Massimo Giannini: Caro Veneziani, criticare Silvio non è un reato
Caro Direttore,
approfitto della Tua gentilezza per ringraziare Marcello Veneziani, che ha dedicato una pagina di “Libero”a me, al mio libro appena uscito e a quelli che da sinistra hanno creato “l’incubo Berlusca”. Mi permetto tuttavia di fare qualche riflessione ulteriore, e di sottoporla all’attenzione di Veneziani e dei tuoi lettori. Chi avesse la voglia e la pazienza di andare fino in fondo nella lettura del mio libro (intitolato “Lo Statista“, che è ironico ma neanche poi tanto) scoprirebbe che io non sono certo tra coloro che considerano l’esistenza di Berlusconi “di per sé un reato”, come mi attribuisce Veneziani. Non sono neanche tra coloro che bollano il Cavaliere come “un dittatore”, e che accostano biecamente e meccanicamente il suo “regime” a quello fascista. Il mio riferimento al Duce è essenzialmente una provocazione di tipo culturale. In più di un capitolo del libro, chiarisco in ogni modo possibile che nell’Italia di oggi non sono minacciate le libertà fondamentali, non sono conculcate le libertà di stampa, di espressione, di associazione politica. So bene le differenze sostanziali che esistono tra quel Ventennio e questo, e ho il rispetto più profondo per chi ha vissuto la repressione, l’umiliazione e la violenza del primo.
Il lavoro che ho cercato di fare è proprio l’opposto. Un tentativo non becero di dare a Berlusconi quel che è di Berlusconi. A partire da alcuni meriti soggettivi “storici”: l’aver introdotto in un’Italia abituata al consociativismo il valore del bipolarismo, l’aver sdoganato l’ex Msi, l’aver costituzionalizzato la Lega. Per arrivare ad alcuni meriti oggettivi più recenti: l’aver cementato un nuovo blocco sociale, l’aver costruito un popolo, dopo aver avuto per troppi anni solo un “pubblico”. Per questo, oggi, dico che la sinistra ha sbagliato e continua a sbagliare, quando lo considera semplicemente un fenomeno televisivo, oppure lo criminalizza come un pericoloso “golpista”. Non è o non è più né l’uno né l’altro. Vuoi perché la tv è una condizione necessaria ma non sufficiente per vincere le elezioni, vuoi perché lui le ha comunque vinte grazie al voto popolare degli italiani, e dunque è pienamente legittimato a governare il Paese.
Ma chiarito e premesso tutto questo (e ferme restando le enormi questioni irrisolte del conflitto di interessi e delle leggi ad personam per sfuggire dai processi) perché rifiutare in blocco la seconda metà del ragionamento, che indica i problemi e le criticità di un potere sì democratico, ma con un’inclinazione palesemente plebiscitaria e una vocazione tecnicamente totalitaria? Perché respingere come demonizzazione qualunque tentativo di ragionare sulle forme spesso illiberali di molte moderne democrazie, a partire proprio dalla nostra? Il liberalismo costituzionale è quell’insieme di limitazioni, e di autolimitazioni, che il potere subisce o impone a se stesso per garantire la libertà di tutti. Vogliamo negare che oggi Berlusconi manifesti quanto meno un’evidente allergia a tutto ciò che limita o autolimita il suo potere? Vogliamo negare che in certi suoi atteggiamenti (dai rapporti con il Parlamento, con la Corte costituzionale, con la magistratura) vi sia un fastidio tangibile al principio della separazione e del bilanciamento dei poteri? Vogliamo negare che in certe sue esternazioni (dalle proteste sulla scuola agli scioperi del sindacati e persino alla satira televisiva) vi sia una malcelata intolleranza verso tutto ciò che è dissenso sociale? Sono temi di riflessione, comuni a tante liberaldemocrazie nelle quali lo “stato di diritto” diventa “stato di governo”, e nelle quali il potere si ritiene “sovrano” (a volte persino assoluto) solo perché legittimato dal popolo. Qui nasce il cortocircuito, in cui una democrazia (che è e resta tale) può diventare tuttavia illiberale “in nome del demos”.
Giustificare e assolvere Berlusconi per principio, sempre e qualunque cosa dica o faccia, come ormai succede nella metà campo del centrodestra, credo non lo aiuti affatto. Capisco che rientra nel gioco dei ruoli che il “sistema” assegna a ciascuno nel teatrino politica e mediatico. Ma proprio questo, temo, è il vero problema della nostra “democrazia senza qualità”. Tutto è ridotto a conformismo e a clichè. Ragionare sui fatti non è vietato: è inutile, perché irrilevante. Io, nel mio libro, dopo aver contestato spero in modo non banale e non sbracato molti difetti del Cavaliere, dedico l’ultimo capitolo ai numerosi difetti della sinistra. Alcuni dei quali (certo non tutti!) sono anche quelli citati da Veneziani nel suo articolo: aver inseguito troppo Berlusconi sul suo stesso terreno, aver perso il rapporto con la propria base sociale, aver disprezzato troppo a lungo l’Italia reale che vota dall’altra parte. Il libro che egli lamenta “non ancora scritto”, in parte e in assoluta umiltà, io ho provato a scriverlo. Quando farà la stessa cosa anche lui, regalandoci un’opera in cui demolisce il “sinistrismo”, ma poi dedica un capitolo finale, onesto e finalmente disincantato, ai limiti e agli errori del berlusconismo?
Grazie e un cordiale saluto
Massimo Giannini





