma poi nella pratica non fanno niente… Ho voluto fare in modo che tutti i protagonisti del libro fossero criticabili, in qualche modo. Altrimenti, sarebbero stati poco credibili.
Sei perfettamente al passo con tempi in cui fioriscono il giornalismo grafico e l’autobiografia a fumetti.
Bisogna sfruttare l’autobiografia per superarla, come hanno fatto John Fante o Philip Roth. Poi se parliamo in particolare di fumetti e autobiografia, già Pazienza aveva detto tutto… Personalmente penso che, se racconti la tua vita vera, il 90% del materiale risulta impubblicabile. Io ho disegnato la mia autobiografia vera: duecento pagine che non pubblicherò mai. Non potrei mai fare esplodere una tale bomba nella mia vita privata, sarebbe… infantile. Alla fine, quello che puoi far vedere al pubblico è, al massimo, un mix di elementi della tua vita frullati dentro la fiction: come in un sogno, riesci a riconoscere gli elementi fondamentali, ma il modo in cui si relazionano fra loro è diverso.
Cervelli in fuga: lì a Parigi, pensi di aver trovato il tuo posto anche nel mondo dell’editoria? Eh, magari… Dai, in ogni caso hai tempo: sei giovane. Almeno per gli standard italiani. No! Lo standard è la mediocrità. Che me ne faccio?!
(Da Linus luglio 2010. © Tutti i diritti riservati. Riproduzione vietata)
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Oreste del Buono e in vita e in morte non ha avuto ancora i riconoscimenti che meriterebbe come narratore, nonostante gli apprezzamenti di tanti colleghi, l’ammirazione di molti critici, l’entusiasmo di scrittori più giovani che a lui si rifacevano come un capostipite di sperimentazione (uno fra tutti, Franco Cordelli). Un po’ era colpa sua, per il suo modo schivo e disordinato di proporre le sue cose agli editori, per poi masochisticamente riprendersele, per il suo atteggiamento in cui orgoglio e insicurezza facevano scattare improvvise rabbie. Certo il furore della scrittura, la capacità enorme di lavoro, le ore insonne a scrivere – su cui correvano voci e leggende che lui alimentava: si diceva che in tutta la sua vita non abbia mai dormito più di due o tre ore per notte – hanno prodotto migliaia e migliaia di pagine, tra prose di romanzo, articoli, saggi, inchieste, per non parlare delle altrettante migliaia di traduzioni, Flaubert, Proust, Gide, Butor, Sartre, Stevenson, Wilde, Tournier ecc. ecc…
Il successo però, quello del grande pubblico, il riconoscimento “popolare” che altri suoi coetanei hanno avuto e conservato (Calvino, Pasolini, Sciascia) a lui non era toccato. Mentre sapeva crearlo per gli altri, il successo, lui per se stesso non sapeva ben programmarsi, “gestirsi” come si direbbe oggi, fino al punto di ostacolare in ogni modo il suo agente letterario; che non solo gli era amico, ma era anche un grande unico agente, Eric Linder. Negli ultimi anni della sua vita, firmò un ennesimo contratto “suicida”, stavolta con l’editore Scheiwiller, forse in ricordo dell’amico Vanni morto da alcuni anni, la cui casa editrice però, mancando la sua personalità, era chiaro che non sarebbe mai decollata con i nuovi proprietari. Uscì il volume La parte difficile e altri scritti che conteneva, oltre al suo romanzo d’esordio Racconto d’inverno, una scelta di racconti da La terza persona e La vita sola, ben prefati indubbiamente, ma invisibili in libreria. Finalmente, a fine maggio, è uscito L’antimeridiano di Isbn, egregiamente curato da Silvia Sartorio e con una bella prefazione di Guido Davico Bonino. Questo primo volume raccoglie i suoi romanzi dal 1945 al 1965 e servirà a far conoscere ai nuovi lettori la qualità e la modernità della sua produzione giovanile: come fin dagli esordi, in clima di pieno neorealismo quasi obbligato, lo scrittore, restio agli obblighi di scuola quale che fosse, imboccasse una sua via personalissima, i cui riferimenti nascevano dalla letteratura francese e americana, ma soprattutto dall’esistenzialismo di Sartre e ancor più di Camus, un esistenzialismo mediato e controllato, innervato dal pessimismo e da un intellettualismo elucubrante di stampo pirandelliano: per lo meno queste erano le mie impressioni di lettore allora, quando ancora non lo conoscevo.
Comunque, Oreste era un cane sciolto, come si dice, sia rispetto alle sue origini toscane, sia rispetto alle frequentazioni politico-culturali dell’epoca. Io l’ho conosciuto nel 1970, in via della Spiga, un giorno che passeggiavo con Livio Garzanti appena fuori della casa editrice. Fu un incontro folgorante e buffo, perché l’editore cominciò subito ad accusarlo di tante piccole insolvenze, assenze e impegni non conclusi. L’altro non rispondeva, annuiva ma mi guardava con i suoi occhi piccoli e astuti, complici, quasi a dirmi: “Questo è matto”. In realtà, il loro rapporto conflittuale – come tutti i rapporti che Oreste aveva con il potere – non riusciva a celare un profondo e lungo legame di stima reciproca. Lo rincontrai spes so i giorni che seguirono (se ben ricordo Linus allora aveva la sua sede in via della Spiga) ed era come ci conoscessimo da anni. Nel libro curioso e divertente in cui Paolo Di Stefano ha raccolto e montato le voci dei protagonisti dell’attività editoriale, di cui ho parlato nel numero scorso, io racconto un episodio dei miei rapporti con Oreste, in casa Garzanti, rapporti che poi sono proseguiti alla Rizzoli, poi all’Einaudi, e infine, nella stessa stanza, nella casa editrice di suo nipote, oggi B.C. Dalai. Un giorno ebbi l’idea di raccogliere nella mia collana “I saggi blu” gli articoli cinematografici che del Buono per anni aveva scritto su L’Europeo. Garzanti, per dispetto e perché considerava il cinema un genere di subcultura, fece uscire la raccolta con la copertina bianca invece che blu. Lui se ne ebbe a male, s’irritò anche con me, che cercavo una diplomatica giustificazione: “Tu vedi sempre il lato positivo delle cose, io invece quello negativo”. Forse era così, come è vero che Oreste rivestiva compiacendosene di cinica sfiducia un fondo di aperta disponibilità verso gli altri. Siamo invecchiati insieme lungo i trent’anni di frequentazione, anni indimenticabili, pieni di episodi esilaranti, a Francoforte per la Fiera del libro, all’Elba per il premio letterario, in treno in trasferta settimanale da Milano e Torino. Tre o quattro anni prima di morire, si è ritirato in casa dell’amatissima Lietta Tornabuoni, a Roma. L’intelligenza era come sempre vigile, acuta; perdeva però spesso e faticava a ritrovare le parole anche più banali: ogni conversazione, ogni discussione diventava faticosa, e questo era per lui intollerabile. A Roma, gli ho telefonato una volta, gli ho detto che sarei andato a trovarlo. Mi ha risposto che non gli avrebbe fatto piacere. Ho finto di credergli. Non l’ho più cercato. Ma non lo dimenticherò mai.
(Da Linus luglio 2010. © Tutti i diritti riservati. Riproduzione vietata)
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Quel terreno non s’ha da trebbiare. Così ha deciso qualcuno senza nome e senza volto. E pure senza parole, ma in certi posti non sono necessarie perché tutti capiscano. Siamo uomini di mondo, siamo a Isola di Capo Rizzuto, provincia di Crotone. C’è un terreno seminato a grano confiscato alla potente ’ndrina degli Arena e una cooperativa che sta per nascere, nell’orbita di Libera, pronta a raccoglierlo e a farlo fruttare. Lavoro pulito in terra di ’ndrangheta, nuova occupazione giovanile dove prima dominavano i boss. Scene già viste, storie già sentite. Le mafie capaci di colpi di coda pure quando paiono messe all’angolo, quando si vedono scippare la roba. In Calabria i beni confiscati alla criminalità organizzata sono più di 1.100 su 9.000 totali (dietro solo a Sicilia e Campania), minima è la percentuale di quelli assegnati e riutilizzati. Burocrazia, impedimenti, leggi inadeguate, carenza di fondi. Le abbiamo sentite tutte, compresa la proposta di venderli che (per il momento) sembra essersi arenata nelle secche del Parlamento. Spesso si tratta di beni che il Demanio destina ai Comuni senza averli effettivamente liberati da vincoli e persone, scaricando sugli amministratori problemi di gestione e rischi connessi.
E così quel terreno non s’ha da trebbiare, una specie di congiura del silenzio avvolge l’iniziativa dei giovani calabresi dal volto pulito, sostenuti dal Comune e circondati dall’indifferenza civile. Chi sono questi, cosa vogliono? A Isola di Capo Rizzuto le mietitrebbie sono tutte impegnate. In un territorio ricco di aziende agricole non ce n’è una libera, nel senso più profondo della parola. È vero, è periodo di mietitura, ma non si trova una macchina disponibile addirittura in tutta la provincia. Curioso, a pensarci. Perché fino all’anno scorso, anche se il terreno era già confiscato, il clan ha continuato tranquillamente a mietere il grano, e le trebbiatrici facevano la fila. Adesso che lo Stato su quel terreno, oltre alle carte bollate, ci ha messo pure le mani e i piedi di un pugno di giovani che provano a costruirsi un futuro, intorno si è fatto il deserto.
Storie già sentite, appunto. Per fortuna, c’è da aggiungere. Perché l’esperienza a qualcosa serve. Anni fa era successa la stessa cosa a Corleone, nessuno voleva trebbiare i terreni della “Placido Rizzotto”, la cooperativa nata sulle proprietà confiscate ai corleonesi. Libera, don Luigi Ciotti e i suoi ragazzi non si persero d’animo e chiamarono lo Stato a farsi sentire. Il prefetto, con un’ordinanza, sequestrò una trebbiatrice e alla guida ci mise un carabiniere. Nell’agro aversano, invece, qualche volta il grano si deve mietere di notte e con la scorta dei carabinieri, ché qualcuno non si è rassegnato ancora alla vittoria dello Stato. Forti delle battaglie già vinte, anche questa volta i protagonisti positivi della storia non hanno ceduto di un passo. Don Ciotti ha denunciato pubblicamente la situazione con l’intento di provocare una reazione d’orgoglio della società civile. Che però arranca. Ne sa qualcosa anche il sindaco di Isola di Capo Rizzuto, che ha visto andare deserta una gara pubblica per l’abbattimento di una serie di case abusive lungo la costa. Difficile il percorso verso la legalità in quelle aree del Paese in cui lo Stato per decenni ha abdicato al suo ruolo, assistendo impassibile – con poche eccezioni – all’occupazione delle mafie. Modelli di relazioni politico-economiche profondamente radicati nel territorio contro i quali, oltre alla repressione contro i capi militari, è necessario proporre un’alternativa credibile. È soprattutto grazie a esperienze come quella di Libera che rappresentanti importanti delle istituzioni, oggi, non possono più voltarsi dall’altra parte. Anche nelle terre dimenticate del Sud è possibile esercitare una pressione politica e mediatica che lo Stato non può ignorare.
È successo così che il 17 giugno scorso, un giorno dopo l’appello di don Ciotti, il prefetto di Crotone Vincenzo Panico ha convocato i rappresentanti della Camera di Commercio e i presidenti provinciali di Coldiretti, Cia e Confagricoltura. Il messaggio è arrivato forte e chiaro: se non fosse saltata fuori una mietitrebbia era già pronta un’ordinanza per la mietitura coatta, ovvero sequestro urgente e temporaneo del macchinario per fini di utilità sociale. A riprova che quando lo Stato fa il suo dovere qualcosa succede (dappertutto), ecco che dal mazzo esce una ditta della provincia e un imprenditore disposto ad accettare l’incarico. Crotone compie così il primo passo per la creazione di una cooperativa sociale che confezionerà prodotti Libera Terra, la seconda in Calabria dopo quella della valle del Marro, dove i terreni sono stati confiscati alla potentissima famiglia dei Piromalli. Carolina Girasole, il sindaco, è stata molto contenta: il lieto fine ha dimostrato che “qui non sono tutti mafiosi, anzi c’è un sacco di gente che lavora e vuole spendersi per la legalità. Grazie al polverone che si è sollevato dopo le parole di don Ciotti” ha dichiarato a Liberainformazione “almeno abbiamo saputo che c’è chi è disposto a mettersi in gioco. Ci serve solo mettere insieme queste energie coinvolgendole in maniera più concreta. Sono ottimista: qui non è mai accaduto nulla del genere, non si era mai parlato prima di una restituzione delle ricchezze dei clan alla collettività, questo è rivoluzionario. Sì, non è facile, ma sento che ci siamo”. La traversata nel deserto, per il sindaco dal cognome che guarda al sole, è appena cominciata. Oggi è stata la trebbiatura, domani arriveranno consigli e minacce, poi in genere rubano gli attrezzi di lavoro e bruciano le coltivazioni. Il copione, a certe latitudini, si ripete identico. Ci vuole pazienza, tigna e sangue freddo. E magari qualche risorsa. La vecchia giunta regionale aveva stanziato 20 milioni di euro, nell’ambito del POR Calabria FESR 2007/2013, per sostenere i progetti di recupero e riutilizzo dei beni confiscati, ma la nuova amministrazione tace. Il futuro è tutto da scriversi e, come amava ripetere Saramago, al momento le parole sono l’unica cosa che abbiamo. Non è poco, dopotutto.
(Da Linus luglio 2010. © Tutti i diritti riservati. Riproduzione vietata)
Il sonno dell’uomo era infastidito dal ronzio di un calabrone che sbatteva ripetutamente contro la tenda. L’uomo aprì gli occhi e vide l’insetto muoversi in orizzontale lungo la striscia bianca nel tentativo di sfuggire alla trappola in cui, da solo, si era infilato. L’uomo si risistemò sulla sdraio, appoggiò i gomiti sulle ginocchia e si strofinò il volto con entrambe le mani. Guardò in terra e osservò sul pavimento l’ombra della palma, che dal giardino si protendeva fino al balcone, mossa dal vento che rimestava aria calda in quel pomeriggio di agosto. Il frinire dei grilli accompagnava come un metronomo l’eco distante delle onde, che si rincorrevano regolari, senza sosta. Durante le ore del silenzio il Parco Duemila, un agglomerato di villette a schiera, si zittiva; i villeggianti, per sfuggire all’arsura, si acquattavano in casa come formiche nella tana. L’uomo, invece, preferiva rimanere in quel limbo, sul suo balcone, prima che lo strisciare delle ciabatte, gli schiamazzi dei bambini e i campanelli delle biciclette tornassero a impossessarsi dello spazio circostante. Si alzò, si grattò la parte bassa della schiena su cui era impressa la trama ruvida del telo in plastica della sdraio, poi si passò la mano sotto la pancia per asciugarsi i peli inumiditi dal sudore. Si avvicinò al tavolo, sgombro dai piatti e dalle portate del pranzo, prese la bottiglia d’acqua e notò che alcune gocce di vino e briciole sparse erano sfuggite alla pulizia metodica di sua moglie. Entrò in casa, facendo attenzione a non svegliare la donna, che dormiva in camera da letto con il ventilatore puntato addosso. Quando una voce lo chiamò.
L’uomo si affacciò al davanzale del balcone, infilò la testa sotto la tenda, allungando il collo come una tartaruga. C’era un ragazzo in piedi, al fondo delle scale. Aveva le braccia appoggiate al cancello rosso, verniciato da poco.
– Mi scusi, cercavo Ciro Banana. È lei, vero? – chiese il ragazzo.
2.
Ciro Banana. Aveva seppellito quel nome insieme al ricordo del vicolo. Erano passati diciott’anni, ora aveva una vita nuova: un lavoro onesto al nord, i conti a posto col fisco e, soprattutto, Maria Rosaria, sua moglie. L’aveva sposata in chiesa sotto gli occhi di Cristo. Sapeva di essere fuggito quando era il momento di fuggire. Ma sentire pronunciare quel nome vanificò in un attimo la cura paziente con cui era riuscito a soffocare le urla della strada, il rumore dei motorini, il frantumarsi dei vetri delle macchine, l’ultimo guaito dei cani su cui i ragazzi si esercitavano a sfogare il nucleo di rabbia ereditato dai padri.
Lo chiamavano Ciro Banana, perché, da bambino, prima di scendere nel vicolo, sua madre gli metteva in bocca una banana.
Poi era arrivata Maria Rosaria e grazie a lei era uscito dal fango. Banana era morto.
3.
L’uomo guardò in basso e fissò il ragazzo per qualche secondo.
– Sì, sono io – disse.
Senza togliergli lo sguardo di dosso, scese i gradini. Il sole si riversava sul suo petto nudo. In prossimità del cancello, un ramo di bougainvillea, sfuggito alla potatura, lo graffiò sul braccio. L’uomo fece qualche passo e si trovò di fronte al ragazzo. Da vicino gli parve più alto. Poteva avere quindici anni, ma il suo fisico era già formato come quello di un uomo. Indossava una t-shirt bianca arrotolata sulle spalle larghe, che lasciavano scoperti bicipiti segnati. Sotto la maglietta si intravedeva la sagoma di un crocifisso. Portava dei jeans scuri e degli anfibi neri, che poco si confacevano alla stagione e al luogo di mare. Il ragazzo si tolse lo zaino dalle spalle e lo appoggiò in terra. Prese un pacchetto di Lucky Strike da una tasca dei pantaloni, tirò fuori una sigaretta e la mise in bocca. Ripose il pacchetto. Poi frugò nell’altra tasca e ne estrasse uno zippo; vi posò sopra il pollice, rendendo opaca la superficie dell’accendino su cui era incisa un’aquila. (…)
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(Da Linus luglio 2010. © Tutti i diritti riservati. Riproduzione vietata)
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