Laboratorio esordienti di Matteo B. Bianchi

Illustrazione di ALE+ALE

Ho amato ogni sasso tirato

di Ivano Porpora

Un paese della Bassa padana, sulle rive del Po, negli anni 70: è qui che si ambientano i racconti dell’esordiente mantovano Ivano Porpora, una sorta di romanzo collettivo fatto delle piccole storie del
luogo e dei suoi abitanti. La raccolta, ancora inedita, prende il suo (bellissimo) titolo dal racconto che pubblichiamo qui oggi: una storia di ingiustizie sociali, militanza politica e religione popolare.
Un testo breve, carico di significati e nefaste previsioni, come quella espressa da Pumen, il protagonista:
“Tra dieci anni i padroni si faranno chiamare imprenditori, si daranno una mano di smalto, come
i cessi, e noi operai andremo giù a votarli in blocco”

“Di’ a quel demente controrivoluzionario che se ne sta al microfono che non si azzardi più a dare alito e spazio alla rivendicazione falsa di Genova, della nostra colonna Francesco Berardi, perché altrimenti se ne assume ogni responsabilità. Ogni responsabilità, prima di tutto, davanti alla nostra organizzazione”.
Dalla telefonata di un brigatista della colonna Walter Alasia a Radio Popolare, 2 agosto 1980

Andare a trovare in carcere Pumen non fu facile. Ero sempre stato abituato a vederlo scalzo, senza la maglia e ribelle; difficile pensare di vederlo incasellato, coi capelli tagliati come m’avevano detto, con scarpe e divisa da carcerato. Poi chiunque si fosse dichiarato prigioniero politico veniva schedato, e schedato chi lo andava a trovare. Ma ci andai, e nessuno con me, come mi aveva predetto. Aveva detto La solidarietà è gratis: chi ti ama si prende responsabilità. Ricordo l’ultimo giorno che lo vidi fuori.
Eravamo in un campo, e l’aria era brillante come acqua spillata dal pozzo. Faceva freddo, di quel freddo leggero che solo la primavera può dare.

Si era addormentato con la bocca aperta, e nel girarsi nel sonno gli s’era sfilato dalla tasca il portafoglio. Glielo presi per scherzo, vedendolo abbondantemente gonfio.
Smisi di sorridere quando ci guardai dentro. C’erano trecentomila lire e una carta d’identità. La foto era sua; il nome, Ares Miglioli.
Lo svegliai. Lui si girò, mi guardò il portafogli in mano, la faccia.
“Che cazzo fai, Pumen?”.
Mi tirò il portafogli dalle mani; se l’infilò nella tasca del culo.
Prese un cerino, si accese una sigaretta, lo scosse, lo gettò a terra. Era irriconoscibile dietro quegli occhiali fumé, la barba incolta, i capelli lunghi.
“Domani vado in galera o al camposanto, Luadel”.
“Cosa vuol dire?”
“Domani facciamo una cosa. E tre di noi o finiscono ammazzati, o vanno in galera”.

Lo guardai in faccia. E mi accorsi di essere esausto. Ero esausto di quegli anni, esausto come olio buttato via. Tutto aveva un senso, un senso irrimediabilmente compresso e compreso. E in quel tutto l’unico che si sentiva senza senso ero io, e anche questo, a pensarci, di senso ne aveva poco.
“Che cazzo succede, Pumen?”
“Succede che ci sono cose che non si possono spiegare. Ma tu vienimi a trovare, dovunque vada”.
A terra i soffioni si disperdevano, e ragazzini giocavano a pallone sotto un salice. Ne vidi uno che sembrava me dieci anni prima.
Tornai a guardare Pumen.
“Siediti”, mi disse. Buttò a terra la sigaretta ancora buona per metà; respirò una boccata d’aria;  ne accese un’altra.
“Ti racconto una cosa. Hai presente mio zio, il Fenac?”
Feci cenno di sì. La sapevo, la storia: me l’aveva già raccontata due volte.

“Mio zio non abita lontano. Prima stava nella mia corte; poi, da quando è diventato operaio manutentore, si è trasferito in un appartamento al sesto piano di via Bellini, a Viadana, dietro il Borgo; si è comprato il tivucolor e ha la carta da parati. La chiama libertà, quella: delle merde di fogli a fiori sono la libertà. Stare in una fabbrica dieci ore al giorno, l’ho vista io, un capannone di duemila metri coi cartelli appesi al soffitto con su scritto in nero ‘Ama la tua macchina’ e ‘Sul posto di lavoro non si parla’. Una volta lo chiamavano Arbeit macht frei: non è cambiato un cazzo, zioccàn.

Un giorno è venuto a casa dei miei. Lui è sempre stato un tizio grosso; ha anche ’sta barba che gli dà dieci anni di più. Aveva una lettera. Si è seduto e sembrava felice, poi si è messo a piangere. Un bambino, hai presente, zioccàn? Un bambino che pesa un quintale. Ha detto che era il più efficiente, ma non conta un cazzo, c’è la cassa integrazione e con la cassa integrazione non c’è un cazzo da fare, zioccàn. L’ho letta, la lettera. In Italia tutti si comprano la Stampa e il Carlino e stanno lì a fantasticare su Gianni Agnelli e sulla vita da signori e sulle moviole di Vitaletti, e intanto mio zio tira su una famiglia e lo mandano a casa, dicono, per ristrutturazione. Quando ristrutturi hai bisogno di gente, a casa mia; mica la mandi a casa”.
“E per fare questo devi ammazzare qualcuno?”

Si mise a ridere. Pensai che stesse per piangere; invece rise, tacque per tre minuti buoni, poi ne uscì con una delle sue.
“è tutta colpa degli ABBA, Piopa”
“In che senso?”
“Massì, zioccàn. Noi avevamo Bob Dylan, Frank Zappa, la musica dell’impegno. Siamo venuti su con quella. La musica è avanti: lei lo nasa sempre, il futuro. E adesso sta nasando un futuro discomusic.”
“E cosa dovremmo fare, smettere di ascoltarla?”
“No, macché. Il danno è fatto. Te lo dico io cosa succederà. Tra dieci anni i padroni si faranno chiamare imprenditori, si daranno una mano di smalto, come i cessi, e noi operai andremo giù a votarli in blocco.”
“Dopo anni come questi?”
“Ci vuole tanto a costruire, ma poco a dimenticare. Lo dice la storia.”
Ci pensai un attimo.
“Non credo che succederà mai. Gli operai non sono così idioti.”
Pumen mi guardò, alzò un sopracciglio e non disse niente.
Ma pensava.

Rividi suo zio qualche tempo dopo, una domenica. Era ingrassato e stanco; l’allegria e l’energia con cui tutti l’avevano conosciuto sembravano messaggi vecchi lasciati accanto al telefono, che quello che avrebbero dovuto dire l’avevano ormai detto.
Eravamo in chiesa. Io stavo in fondo, a modellare piccole figure con la cera calda. Lo vidi entrare.
Feci un cenno di saluto, alzando appena la testa. Lui sembrò non riconoscermi; andò avanti.
Don Binda lo intercettò mentre faceva per appoggiarsi a una colonna. Gli mise in mano un foglietto delle intenzioni; gli chiese di leggerlo.
Fenac prese nelle sue mani enormi e pesanti quel foglietto; fece un cenno col capo.
Le suore belavano un Salve regina; la Chiesa piena di teste calve e teste ricce, di pellicce attorno alle spalle e di cappelli appoggiati sulle panche.
“Per tutti quelli che soffrono nel mondo. Perché su di loro scenda la benedizione del Signore. Preghiamo”.
“Ascoltaci, o Signore”
Fenac attese il suo turno, salì i tre gradini che portavano all’altare, s’avvicinò al leggìo.
Guardò in basso.

In prima fila la panca era vuota, come al solito. Così per la seconda.
La terza era occupata dall’ingegner Proietti e dalla moglie Tosca, proprietari di uno zuccherificio. Lui aveva occhiali dalla montatura scura; lei una volpe avvolta attorno al corpo. Accanto a loro il ragionier Foglio, titolare dell’omonima ditta di pennelli, e la sua pluricornificata e pluricornificatrice moglie. Nell’altra navata, sempre alla stessa altezza, stava Binelli, proprietario dell’industria di pennelli che aveva licenziato Fenac; accanto a lui ma una fila dietro Severo, il figlio, responsabile del personale.

E così vidi Fenac guardarsi attorno, smarrito, con quel foglietto in mano. Sopra c’era scritto, come recitava il domenicale che tutti avevamo in mano.
Per gli afflitti, gli ammalati, i bisognosi. Perché splenda alta su di loro la compassione del Signore.
Strinse il foglietto tra le mani, Fenac, sporcandolo del grasso che non era riuscito a lavare dai polpastrelli.
Poi, a bassa voce di fronte alla folla, fece, in un imbarazzato silenzio, “Porca madonna”.
Chiuse gli occhi vacillando un attimo, scese dall’altare, se ne andò.

Ivano Porpora è nato a Viadana (Mantova) nel 1976. Dopo essere diventato area manager nel settore ospedaliero,
nel 2008 ha deciso di mollare la carriera, iscriversi a Lettere moderne all’Università di Bologna e sposarsi.
Ha pubblicato racconti su alcune riviste cartacee e on line. ivano.porpora@yahoo.it

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