La Borsa e la vita di Marco Esposito

“Perché i promotori finanziari non consigliano mai i Buoni postali? Come mai c’è una spinta pubblica
a sottoscrivere fondi pensione privati? Quale diavoleria impone alle economie di gonfiarsi anno dopo anno? A queste domande, e a quelle che porranno i lettori, proverà a rispondere una serie di articoli.
Linus, l’avrete capito, con il 2009 – l’anno più nero per le economie mondiali e private – prova a esplorare alla sua maniera l’economia. Con un obiettivo: l’estrema chiarezza.  Se proprio dobbiamo soffrire e tirare la cinghia, almeno vogliamo capire perché.

vignetta di Danilo Maramotti

Il fondo di Linus

La catena di Sant’Antonio è alla base anche degli investimenti non truffaldini,  come i fondi previdenziali, pubblici e privati. Tuttavia tutte le catene, anche quelle sane, sono pericolose, perché si reggono su un equilibrio che nel tempo può diventare precario

In Italia è conosciuta come “catena di Sant’Antonio”. Negli Stati Uniti ha il nome di un italoamericano: “schema Ponzi”. La catena, o lo schema, è alla base di tutte le truffe finanziarie. E questo lo sanno in tanti, anche se le esperienze del passato non bastano a tener lontani i risparmiatori incauti dal Gatto e la Volpe di turno. Pochissimi sanno però che la catena di Sant’Antonio è alla base persino degli investimenti non truffaldini, compresi quelli più tranquilli come i fondi previdenziali, pubblici e privati. Anche chi è prudente, chi non darebbe un centesimo al Gatto e alla Volpe, prima o poi andrà in pensione, per cui è forse il caso di provare a capire come funziona la catena di Sant’Antonio e quand’è che si trasforma davvero in una truffa. La materia può sembrare difficile da masticare eppure, con qualche esempio, anche chi prova ribrezzo per le percentuali può farsi un’idea di come girino i soldi.

La catena di Sant’Antonio, alias schema Ponzi, funziona così: una società propone un investimento allettante, i primi risparmiatori aderiscono e, se decidono di uscire, vengono ripagati regolarmente. Ciò attira nuovi investitori, per cui il flusso di sottoscrizioni consente di ripagare gli impegni e di allargare ancora la platea di clienti. A un certo punto però la catena si spezza, i clienti sentono (quando ormai è tardi) puzza di bruciato, chiedono in massa i soldi indietro, nessun nuovo sottoscrittore si avvicina e la società dichiara fallimento. Se l’inventore della catena è stato abile, fugge con la cassa all’estero prima che arrivino le forze dell’ordine. Altrimenti finisce in galera.

Ma il punto è: perché la catena si spezza? Se l’inventore della catena non prende i soldi per sé creando un buco in cassa e se i rendimenti sono proporzionati all’andamento dell’economia, non c’è alcuna ragione evidente del perché la catena debba interrompersi, purché il flusso di nuovi sottoscrittori o di acquirenti delle attività del fondo sia tale da coprire il flusso delle uscite o delle vendite. La catena, insomma, in sé non è un male mentre lo sono soltanto le sue degenerazioni. Tuttavia tutte le catene, anche quelle sane, sono pericolose, perché si reggono su un equilibrio che nel tempo può diventare precario.

Si prenda il caso delle pensioni. In Italia si dice sempre che ci sono due sistemi: quello pubblico, nel quale i contributi dei lavoratori servono a pagare le pensioni degli anziani. E quello privato, i cui fondi investono i soldi dei lavoratori e ripagano le pensioni con i proventi degli investimenti. I due sistemi sembrano opposti eppure nel lungo periodo si somigliano.

Ecco l’esempio promesso. I lettori di Linus decidono di creare un fondo pensione devolvendo per ogni copia acquistata un euro a un fondo che investe in società del mondo che editano fumetti. Visto che il fumetto non morirà mai, l’investimento sembra buono. Il fondo di Linus ha poche regole: si aderisce al massimo a 55 anni di età, si versano contributi fino ai 65 anni e a quel punto si incassa una rendita proporzionata ai contributi versati e rivalutata con il rendimento delle società editrici di fumetti. Supponiamo poi che l’acquirente più giovane di Linus al momento del lancio del fondo abbia 15 anni.

Ebbene, non bisogna essere dei maghi della finanza per capire che per i primi dieci anni il fondo avrà soltanto entrate e nessuna uscita. Perché nessun lettore anziano avrà ancora raggiunto i 65 anni. Il fondo quindi avrà un patrimonio che cresce nel tempo per le nuove sottoscrizioni e che, si spera, cresce per la rivalutazione degli investimenti nel ramo dei fumetti. Il decimo anno ci saranno i primi lettori che chiederanno la pensione. Ma la gran parte dei lettori continuerà a essere un contribuente netto. Ebbene, il fondo pagherà le pensioni girando a chi raggiunge i 65 anni gli incassi dei lettori attivi. E verserà la differenza nel fondo che investe nei fumetti.

Cosa accade il cinquantesimo anno? Che anche il lettore più giovane, il quindicenne, avrà finalmente diritto alla sua congrua pensione. Se i lettori di Linus attivi, cioè tra i 15 e i 65 anni, sono cresciuti nel corso del mezzo secolo, non ci sarà nessun problema a pagare le pensioni. Ugualmente non ci saranno problemi se il flusso di nuovi lettori ha pareggiato quelli che man mano sono andati a incassare la rendita. In tale caso, dopo mezzo secolo, il fondo Linus funzionerà esattamente come il fondo pubblico, che chiameremo Linps. Ovvero le pensioni saranno pagate non dagli investimenti, ma dai contributi degli attivi. E cosa accadrà se malauguratamente i fumetti dovessero passare di moda?

Non succederà mai, certo. Però a livello di mera ipotesi il caso va preso in considerazione. Se i lettori si dimezzano, il flusso di cassa di nuovi contributi non basterà più a pagare le pensioni promesse e il fondo Linus dovrà intaccare il patrimonio, ovvero vendere azioni di società che investono nel settore dei fumetti. Se la crisi sarà mondiale, sarà difficile trovare acquirenti che riacquistino quelle azioni al medesimo prezzo al quale sono state comprate. Il prezzo delle azioni scenderà e il valore del patrimonio accumulato si ridurrà di conseguenza. Se il fenomeno non è passeggero, a un certo punto Linus non riuscirà più a pagare le pensioni promesse e il fondo dichiarerà bancarotta. La catena, quindi, si interromperà senza che, si badi bene, nessuno in tutti questi anni abbia distratto dagli scopi societari anche un solo euro.

La morale è che per tutti i nuovi fondi è facile partire. Ma che soltanto il successo duraturo di uno spicchio di società può consentire ai fondi come Linus di sopravvivere. Mentre per i grandi fondi come Linps il rischio di crac è più remoto, ma non è certo da escludere. Una società come quella italiana, che ha visto più di un milione di bimbi nati nel 1964 – l’anno più prolifico – e poco più di 500 mila nel 1994 – l’anno più sterile – contiene in sé il germe del fallimento.

Con un anno di crac che mette i brividi: il 2029, quando i figli del baby boom compiranno 65 anni e cercheranno di andare in massa in pensione. I politici lo sanno e spingono per far nascere tanti fondi privati stile Linus perché sanno che per i primi decenni per definizione saranno in attivo. Ma il problema è solo rinviato. Se per il 2040 non avremo accolto tanti giovani e brillanti lavoratori dal resto del mondo, in modo da rendere almeno stabile la popolazione attiva, non ci sarà riforma che tenga. Salterà Linps. E anche Linus non starà tanto bene.

* Marco Esposito ha lavorato a Milano Finanza, la Voce di Indro Montanelli, il Messaggero e la Repubblica. Oggi è responsabile economia del Mattino. Per la Laterza ha pubblicato il libro Chi paga la devolution?

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