Laboratorio esordienti di Matteo b. Bianchi

Illustrazione di ALE+ALE

I racconti di Gianni Sherwood

di Carlo Cenini in memoria di Marco Battisti

In un reparto psichiatrico, un paziente, di cui non conosciamo il nome ma solo il soprannome, racconta storie improbabili a un assistente che annota diligentemente i suoi deliri. Un’idea stramba per un racconto, alla quale corrisponde uno svolgimento altrettanto stralunato: l’esordiente Cenini sceglie di aprire svariate e lunghissime parentesi e compiere così continue deviazioni dal percorso principale della narrazione. E alla fine i punti di vista tra chi parla e chi registra quasi si confondono, lasciando però nel lettore una scia di affascinanti suggestioni

Tutti i venerdì, faccio la mia visita a Gianni Sherwood. Io e gli altri del personale non sappiamo perché si faccia chiamare in quel modo, né quale sia il suo vero nome (che si chiami veramente Gianni Sherwood, è per tutti noi un’ipotesi semplicemente ridicola): nessuna delle storie che Gianni Sherwood racconta riguarda una persona che si chiama Gianni, né tantomeno la foresta di Sherwood. Però non è detto che le storie non c’entrino; quelli che lavoravano qui quando Gianni Sherwood è stato ricoverato sono andati in pensione, o sono morti, quindi può essere che quel nome gli sia rimasto addosso da una delle prime storie che ha raccontato, e che noi non conosciamo. Tempo fa, a carnevale, gli abbiamo fatto vedere un costume da Robin Hood, ma lui non ha battuto ciglio, limitandosi a palpare il tessuto verde con aria distaccata, come un ricco mercante di stoffe.

Quello che devo fare, durante la mia visita, è semplicemente ascoltare le storie di Gianni Sherwood, nelle quali è stata individuata l’origine della sua malattia; da qualche tempo, devo anche prendere nota di ogni cosa su un piccolo taccuino. Tra i miei strumenti di lavoro, questo taccuino è l’unico ad avere un aspetto familiare, voglio dire che è l’unica cosa che potrei tenere in mano anche fuori dall’istituto, senza avere un aspetto minaccioso o troppo scientifico. Dopo aver scritto il mio rapporto, devo salire subito dal direttore dell’istituto per leggerglielo. Sulle scale, incontro sempre altri come me, tutti tali e quali con il loro taccuino, in attesa di leggere i loro resoconti di visite fatte ad altri pazienti. Riuniti lì, con i camici, i ferri e i taccuini, sembriamo degli strani burocrati, delle specie di funzionari della malattia, e la cosa non manca mai di farmi sorridere, e ammetto che, in fondo, mi piace salire quelle scale, e entrare nello studio del direttore. Mi fa venire in mente quando ero alle scuole, e giocavo alla guerra.

Quella dei taccuini è un’idea del nuovo direttore, entrato in carica all’istituto un anno fa: quello che era qui prima di lui, e che ora si è ritirato in campagna, aveva metodi diversi, e ci faceva usare solo i ferri. Il direttore di adesso non esce quasi mai dal suo studio e, come capita a volte in posti come questo, ha finito col sembrare, lui stesso, uno dei pazienti; non un paziente normale, certo: un paziente importante, un paziente di lusso, forse persino il re di tutti i pazienti… ma pur sempre un paziente.

(Rischio grattacapi, lo so bene, a parlare così del nuovo direttore, ma il fatto è che questa faccenda dei taccuini mi è sempre sembrata strana, e so di non essere il solo a pensarla così. Discutendo tra noi, inservienti e infermieri, ci siamo fatti l’idea che il nuovo direttore, pur essendo certamente un buon diavolo, sia un tipo troppo originale per un lavoro come questo; e poi, sempre rinchiuso nel suo studio, si vede benissimo che il contatto fisico con i pazienti lo spaventa, e lo irrita. Il direttore che c’era prima se la riderebbe, e direbbe che i taccuini sono solo un trucco per tenere il naso lontano dalla battaglia.)

Di solito, quando è l’ora della visita, trovo Gianni Sherwood accoccolato sul pavimento, sotto la finestra che guarda il lago. Mi avvicino, gli prendo una mano e lo porto verso le seggiole e il tavolino; lui si lascia guidare docilmente, senza rivolgermi né uno sguardo né una parola. Non occorre nemmeno chiedergli di raccontare: dopo un po’ che siamo seduti attacca a borbottare, come se pensasse qualcosa tra sé e sé. All’inizio, in mezzo al brusio degli altri pazienti, non si capisce cosa stia dicendo; solo dopo un po’, alza leggermente la voce, e la storia comincia.

(Forse sto dando troppa importanza al mio paziente, ma mi sembra che la guarigione di Gianni Sherwood stia particolarmente a cuore al nuovo direttore: quando ascolta i miei rapporti appare sempre molto inquieto, e non fa che chiedere se Gianni Sherwood non abbia dato almeno un minimo segno di stanchezza durante il racconto, e con singolare allarme continua a passare gli occhi dalle pareti al soffitto, come se le storie di Gianni Sherwood fossero rampicanti tropicali tanto forti da aprire crepe nei muri, e la solidità dell’edificio dipendesse dalla fine di quelle storie.

Spesso, il direttore si fa ripetere le frasi che ho scritto sul taccuino, e mi chiede se sono sicuro di aver scritto bene, e si dice deciso a trovare il modo di “far tacere, una buona volta, Gianni Sherwood”, così dice, e in effetti nessuno può negare che i racconti siano l’unico disturbo di Gianni Sherwood e che, quando si saranno ridotti a un discorso sensato, lui potrà finalmente lasciare l’istituto; però non capisco tutta questa caparbietà: un tipo come Gianni Sherwood, con tutti gli anni che ha passato qui, cosa potrebbe mai fare, una volta guarito?)

Le storie di Gianni Sherwood sono molto cambiate nel corso del tempo; quelle che raccontava prima che iniziassimo a usare i taccuini, però, nessuno se le ricorda più. Da quando ho iniziato a scrivere i rapporti, comunque, le storie sono principalmente due. In entrambe, lui è come incastrato da qualcuno o da qualcosa.
Nella prima storia, Gianni Sherwood è il mozzo di una nave arenata in una secca; la nave è ferma da più di un anno e il capitano, ormai impazzito, non vuole a nessun costo abbandonarla, e già più volte, in preda al delirio, ha cercato di ammazzare Gianni Sherwood.

Gli altri membri dell’equipaggio hanno provato a raggiungere la terraferma con delle zattere, ma di loro non si è più saputo niente; la costa è lontana qualche chilometro; Gianni Sherwood sostiene che raggiungerla non è difficile, e da molto tempo sta cercando di convincere il capitano ad abbandonare la nave con una scialuppa, ma quello ribatte che superata la secca le correnti sarebbero troppo forti, e li trascinerebbero al largo: è certo che gli altri abbiano trovato quella fine. Quando la fame o il caldo sono molto forti, il capitano inventa ragioni più fantasiose: dice di aver sentito le sirene, e che le sirene gli hanno rivelato che la secca è solo un’illusione, l’intera nave non è altro che un sogno, e non deve preoccuparsi di nulla.

Quando pensa alle sirene, il capitano diventa molto pericoloso: è in quei momenti che cerca di uccidere Gianni Sherwood. Il capitano è anche convinto che ci sia una creatura mostruosa, che lui chiama Serpente, che li aspetta al di là dell’oceano; nelle notti di luna piena, sostiene che la luna sia uno degli occhi del Serpente, ed esige che Gianni Sherwood scenda in acqua con una scialuppa e uccida il mostro. Gianni Sherwood è preoccupato: di recente si è accorto che sia il suo corpo che quello del capitano brulicano di minuscoli parassiti a forma di chiocciola.

Nella seconda storia, Gianni Sherwood è l’amante di una sfinge. Inizialmente ha cercato di farci credere che la sua fosse una sfinge selvatica, incontrata sui Balcani: una storia troppo inverosimile, persino per uno come Gianni Sherwood, tanto che alla fine, costretto dalle nostre domande, ha dovuto ammettere che in realtà la faccenda è molto meno avventurosa. La sfinge in effetti lavora in un centro di calcolo vicino a Pavia, e Gianni Sherwood l’ha conosciuta per caso: lui è l’inserviente che ogni mattina deve pulire il suo box e riempire la mangiatoia (“Togliere la merda e mettere da mangiare”, così dice lui). Quando Gianni Sherwood racconta della sfinge, c’è sempre qualche infermiere che smette di lavorare per venire ad ascoltare, e gli fanno così tante domande che io faccio fatica a scrivere. Dice che la sfinge l’ha sedotto con la sua coda, molto simile a un serpente, e con il suo odore. Ci ha recitato gli indovinelli che la sfinge gli propone ogni giorno. Ci ha mostrato le ferite sulla schiena e sulla nuca che lei gli infligge durante i loro incontri d’amore.

Non sappiamo come abbia fatto a farsi quei tagli, quello sulla nuca ha proprio la forma di un morso: dev’essere stato uno degli altri pazienti.
Anche in questa storia, Gianni Sherwood è preoccupato: la sfinge ama moltissimo bestemmiare, e le sue bestemmie sono tanto fantasiose e divertenti che spesso Gianni Sherwood ha dei violenti crampi alla pancia per il troppo ridere. Ride “così tanto che lo stomaco mi si spacca in due”, così dice, e in effetti ultimamente capita di trovarlo in un angolo, in cortile o nel salone, a ridere con la bocca piena di sangue.

(A dire la verità, c’è anche una terza storia, che Gianni Sherwood mi racconta solo quando nessuno può sentirci; quando me la racconta si agita moltissimo, spalanca gli occhi e prende lunghe boccate d’aria, come se ogni frase fosse un lungo tuffo sott’acqua; ho deciso di non farne parola con il direttore, almeno per ora. Comunque, se la cosa dovesse sfuggirmi di mano, posso sempre usare i ferri. In questa storia, Gianni Sherwood è una specie di inserviente in una specie di istituto accanto a un lago popolato da rane e minuscole sirene con il corpo di lumaca.

Gianni Sherwood odia lavorare in quel posto. Dice che dal lago arriva un fetore nauseante, e che di notte il canto delle rane, che a sentir lui sono centinaia di migliaia, lo fa quasi impazzire. Certe volte, le piccole lumache che vivono nel lago scendono sulle sue palpebre lasciando dietro di sé una scia luminosa, una specie di serpente di luce, che si vede a malapena: Gianni Sherwood dice che è come quando si chiudono di colpo gli occhi, ma si continuano a vedere i contorni degli oggetti; “come carne luminosa”, dice. Dice che ogni giorno il serpente di luce si arrotola su se stesso fino a sembrare un uomo. L’inserviente si intrattiene con l’uomo-serpente, che gli racconta delle storie, storie che parlano di navi arenate, di sfingi, di sirene, di chiocciole; a sentire queste cose, l’inserviente si spaventa, e vorrebbe uccidere l’uomo-serpente; allora l’uomo-serpente si srotola e lo avvinghia a sé, e riprende a sussurrare altre storie ancora più terrificanti. Gianni Sherwood dice che starebbe le ore a guardare quei due mentre parlottano insieme.)

Carlo Cenini è nato nel 1978 vicino a Varese. Due suoi racconti sono apparsi su Nuova prosa e Nazione indiana; oltre che essere scrittore, lavora come filologo, musicista e giornalista. E-mail: carlo.cenini@unipd.it

One comment

  1. Anya

    molto, molto bello. la tonalità – ovattata, con qualche guizzo di luce strana -. il ritmo narrativo – pacato, sospeso -. avvolgente.
    l’affastellarsi dei simboli, poi. verrebbe voglia di mettersi a fare un’analisi/gioco tra psicoanalitico jungiana/antropologica/post-modernista/de-costruttivista. almeno, a me succede così.

    Anya

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