Angeli di Gianni Miraglia
Posted by admin on Wednesday Sep 10, 2008 Under ScrittiGianni Miraglia è un personaggio curioso: ha debuttato con un romanzo pubblicato da Arcana intitolato “Six pack”, in onore degli addominali perfetti del protagonista, nel quale mette alla berlina le convenzioni sociali di manager e pubblicitari di successo. Per presentarlo ha fatto una serie di incontri nei quali leggeva brani del libro mentre sollevava dei pesi o faceva flessioni (mossa assai inedita per uno scrittore). Per “Linus” ha scritto appositamente un racconto intenso e spigoloso, sulla mercificazione delle immagini provenienti dalle zone di guerra. Un tema forte e provocatorio, e con un finale tanto delicato quanto spiazzante
Un rutto leggero mentre sta ancora dicendo, di quelli che scappano e sono tollerati in un ambiente in cui uomini e donne si scaccolano trafelati e si grattano le ascelle con estenuata disinvoltura.
Catene di parole che rappresentano punti di vista supposti, sterili manifesti ad emblema dell’avveduta professionalità dei protagonisti, nelle ore senza clima di una riunione di redazione.
Siamo in due a insistere, l’uno contro l’altro, anche se siamo entrambi d’accordo sulla necessaria allusione, lo stile che ci deve contraddistinguere e l’intelligenza di un messaggio in linea con il rigore understatement della nostra linea editoriale, soprattutto rispetto al nuovo glamour del sangue patinato. Da quando c’è stato l’Iraq, sono tornate in auge le foto dei cadaveri calcificati al suolo. La Pompei al fosforo che Robert Capa aveva già celebrato più di sessant’anni fa.
Sta ribadendo la portata allusiva da cogliere sulla foto numero 9. Adagia il tono di voce in ossequio al contenuto, una bambolina abbandonata tra delle macerie. Ne sottolinea la potenza evocativa a discapito delle cinque crocette di preferenza che ho segnato sulla foto numero 24. Finaliste in lizza per la prossima uscita nelle edicole italiane, frutto lucroso della speculazione tra agenti, diritti e fotografi. Dice che non è necessario immortalare il sangue per far sì che il lettore intuisca l’orrore. Come recitano le agiografie Taschen dedicate ai celebri reporter, bravi nel sapersi trovare nei posti migliori al momento giusto, perennemente a caccia di guerre lontane, in angoli di mondo con tante k nel nome. Uomini dal cinismo evoluto aggiungerei, in grado di ricreare il dettaglio toccante per uno scatto poco insanguinato ma
di sicuro effetto. Forse anche il suo compagno sarebbe stato capace di procurarsi una bambolina al duty free dell’aeroporto per poi stenderla ad arte tra le macerie di un’abitazione sventrata dalle bombe. S’indignerebbe per questa mia insinuazione. Me l’ha presentato che era appena tornato dall’Afghanistan, embedded
per le forze Nato, l’ambita licenza per fotografare dietro le linee consentite dalla censura. Le dava fastidio che io mi fossi avvicinato a lui e che delle volte lui preferisse vedere me. Mi affascinavano i suoi racconti tra le esplosioni, le sue cicatrici erano la prova tangibile di una spiritualità che lo distingueva nella sua professione. Il suo uomo, come lo indicava lei, mai il suo compagno o fidanzato, era percorso da ragnatele indelebili sul petto, me ne aveva parlato lei, come per farmi notare che se lo poteva godere nudo. Uno spettacolo per il piacere del teatrino passivo della più futile intimità femminile, la passione per i toreri,
per gli Hemingway, per quel mondo con il cazzo proteso verso gli dei. Nei ricordi dal backstage bosniaco, che lei mi aveva fatto vedere, sfoggiava giacche verdi militari, delle volte con la fascia in testa. Un’altra prova della superiorità che lei gli attribuiva, visto che rischiava di essere scambiato per un miliziano anche
dai mirini a cannocchiale ad alta definizione. I più ambiti dai cecchini sono quelli a lenti sovrapposte Carl Zeiss le ho detto.
Non si accorge del tè freddo che il ragazzo del bar le sta porgendo. Presa dalle parole slanciate sulla foto numero 9, parla di un senso di annullamento e del silenzio doloroso di quell’immagine, dell’innocenza di un‘infanzia violata. Dice pure i nostri figli.
Possiede solo dei gatti a cui non cambia neanche la lettiera. Cerca di sollevare la foto dallo schermo luminoso, ha le unghie troppo lunghe, fa leva sui bordi. Finalmente il trofeo è tra i suoi artigli ricostruiti, taglio tronco all’americana e intarsiati di brillantini.
Da quando lui è morto ha cambiato il modo di sembrare e non mi dà più confidenza.
Più motivata di me, visto che sono anche il campione uscente.
Sull’ultimo numero hanno pubblicato le mie foto per un servizio sugli immigrati messicani che s’immolano nel dilemma americano.
Cinque ragazzi immortalati in lavori pesanti e rischiosi, umilianti dal nostro patetico punto di vista. Sui periodici della riflessione domenicale va molto l’argomento di noi occidentali che non vogliamo sporcarci le mani. Durante quella riunione alzava rabbiosamente la mano per fatti di etica e sensibilità. Ha detto
pure di una crudeltà vittoriana e quando le ho chiesto cosa volesse dire è arrossita e si tirava su la manica. Crudeltà vittoriana per dire quegli uomini trattati alla stregua di fenomeni da circo. Come le scimmie vestite da umani. Platealmente infastidita dal cinismo del fotografo che, invece di ricorrere all’obbiettiva
testimonianza di una realtà cruda e priva di appeal editoriale, ne ha svenduto l’essenza dolorosa, optando per la più bieca spettacolarizzazione e ridicolizzando ancor di più cinque esseri umani, costretti in quelle maschere goffe e penose. Parla sempre come rai3 quando deve influenzare la platea. Nelle foto quei ragazzi indossavano le tute attillate di famosi super-eroi, colti nella quotidianità delle loro mansioni faticose.
Volti inguainati nei colori elettrici, con espressioni così accese e controvento da mettere in secondo piano la fama dei loro personaggi in nylon. Quelle pose gonfie di orgoglio e ignoranza, dal luna park del più eroico darwinismo metropolitano, super-eroi diabetici che sfidano la città con la disinvoltura di chi vive
comunque ad alta voce. L’uomo ragno strofinava dall’esterno il vetro opaco di un cinquantasettesimo piano.
Il barista la sta guardando negli occhi e le ricorda del tè alla pesca che ha ordinato al telefono.
La mia foto, la mia faccia e la mia voce, all’attenzione dei responsabili della redazione, sottopongo la forza evocativa della numero 24. Un gruppo di miliziani in azione che corrono tra raffiche e schegge, uno di loro ha le bende insanguinate sulla fronte.
Ma il dettaglio su cui insisto sono le loro scarpe da ginnastica. Come dai ricordi del suo compagno sulla guerra civile a Timor est, anche lei era presente quella sera. Folgorato dalla visione di quei guerriglieri, alti solo un metro e 60, bambini che si gettavano all’attacco calpestando con rabbia il rumore ovattato di Nike
Adidas taroccate, alla ricerca del coraggioso fragore degli anfibi militari. La necessità di dimostrare ai loro nemici che non si sarebbero mai nascosti. Era quella la loro bandiera ci aveva detto. Lei gli aveva preso la mano, mi ricordo delle vene e dei peli che trasparivano sull’abbronzatura.
Uso le identiche parole del suo compagno, le incastro in un breviario di marketing, tra cinismo ed emotività per convincere il caporedattore, oltre che ferire la presunzione troppo scolpita della mia rivale. Sto parlando dell’istante, esseri sospesi tra vita e morte che cercano l’immane, urlano e calpestano forte. Quando
motivi la validità editoriale di uno scatto, non deve mai sembrare un fatto personale, solo accenni oggettivi sull’impatto visivo.
Dalle ricerche le nostre pagine vengono lette prevalentemente in bagno e nessuno deve mai scoprire argomenti troppo ideologici che sconquassino la pace indiana del proprio flusso fecale.
Tampono quindi il fiume di parole colorate, qualcosa di simile alla rabbia perché attorciglio le dita, o meglio un’energia che mi tengo dentro. Cauterizzo le mie opinioni, è già molto averne e capirne la grandezza, sangue, terrore e fiamme su ciò che va bene, talmente bene da distruggere l’illusione della morte. Vivi
per sempre, vivremo per sempre, in ogni angolo dei nuovi e risolti ideologismi, le filosofie della geometria esistenziale, tutto quadra.
Ristabilizzare la paura, la pace, le cose belle che abbiamo dimenticato. Inneggio alla poesia da cogliere in quegli uomini, colti dal reporter nel frangente in cui sono contemporaneamente staccati dal suolo. Angeli della guerra, ho titolato così la didascalia in neretto, la loro falcata verso l’istante dopo, la magia da
regalare al lettore.
La sua voce si sovrappone alla mia. Non posso supporre che il lettore colga il fragore di quella corsa, la sto mettendo sul realismo di un fatto troppo lontano da poter essere percepito così nel dettaglio, anche da me che non sono mai stato un corrispondente di guerra. A lei dava fastidio che il suo amante o fidanzato
rientrasse tardi ubriaco e che delle volte si fermasse da me. Non mi guarda negli occhi, parla solo a quelli della redazione.
Ribadisce che si vedono solamente degli uomini che corrono tra i proiettili, e che come tanti miliziani di eserciti poveri hanno scarpe da ginnastica.
Alzo la voce per dire che ho rispetto del lettore, della sua intelligenza e sensibilità e che la bambolina abbandonata è un gesto di cattivo gusto, più adatta a una pubblicità sull’aiuto umanitario nel mondo, di quelle finte campagne che le agenzie in crisi s’inventano per raccattare premi di settore. Paragonare l’immensa portata della numero 9 alle becere associazioni di un solerte art director addestrato a vendere stracchino è una fine provocazione, un insulto alla livrea di chi, come noi e soprattutto lei, s’innalza
a pubblicista e giornalista. Si passeggia il mignolo attorno alle narici, torce la bocca. Siamo tutti annoiati dalla routine spocchiosa delle nostre campagne elettorali. Ribatto che quella corsa in scarpe da ginnastica è lontana dall’ipocrisia antiproiettile che ricopre d’immortalità gli strapagati assassini della Nato, un contrasto
che di sicuro scalderà l’ormai sazia immaginazione di qualsiasi buco di culo che nel fine settimana affonda sulle poltrone.
Strappo la risata.
Sono andati via tutti per la pausa. Ho risposto che avevo da fare e che ieri ho mangiato tanto. Lo sfrigolio elettronico degli impianti e del server che resta sempre acceso, le sedie vuote.
Due giorni fa le avevo mostrato la foto dei miliziani per riavvicinarmi, a lui farebbe piacere sapere che la sua ex-qualcosa venga comunque rispettata da me. Sono stato credibilmente sincero, anche se ho dovuto sforzarmi, per dare il via a un gesto così gentile e al limite dell’altruismo che trovi nelle favole, di sicuro
non nel regno dell’editoria. Ha preso in mano la foto sciorinando cornicette socio-forbite nel suo solito linguaggio. L’ovvio sulla guerra tra addetti ai lavori e anche tra gli spettatori divorati dall’insana attrazione per le macabre poesie della storia contemporanea.
La domanda che tutti noi almeno una volta ci siamo fatti sul destino di quegli uomini e donne fotografati negli scenari di un conflitto, ancora in vita su quelle pellicole, drammaticamente belli per la natura fatale di uno scatto che li coglie nella più adrenalinica e omicida voglia di sopravvivere.
Non le chiederò se c’è qualcosa che la indispone, semmai ammettesse il problema mi circonderebbe di parole e io non sto attento quando parla, non ci sono mai riuscito perché lei è una di quelle persone a cui piace ascoltarsi. Per vincere la timidezza, agli inizi della sua carriera, si esercitava a parlare davanti a uno
specchio. Lui è morto al seguito di un gruppo musulmano che andava al contrattacco. Quel suono di gomma e le grida che gli erano rimasti impressi, si irritava che la nostra cultura li riducesse a fanatici di Allah. Li guardava negli occhi, la fotografia era un pretesto per scoprire e adorare forme di vita da distanza ravvicinata.
Aveva bisogno di farmi vedere quei frammenti, urla da gole spalancate L’assedio di Stalingrado si perpetua nella nostra immaginazione, la paura e il piacere di essere ancora vivi. La sera che ha evocato la grandezza degli uomini in scarpe da ginnastica, mi sono sentito svilito, non ho potuto controbattere con nulla dalla mia quotidianità. Se non vai dov’è la guerra mi chiedo, se non vai dove è la guerra mi viene da chiedere a tutta la redazione. Non mi ha mai mostrato nessuno dei suoi scatti, è la prima volta che posso vedere il coraggio che mi eccitava nei suoi racconti. Sto annusando la giacca che lei ha lasciato sullo schienale.
Lo cerco nell’odore che sentiva abbracciandola. È come se lo vedessi. ■
Gianni Miraglia è nato a Genova nel 1965. Trapiantato da più di 14 anni a Milano, città che ama percorrere in bicicletta e in cui esercita una mansione nell’ambiente della réclame. Nel 2008 ha pubblicato il romanzo “Six pack”, per Arcana Libri, collana Exit. Il suo blog è: www.sixpack.splinder.com




