Digital Graffiti: Internet underground economy di Walter Molino

Un mondo parallelo nascosto tra i cunicoli fognari del mondo virtuale, una rete di gallerie
silenziose in cui domanda e offerta criminale si incontrano e fanno affari

Illustrazione di Marco Marella

Succulente informazioni esposte sui banchi come quarti di bue: carte di credito, codici di accesso a conti bancari, dati sensibili e pornografia. Miliardi di dollari che ingrassano un’economia sommersa e misteriosa, inaccessibile ai più. è il mercato delle vite e dei portafogli degli altri, il simbolo delle irrisolte contraddizioni dell’era digitale. Se credete alla favola della trasparenza della rete, provate a fare un giro nei meandri più oscuri dell’internet.

Per un anno alcuni esperti di Symantec, software house californiana, specializzata in programmi antivirus, si sono mimetizzati in questo mondo spazzatura che muove cifre vertiginose. Hanno spinto il mouse nei peggiori bordelli digitali della underground economy. Chat, forum, marketplace del crimine: niente a che vedere con eBay, da quelle parti non si mettono all’asta album Panini della stagione ’76-’77 o la 313 di Paolino Paperino, eppure si vende e si compra di tutto, ciò che conta è che sia illegale. Settantamila inserzionisti, 44 milioni di messaggi relativi a informazioni sensibili di utenti e istituti bancari. Oltre il 30% dei prodotti in vendita sono numeri delle carte di credito. Quali? Anche le nostre, potenzialmente. Un quinto della mercanzia riguarda le informazioni bancarie.

Il rapporto di Symantec ha provato a stimare il valore complessivo delle frodi on line e finanziarie: 5,3 miliardi di dollari per le carte di credito e 1,7 miliardi di dollari per i dati bancari. E tra i professionisti delle truffe c’è persino chi si organizza per clan, spartendosi le competenze come le cosche mafiose si dividono il territorio. Succede in Europa e negli Stati Uniti, dove esperti di sicurezza hanno denunciato vere e proprie joint venture tra gang di invisibili pirati informatici come Asprox (che prende il nome da un famoso trojan, i software dannosi nascosti dentro applicativi utili) e Rock Phish (una delle più pericolose imboscate on line per gli istituti di credito).

“Un attacco informatico di grande portata potrebbe avere effetti economici più disastrosi di quelli dell’11 settembre 2001”. Calma e gesso, a dirlo è mister Dave De Walt, boss di McAfee, altro gigante mondiale degli antivirus. Allarmi e denunce non a caso arrivano dai venditori di sistemi di sicurezza on line: non è il caso di farsi prendere dal panico. Un po’ più d’attenzione sì, però. Ora, sarà vero che nel 2008 è cresciuto il numero dei virus informatici, è esploso il fenomeno dei “computer zombie” (pc infetti e usati per mitragliare spam e malware) e che persino Facebook è diventato veicolo di infezione, ma le occasioni in cui ognuno di noi lascia tracce sensibili della propria identità sono innumerevoli e non solo in rete, a cominciare dall’ultimo posto in cui ci sentiremmo in pericolo: la spazzatura. è proprio da lì, dai cassonetti dell’immondizia – ancora meglio quelli per il riciclo della carta – che la catena della truffa ha spesso avuto inizio. Ricevute fiscali, scontrini della carta di credito, estratti conto del bancomat, offerte pubblicitarie, buste con il nostro indirizzo. Ognuno di questi insignificanti foglietti è una tesserina del puzzle che ricompone la nostra identità pubblica: dati anagrafici, indirizzo, casella di posta elettronica, conto corrente bancario, numero della carta di credito e così via.

Se sulla monnezza a tradirci può essere la distrazione, in rete è spesso l’incoscienza e una buona dose di ingenuità. Secondo Umberto Rapetto, comandante del Gat (il Nucleo speciale frodi telematiche della Guardia di Finanza), “il suicidio della riservatezza personale avviene in un’atmosfera festante: curriculum vitae con descrizioni minuziose, album fotografici che spaziano dal battesimo alla laurea, all’ultima vacanza, mappa delle relazioni interpersonali complete di collegamenti alle ulteriori pagine internet di ciascun amico sono la bussola per orientarsi nell’esistenza di chi il malintenzionato sceglie come soggetto da interpretare. Chi viene invisibilmente ‘segnato’ è potenzialmente a buon punto sulla strada di una disavventura annunciata”.

Nella maggior parte dei casi il ladro d’identità riesce a ottenere sotto falso nome un finanziamento o un pagamento dilazionato, ma già alla prima rata, in genere, non onora il suo debito, che ricade ovviamente sul malcapitato. Per il cittadino derubato dei propri dati anagrafici scatta così, a sua insaputa, una segnalazione di irregolarità dei pagamenti, con una comunicazione che arriva al diretto interessato, mediamente, dopo 200 giorni che la frode è stata messa in atto. E alla vittima del raggiro non resta altro da fare che denunciare il fatto alle autorità competenti e segnalare il furto subito all’Osservatorio del credito al dettaglio o ad altri istituti di credito.

I pirati della rete (non chiamiamoli hacker, che sono un’altra cosa) sono certo creativi e spregiudicati: proprio il Gat ha di recente svelato l’ultima trovata, il parceling, una truffa “a carattere umanitario” che, grazie a messaggi che convincono gli utenti a ritirare e consegnare dei pacchi per partecipare a campagne di beneficenza, finiscono per farne dei complici (insospettabili) di complessi giri di furti e ricettazioni. C’è del genio anche nel crimine, è storia vecchia. Nella maggior parte dei casi, però, le truffe digitali sembrano architettate più che altro da acuti sociologi e studiosi di marketing. Non è un caso che il contenuto dei messaggi utilizzati per abbindolare le vittime dei raggiri sia costruito soprattutto sulla promessa di guadagni immediati, proposte di lavoro da casa, improbabili sistemi per moltiplicare piccoli capitali. Irresistibile, per tanti, l’opportunità del soldo facile. Un vizio che può costare caro. è per questo che nel web infestato dai fantasmi adesso c’è anche chi paga per sparire da internet. Cancellare tutto: e-mail, link, foto, pagine personali, citazioni. Non è facile né gratis. E se nell’età dell’apparenza il nuovo business della rete fosse il vantaggio di non esistere?

Il gigante e il nano

“Amici di Facebook…buongiorno”. Camiciola a righine azzurre, sciarpetta blu, riga di lato un po’ stopposa. La minuscola testolina timidamente spunta nel riquadro in sedici noni. “Io finora non ho fatto niente”, pausa. “Per colloquiare con voi”. è l’esordio di Renato Brunetta su Facebook, il più grande social network del mondo, ogni giorno di più popolato di facezie (Hai ricevuto un invito a iscriverti al gruppo “No, i gambaletti nooo!”), e poteva mancare il ministro re dei tornelli? Un video di 44 secondi.

La sua pagina personale c’è già da un po’, e conta più di 18 mila sostenitori. Perdinci. “Vi racconterò un po’ le cose che faccio”. (…ancora?!) “E se voi mi date qualche suggerimento…”, pausa. Ha l’aria di gesticolare, ma le mani non si vedono. “…qualche reazione, lavorerò anche meglio”. Non c’è la poltrona gigante di Maurizio Crozza, ma la spoglia parete giallognola alle sue spalle contribuisce a rimpicciolirne la figura. (…ancora?!). “Tutto qua… grazie ancora, vediamo se funziona… a vostra disposizione”. Senza nulla a pretendere. Punto, punto e virgola, due punti. Facciamogli vedere che abbondiamo Renà.

Non bastassero le orge di parole e gli insulti al vetriolo con cui invadono la televisione,  i politici ci provano da un po’ a invadere la rete. Con risultati francamente scadenti. State già pensando a lui, nevvero? Impossibile dimenticare la performance di Cicciobello Rutelli, er mejo ministro del Colosseo “pliz visit de uebsait, bat pliz visit itali”, in occasione del lancio del famigerato portale Italia.it, quello che al modico prezzo di 45 milioni di euro avrebbe dovuto promuovere il turismo in Italia con un logo, non casualmente, a forma di cetriolo.

Poco importa ai nostri bellimbusti digitali che la rete tendenzialmente li rigurgiti indietro. Il leghista Matteo Salvini ha perfino presentato una mozione parlamentare al ministro delle Comunicazioni per denunciare di essere stato sbattuto fuori da Facebook. Dove, nelle interminabili due settimane di epurazione, era anche nato un gruppo “Riattivate l’account di Matteo Salvini”. La ragione dell’oscuramento? Parrebbe che durante una seduta parlamentare in cui la sinistra ha fatto cinque ore di ostruzionismo con interminabili interventi, Salvini per ammazzare il tempo abbia cercato di contattare in contemporanea quasi tutti i suoi 2 mila “amici”. Eccesso di zelo, disturbo della quiete digitale o petulanza virtuale, il software di amministrazione di Facebook ha tirato fuori il cartellino rosso.

Niente a che vedere con il più ameregano di tutti, Uolterone nostro. Il leader del Pd ha superato la soglia di 5 mila amici, conta 382 foto (sue di lui) e a metà dicembre si è pure presentato alla festa di Facebook in carne e ossa. Ma più che sugli amici, la competizione si gioca sul numero dei fan iscritti alle pagine personali dei leader. E qui c’è poco da stare allegri: Berlusconi ha 23 mila fan, la Gelmini poco più di 19 mila, Brunetta 18 mila, Bossi 17 mila. Veltroni, primo dello schieramento al premier avverso, è solo quinto: 14 mila sostenitori.

Post a comment

You may use the following HTML:
<a href="" title=""> <abbr title=""> <acronym title=""> <b> <blockquote cite=""> <cite> <code> <del datetime=""> <em> <i> <q cite=""> <strike> <strong>