“Manifesta 7”, tendenze nuove ma non troppo di Francesca Pasini
Lavori intelligenti e appassionati che registrano senza passività la caduta di ideali condivisi, ma anche senza una reale contrapposizione
In una recente indagine il Trentino Alto Adige è risultata la regione con il maggior consumo culturale d’Italia, non è una cosa bizzarra, ma il risultato di programmi e investimenti coraggiosi e di qualità che il pubblico sottoscrive. I musei d’arte contemporanea si sono moltiplicati creando una rete che va da Rovereto a
Trento, a Bolzano, ovvero le sedi della settima edizione di Manifesta, la biennale europea che ha come scopo di individuare le nuove personalità artistiche. La mostra si distende su tutta la regione coinvolgendo spazi industriali dismessi che trovano una nuova vita e attrazione.
Adam Budak firma Principle Hope a Rovereto nella vecchia Manifattura Tabacchi e nel capannone dell’ex Peterlini; a Trento nel Palazzo delle Poste Anselm Franke e Hila Peleg curano l’esposizione Anima (o dei molti guai nel trasporto delle anime); il Raqs Media Collective lavora invece a Bolzano nell’edificio industriale del primo Novecento, ex Alumix. Infine a Fortezza, nel grande forte austriaco, converge tutto il team curatoriale.
Lavori intelligenti e abbastanza appassionati che, però, non parlano di radicali inversioni di tendenza. C’è una diffusa attenzione alle disparità sociali, ma senza l’urto che ha segnato il decennio passato, si mantiene la suggestione concettuale in tono narrativo che sta attraversando l’espressione attuale, permane un eclettismo di linguaggi dove installazioni, foto e video si alternano a una frequente apparizione del disegno. Insomma tutto concorre alla riduzione della spettacolarità che connota le ultime generazioni.
Forse anche a Manifesta la cifra più interessante è proprio questa, direi che rispecchia il decrescente interesse per la dialettica culturale che sentiamo molto in Italia, e anche altrove, più che un’effettiva critica a questa stessa tendenza. Il mondo occidentale è percorso da crisi economiche gravissime alle quali per ora non c’è una risposta in grado di riaccendere le tensioni di un cambiamento collettivo condiviso, l’arte registra questa caduta ideale senza passività, ma anche senza una reale contrapposizione.
Diciamo che resiste con determinazione, concentrandosi sull’esame di un’individualità che affronta la solitudine, le magmatiche contraddizioni del quotidiano, la pervicace insistenza nello sconfinare dalla realtà data.
È il caso di Guido van der Werve (Rovereto, Manifattura Tabacchi), che presenta una doppia proiezione, dove da un lato lo si vede che cammina al polo Nord inseguito da un battello rompighiaccio, dall’altro mentre compie una specie di rotazione su stesso in mezzo all’infinita distesa del Polo. In un’opposizione molto immediata il duo Libia Castro & Olafur Olafsson, rispettivamente spagnola e islandese, raccolgono in un video il racconto cantato, come in un’operetta delle confessioni, di alcune badanti, per lo più ucraine, sulla loro esistenza in Italia (Manifattura Tabacchi), mentre impavesano la strada davanti all’ex Peterlini, con bandierine araldiche con il disegno stilizzato dell’utero, dichiarando i numerosi interdetti che ancora coinvolgono l’immagine della sessualità femminile.

Con un altro salto, l’ungherese Igor Eskinja affronta la bellezza che appare nelle esperienze minime, traccia a terra un tappeto orientale tutto realizzato con la polvere, o disegna sul muro con lo scotch da pacchi aerei ventilatori. È il gesto immediato e poetico dell’arte che sempre affascina perché pone al centro la ricerca di una bellezza non traumatica, e alla disposizione di tutti.
Anche lui fa parte della mostra di Principle Hope, curata da Adam Budak, la sezione più riuscita dove il principio della speranza non solo non ha nulla di enfatico, ma indica anche la varietà di esperienze che possiamo abbinare all’aspettativa di una ricerca che individua nella realtà la spinta a guardare oltre. È il caso del duo portoghese João Maria Gusmão + Pedro Paiva che realizzano una bellissima installazione, completamente silenziosa, dove le luci di proiezioni video di paesaggi e storie antropologiche convergono in un centro, costituito da una grande maschera in lattice illuminata da una luce interna. Alludono a precedenti archetipici e alla necessità di ricomporli nella percezione contemporanea.
Anche l’irlandese Nina Canell crea una stanza di grande fascino. Una serie di bacinelle da cucina diventano

una specie di galassia connessa da fili elettrici che attivano i meccanismi per produrre il vapore che aleggia attorno a questi pianeti casalinghi. Poco discosto un tubo di neon è buttato sopra una putrella di ferro, e pende in due filamenti come fosse una corda molle. L’elettricità che collega queste visioni è metafora della morbidezza, più che della tensione che può folgorare chi ne tocca i fili.
Anche la sezione di Bolzano ha una buona tenuta, qui oltre ad artisti europei ne troviamo molti che vengono dall’India e dall’est del mondo. Non pensabile un’Europa scissa dal resto del mondo, ma così Manifesta rischia di allinearsi alle innumerevoli biennali che si svolgono nel mondo e perde un po’ di originalità.
Bellissima e impalpabile la fotografia di una città pervasa di una bruma blu dell’indiana Dayanita Singh, e molto interessante l’ossessiva intenzione di disegnare gli oggetti, i frammenti, gli scorci del quotidiano della tedesca Anna Faroqhi. Appare un diario del disordine affettivo, che contemporaneamente certifica l’integrità che ogni singolo oggetto rappresenta, in quanto simbolo del procedere della vita. Il linguaggio del disegno crea uno spostamento a 360 gradi rispetto all’idea del consumo e colloca queste immagini nel panorama dell’esistenza delle cose, che fanno da sfondo all’emozione e al ricordo, un tempo avremmo detto proustiano, qui invece appaiono in una loro autonoma necessità. Mentre lo spagnolo Jorge Otero-Pailos ci fa sussultare mostrando una grande parete di latex dove ha raccolto tutte le tracce dell’inquinamento, ottenendo una specie di pelle corrosa, impolverata, muschiata: l’allarme per le condizioni del pianeta si amalgama a una terribile bellezza.
A Trento dominano i video ed è difficile riconoscere i passaggi pur interessanti che ci sono, come nella doppia proiezione dell’inglese Rosalind Nashashibi. L’idea di concentrare il clou della mostra attorno
al video indica ancora una volta sia la varietà di questo linguaggio, sia il rischio di non distanziarsi dal cinema e dalla sua potenza narrativa. In tutte e tre le sedi c’è una diffusa presenza di artisti italiani, Nico Vascellari con un’installazione articolata tra proiezione e suono molto efficace, Luca Trevisani con una scultura animata da esalazioni di fumo, il gruppo romano Candidatv crea una specie di discarica di monitor come metafora della scarsa qualità della Tv, mentre la proiezione concitata del gruppo bolognese Zimmer Frei assembla segni e simboli della realtà politica europea.
Deludente è la sezione di Fortezza, che punta tutto sul vuoto e sull’ascolto da registratori di alcuni testi di importanti autori, tra i quali Saskia Sassen e Adriana Cavarero, che però nella desolata nudità di questo forte, peraltro bellissimo, si disperdono, e si rimpiange di non poterseli leggere per proprio conto. Peccato! Uno spazio così imponente e carico di simboli non basta a evocare lo scricchiolio dei valori che pure si può intuire dietro questa scelta. ■





