Digital Graffiti: Casino Italia di Walter Molino

Quando il banco vince sempre, ovvero dello straordinario business del gioco on line

Illustrazione di Marco Marella

Il nome, evocativo e codino, è skill games, giochi di abilità. Basta un computer ma anche un telefonino. Puntando da 50 centesimi fino a 100 euro si può giocare da casa, in treno, alla fermata dell’autobus o facendo la fila alla Posta. E persino dall’ufficio, anche in quelli pubblici, certo: la scure di Brunetta, che finirà per vietare l’accesso a Facebook nelle pubbliche amministrazioni, risparmierà i siti di scommesse sponsorizzati dal collega Tremonti. Nell’Italia che hanno in mente, in fondo, sarebbe solo una partita di giro per i fannulloni professionisti, tra soldi rubati con gli stipendi e restituiti col poker di Stato. Chissà che ne direbbe Gaber: se i fannulloni sono di sinistra, dove stanno gli idioti e i biscazzieri?

A scanso di equivoci, va ricordato che la legalizzazione del gioco on line è stata decisa nella precedente legislatura e con voto bipartisan. Dopo due anni di moratoria, decisa per provare a regolamentare un settore incontrollabile per definizione, e dominato da pescecani digitali d’ogni sorta, lo Stato ha alzato bandiera bianca. A fronte della chiusura di circa 1.200 siti illegali di scommesse e gioco d’azzardo, il mercato legale si è triplicato. Così, alla fine del marzo scorso, l’Italia ha spalancato le maglie della rete al gioco d’azzardo.

Anche perché, si tratti di gioco, pornografia o degli articoli di Filippo Facci, l’internet assorbe di tutto e non accetta barriere. I numeri, del resto, raccontano di un fenomeno impossibile da arginare: anche con lo stop imposto nel 2005, quasi due milioni di persone in Italia accedevano regolarmente ai casinò on line, per un giro d’affari che alla fine del 2008 fatturerà in Italia, complessivamente, 1,3 miliardi di euro, oltre 500 milioni in più del 2007. Nel solo mese di ottobre il primo operatore italiano, Gioco Digitale (www.giocodigitale.it), ha festeggiato il suo secondo compleanno raccogliendo la cifra record di 37,3 milioni di euro: 1,4 milioni con le scommesse sportive, 2,1 milioni con il Gratta e Vinci on line e ben 33,8 milioni con il poker.

Queste cifre vertiginose non tengono conto però dell’indotto. Un esempio? Un sito a caso, pescato nel caos della rete, è Guadagnare on line (www.acrum.com). Sottotitolo: “Gioca Vinci e Guadagna On line con Casinò e Poker”. Tutto maiuscolo, tutto dorato. L’home page è attorniata da decine di link: Roxy Palace, il casinò più autorevole del web, 100% italiano. Casinò Las Vegas 400 euro di bonus di benvenuto. Casinò King 300 euro di benvenuto, cosa aspetti? Il sito ha le sembianze di un blog. Mentre scriviamo troneggia l’ultimo post: “Scommesse on line: provate l’Europa dell’Est”. Altro che penne a sfera e collant. E poi gli approfondimenti: uno si intitola Vivere col gioco d’azzardo? Provate a immaginare la risposta.

Un altro, ci mancherebbe, è dedicato ai Segreti per vincere. L’unico vero segreto è il committente: se volete sapere chi si nasconde dietro questo scintillio di banner e promesse di felicità, ciccia. Siamo un sito nato con l’idea di farvi divertire e guadagnare allo stesso tempo. Il gioco on line si sta sviluppando in maniera incredibile, tantissimi siti di poker, casinò, skillgames sono disponibili sulla rete. Non tutti però sono “kosher”. Sia che siate un giocatore incallito oppure un webmaster alla ricerca di facili guadagni dovete informarvi attentamente prima di fidarvi. Per questo ci siamo noi, una specie di watchdog sul gioco on line. Settanta parole che raccontano un mondo.

Con la legalizzazione del gioco d’azzardo on line, lo Stato ha ricevuto oltre 30 mila richieste di accreditamento da società del settore. Gli operatori di tutto il mondo considerano l’Italia un mercato ghiotto e profittevole, anche perché da altre parti i pericoli (e perfino qualche principio etico, bah!) cominciano a prenderli un po’ più sul serio. Ora, possono far sorridere le operazioni sotto copertura dell’Fbi in qualche quartiere di Second life, dopo che i padroni di casa (Linden Lab) hanno denunciato la presenza nel mondo virtuale di casinò illegali, ma pochi sanno che uno degli ultimi atti dell’amministrazione Bush è il tentativo di far approvare in fretta l’Unlawful Internet Gambling Enforcement Act, una nuova normativa in materia di gioco d’azzardo su internet che approfittando della crisi finanziaria vorrebbe di fatto allentare la morsa sul gioco illegale.

In Germania, invece, si rischia addirittura il carcere: puntare d’azzardo on line è un reato penale, e le autorità hanno lanciato nelle scorse settimane una campagna informativa per spiegare ai giocatori, i tanti che riescono comunque ad accedere a siti ospitati su server esteri, che pur vincendo qualche mano farsi pagare è pressoché impossibile.

Per comprendere appieno la pervasività del fenomeno è utile anche una recente relazione dell’Adoc (Associazione per la difesa e l’orientamento dei consumatori) che ha calcolato come gli italiani spendano in media 600 euro a testa per giocare on line ogni anno. “Stimiamo in circa 530 mila i giocatori d’azzardo on line abituali”, spiega il presidente Carlo Pileri, “che regolarmente partecipano ai giochi dei casinò virtuali. Complessivamente il giro d’affari annuo del poker on line si attesta su almeno 350 milioni di euro. Una mania che attira sempre più cittadini, tanto che nell’ultimo anno il numero delle visite ai casinò virtuali è aumentato del 25%.

Ma i rischi, oltre alle perdite economiche, sono molti, dato che il gioco può diventare una malattia.” Secondo l’Adoc “in Italia ci sono almeno 16 mila gioco-dipendenti. Rispetto al gioco tradizionale la versione on line produce un’assuefazione più rapida e difficilmente curabile, dato che è possibile accedere al gioco 24 ore su 24, si mantiene l’anonimato e si ha una percezione distorta del denaro speso. Tanto che, secondo le nostre stime, il debito medio contratto dai giocatori patologici si attesta sui 10-12 mila euro, ma si toccano punte anche di 30-40 mila euro. Oltre a provocare seri disagi familiari, sociali e psicologici”

In rete, in effetti, qualcosa si muove sul fronte della prevenzione. Paradossalmente, mentre lo Stato si fa biscazziere, i cittadini si inventano come difendersi. Siti come NO Dipendenza (www.nodipendenza.com) che raccontando storie vere e verosimili focalizzano l’attenzione sulle trappole del gioco on line.

L’Agenzia delle Entrate, che incassa oltre 7 miliardi di euro l’anno dall’affare e gestisce la partita tramite l’Aams (Amministrazione autonoma dei monopoli di Stato), invece getta acqua sul fuoco, spiegando sul suo house organ che “questi giochi presentano un basso rischio di compulsività, perché si possono giocare partite molto lunghe puntando solo 50 centesimi. Inoltre si rivolgono anche a un pubblico di donne, che praticano ancora poco le scommesse e permettono un confronto con giocatori di tutto il mondo”. Insomma una rete di marzapane, mancano solo i ceci per la tombola.

Fuori da Facebook, fannulloni!

L’idea, va detto, non è sua. Ma è in qualche modo figlia del brunettismo, e già l’orrore si nasconde nella parola. Facebook, il social network più famoso del mondo, spopola negli uffici pubblici e privati, tanto che alcune aziende starebbero seriamente prendendo in considerazione l’ipotesi di oscurarlo in quanto “ruba tempo al lavoro”. C’è del vero, nel problema.
La soluzione del divieto, però, non sempre è la migliore, anzi. Sta di fatto che Poste Italiane intanto
ha negato ai suoi dipendenti l’accesso al sito e come si fa però a condannare pensando alle code, alle attese, al caos e alla scortesia di quella impiegata col naso lungo dell’ufficio postale sotto casa?
Anche la sola idea che, mentre rumino l’attesa, quella terribile burocrate (“ha dimenticato il cap, le avevo detto di riempire tutte le caselle!”) aggiorni il suo stato su Facebook (“attendo che il solito idiota aggiunga il cap…”) mi fa mettere la mano alla fondina delle forbici: i fili te li taglio io.
Anzi, magari li rosicchio con gli incisivi.
Vietare però piace, e le Regioni Lombardia e Veneto potrebbero presto seguire l’esempio, mentre a Napoli si è trovata una via di mezzo: i lavoratori del Comune potranno navigare sulla community per un’ora al giorno. Tempo non cumulabile con la pausa caffè, sia chiaro.

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