Digital graffiti: Carta da pirati di Walter Molino

La questione dei diritti nell’era digitale e la ricerca di un equilibrio tra autoregolamentazione
dal basso e censura dall’alto

Illustrazione di Marco Marella

Titillato da tutte quelle lucine, il presidente del consiglio Silvio Berlusconi, in visita al polo tecnologico di Poste Italiane, lo scorso 3 dicembre a Roma, svicola fuori tema e annuncia l’imminente rivoluzione del web.

Al prossimo G8 ospitato in Sardegna, l’Italia porterà una propria proposta per la regolamentazione di internet. Caspita, lui dice, quale occasione migliore? Non solo è la terza volta che lo presiedo, e stavolta anzi è un G20, quindi sono veramente un Grande, ma lì “sarà rappresentato l’80% dell’economia e il 72% della popolazione mondiale”.

Sul web c’è troppa libertà, sostiene Silvio, e “l’Onu non potrà mai occuparsi di questo problema, è un luogo troppo pletorico”. Peccato che esattamente nelle stesse ore prendeva il via a Hyderabad, in India, la terza edizione dell’Internet Governance Forum (Igf), un appuntamento promosso (ma guarda un po’) dall’Onu per trattare il tema di internet come diritto universale, con la presenza, da tutto il mondo, di governi, aziende private, associazioni, lobby e liberi cittadini, organizzati in dynamic coalition, aggregazioni spontanee che riuniscono tutti i portatori di legittimi interessi su specifici segmenti del governo di internet: Stati, organizzazioni, società civile e settore privato, impegnati nella diffusione dell’alfabetizzazione digitale e dei diritti dei cittadini su internet, oltre che nella ricerca di un equilibrio tra autoregolamentazione dal basso e censura dall’alto.

L’Igf non ha poteri decisionali, ma si riunisce ogni anno per fornire proposte a chi le decisioni le prende.
Tra i più illustri e credibili protagonisti dell’ambizioso progetto di dare una Costituzione a internet c’è Stefano Rodotà, rappresentante italiano all’Igf indiano e noto ai più per essere stato il Garante della privacy.

Da sempre attento osservatore delle implicazioni sociali delle nuove tecnologie, è grazie soprattutto a lui che l’Italia è in prima fila per la creazione di una Carta dei principi della rete ratificata dall’Onu, con validità globale e capace di sottrarre il web all’arbitrio di Stati e colossi commerciali.

“Le leggi degli Stati si scontrano con il problema dei confini nazionali, mentre i codici di autodisciplina rischiano di lasciare il potere di regolazione solo ai privati che, anche quando si muovono con onestà, non entrano mai in conflitto con i propri interessi. Per questo ci vuole una Carta – spiega Rodotà –.
Per la prima volta, nell’Igf di Hyderabad, la maggioranza delle sessioni è stata dedicata al tema dei diritti, monopolizzando quasi l’attenzione degli intervenuti.

E’ il segno di una maturità o di una crescente preoccupazione? Forse la vera ragione di questo mutato atteggiamento va cercata nella consapevolezza ormai diffusa dell’insostenibilità di un ‘ordine privato del mondo’, affidato alla sola logica del mercato, accompagnato dal rafforzarsi di un ordine ‘securitario’ e da inquietanti presenze della sovranità nazionale. Tutti fenomeni unificati da un dichiarato disprezzo per ogni controllo, da una deliberata eclisse dei diritti”.

La questione dei diritti nell’era digitale e di una Carta per internet è stata posta per la prima volta al World Summit of Information Society (Wsis) dell’Onu nel 2003 a Ginevra. Da allora ha conosciuto un rapido sviluppo nei successivi Igf (Atene 2006, Rio de Janeiro 2007). Un altro che sa di cosa parla è Fiorello Cortiana, membro della Consulta sulla governance di internet e fino a un paio di anni fa senatore dei Verdi, secondo il quale la sparata di Berlusconi “rischia di sollevare equivoci che possono compromettere il ruolo dell’Italia nel processo avviato all’Igf.

In rete funziona ciò che è condiviso e partecipato, ciò che è imposto viene aggirato. Proprio la natura aperta dell’Igf ha dato un significato cogente alle Nazioni Unite, capaci di aver proposto un luogo aperto e itinerante di dialogo oggi unico al mondo”. Insomma, il tema è già bello che aggrovigliato di suo e nonno Silvio ci mette il suo inconfondibile talento per intorbidire le acque.

Condivisione e pirateria. L’esperienza dell’Igf mostra che la necessità di stabilire una serie di diritti e di doveri su internet è un tema troppo serio per essere lasciato alla politica. Che interviene generalmente (e malamente) per rispondere d’istinto alle pressioni di lobby più o meno trasparenti.

Un esempio? Pochi giorni dopo la sparata delle Poste, il governo italiano, attuando un decreto del 15 settembre scorso, ha insediato un “Comitato tecnico contro la pirateria digitale e multimediale”, guidato da Mauro Masi, che in un paio di mesi promette di elaborare una proposta contro la pirateria digitale.

Un business che secondo Palazzo Chigi produce 500 milioni di euro di danni all’industria multimediale. Secondo gli ultimi dati Eurispes, il 25 per cento degli italiani che hanno accesso a internet fa abitualmente download considerati illegali. C’è poco di buono da attendersi: il modello pare essere quello francese, dove a gennaio è entrata in vigore una legge che mira a contrastare la pirateria con due ammonimenti a chi scarica illegalmente: al terzo avviso scatta la sospensione della connessione internet fino a un anno.

I governi britannico e tedesco hanno subito fatto sapere di voler imitare l’esempio francese, ma dal Parlamento europeo è arrivato un monito: “l’interruzione dell’accesso a internet è in contraddizione con le libertà civili, i diritti umani e i principi di proporzionalità ed efficacia e dissuasione”.

Quello della pirateria è oggettivamente un tema scivoloso, in cui si continuano a confondere in una pappetta indistinta le organizzazioni del crimine internazionali (che dalle nostre parti sono uno dei segmenti di mercato innovativi di aziende a partecipazione statale come camorra, mafia e ’ndrangheta) e i milioni di utenti che scaricano e condividono file – senza fine di lucro – attraverso sistemi peer to peer.

Dal 1999, anno di nascita di Napster, la moltitudine degli “scaricatori del web” è la bestia nera delle major che cercano di convincere governi e parlamenti ad adottare misure repressive per fermare chi danneggia i loro fatturati. Eppure, come ha raccontato Raffaele Mastrolonardo sul Manifesto, al di là dell’oceano c’è qualche economista liberale (né sovversivo né comunista) che sta iniziando a ragionare in un modo un po’ diverso.

E’ il caso di Eli Noam e Lorenzo Maria Pupillo, autori di Peer-to-Peer Video. The economics, policy and culture of today’s new mass medium, una raccolta di saggi da poco uscita negli Usa e dedicata all’impatto economico che avranno le tecnologie peer to peer. Gli autori ricordano che le opportunità di business si fondano spesso su innovazioni tecnologiche dirompenti adottate e promosse da comunità di dilettanti al di fuori delle logiche di mercato. E che le imprese, arrivate sempre un po’ dopo, ne hanno tratto grande giovamento.

Così è stato per i radioamatori che hanno spianato la strada ai colossi commerciali dell’etere quasi un secolo fa, e così è stato per i nerds che negli anni 70 hanno messo a punto i primi personal computer. E così per la stessa internet, promossa da un progetto pubblico e sviluppata da una comunità di università.

E’ un vero peccato, spiega Noam, che la società “glorifichi gli innovatori animati da intenti commerciali come imprenditori creativi, ma ignori o disprezzi come pirati o occupanti abusivi le comunità innovatrici”.

Esattamente ciò che accade oggi per coloro che sviluppano e utilizzano applicazioni peer to peer, tecnologie frutto di imprenditorialità collettiva che dovrebbero essere apprezzate e incoraggiate dalla regolazione perché apriranno nuovi spazi di sviluppo economico.

Lascia perdere, Silvio.

Papa pizza

Si presenta come “il modo migliore di navigare nella rete per i buoni cattolici”. E’ Catholic Google, un nuovo motore di ricerca venuto al mondo per rassicurare i milioni di credenti che si tengono alla larga dal web perché pieno di sesso, sangue e carnazza. E’  una barzelletta. No, è tutto vero. Tecnicamente si tratta di un filtro alle ricerche di Google che dovrebbe censurare le pagine più sconvenienti (ad esempio il gruppo di Facebook animato da suore obiettrici che promuovono l’uso del profilattico). I risultati sono talmente esilaranti che Andrea Rivera ci potrebbe scrivere la prossima invettiva contro il Vaticano.

Se ad esempio si cerca “papa”, il primo risultato offerto è “Papa John’s Delivery or Carryout Pizza”, un servizio di consegna pizze a domicilio. E anche se, per venire incontro al pubblico anglofono, si effettua la ricerca “pope”, la prima pagina consigliata è l’articolo dedicato a Benedetto XVI dalla versione inglese di Wikipedia, l’enciclopedia online che tutto è tranne una fonte ufficiale del Vaticano.

E al quarto posto compare un articolo del New York Times che si chiede scetticamente “Is the Pope Catholic?”. Se si cerca “divorzio”, invece, si viene subito mandati sul sito divorziofacile.it.
Post Scriptum: Catholic Google non ha nessun rapporto con la proprietà di Google: tenta solo di sfruttarne il motore di ricerca.

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