La Borsa e la vita: Affidarsi al placebo di Marco Esposito

Guru, promotori, esperti non hanno alcun elemento razionale per prevedere su quali titoli conviene investire, come dimostra una prova sperimentale. Eppure comprare azioni non è una sciocchezza, se si seguono alcune semplici regole

Illustrazioni di Maurizio Minoggio

A Genova ci sono più salite o più discese? Superati i nove anni d’età una domanda simile fa sorridere. Ma se invece di esperienze di vita quotidiana si parla di soldi, risparmi, finanza, si resta fermi ai nove anni per tutta la vita. Nessuno sorride, infatti, quando si sente un cronista al telegiornale che dice: “Oggi in Borsa c’erano soltanto venditori”. Oppure: “Acquisti a pioggia sui bancari”. Eppure in Borsa, proprio come al mercatino sotto casa, il numero di azioni vendute è sempre uguale a quello delle azioni comprate, così come le mele vendute sono per definizione anche mele comprate. E le salite sono tante quante le discese.

In Borsa non è vero che si bruciano miliardi ogni volta che c’è un ribasso perché altrimenti si dovrebbe dimostrare che quei miliardi sono stati creati. Inoltre non si capisce perché in un giorno in cui si bruciano miliardi c’è chi ride perché ha investito al ribasso e ha guadagnato: da dove sono spuntati i soldi per arricchire il ribassista? In realtà le Borse sono un gioco a somma zero e ogni giorno, dal lunedì al venerdì, c’è chi compra sicuro di fare un affare e chi vende con la medesima convinzione. E il prezzo che mette d’accordo compratori e venditori è per definizione giusto, in quanto prezzo d’equilibrio, in ogni istante. Anche se, come è noto, varia giorno per giorno anzi momento per momento.

Dopo qualche tempo si vedrà che uno dei due protagonisti dello scambio, il compratore o il venditore, aveva ragione e ha fatto un affare, mentre l’altro aveva torto. L’uomo comune pensa che ad aver ragione sia il più furbo, il più astuto, il più esperto: chi insomma ha saputo vedere lontano. Ma c’è una prova piuttosto sostanziosa del fatto che nessuno dei due protagonisti dello scambio borsistico sapesse davvero qualcosa di utile ai fini della strategia d’investimento. E che quindi investire in Borsa vuol dire affidarsi in buona sostanza al caso.

Qual è questa prova? Somiglia al test che si usa fare per verificare la bontà di una medicina. Si prendono cento malati, a cinquanta di loro si somministra il farmaco da testare e agli altri cinquanta un placebo, cioè una sostanza neutra. Se il farmaco è efficace, i 50 che lo hanno assunto staranno in media meglio degli altri 50. Di questi ultimi, qualcuno guarirà lo stesso per il cosiddetto effetto placebo. Un investimento in Borsa fatto con un placebo equivale a un acquisto fatto a caso tra i titoli del listino.

Alla Borsa di Milano un buon indicatore del caso è l’indice Mibtel, che misura l’andamento medio di tutti i titoli. Un esperto (ovvero un analista che investe in base a una scienza paragonabile a quella contenuta in un farmaco) non compra tutte le azioni del listino perché sceglierà i titoli che reputa migliori, quelli con la più elevata prospettiva di crescita, e si libererà per tempo dei titoli peggiori, cioè di quelli che secondo le sue previsioni rischiano di perdere valore.

Gli esperti più noti e trasparenti sono i gestori dei fondi comuni di investimento, che sono pagati proprio per mettere a frutto la loro sapienza. Se l’andamento dei fondi azionari che investono nella Borsa di Milano è migliore di quello del Mibtel allora si sarà misurato l’effetto della conoscenza dei professionisti del risparmio gestito.

Tuttavia le classifiche di Mediobanca dimostrano, anno dopo anno, che il risultato degli esperti è in media inferiore a quello del caso. Ciò è clamoroso. I professionisti quando investono (in Italia o all’estero, sui mercati azionari o su quelli obbligazionari) fanno un po’ peggio rispetto a chi sceglie i titoli senza alcun criterio.

Qualche maligno potrebbe pensare che sbaglino apposta, per rifilare patacche agli ignari risparmiatori. Ma tale ipotesi è irrealistica per due ragioni: la prima è che sbagliare apposta richiede comunque un grado di conoscenza (e invece anche voi cominciate a sospettare che non c’è conoscenza possibile in Borsa), la seconda è che se si depurano dai costi di gestione i risultati dei fondi comuni d’investimento si torna al valore medio dell’indice.

Quindi investire con l’aiuto di un esperto significa ottenere in media un risultato pari a quello che si poteva fare da soli, meno gli onorari del professionista. Per restare al paragone con la medicina, sarebbe come se il medico non avesse nessuna capacità di capire la malattia più di quanto non possa fare l’ammalato stesso e la sola differenza consiste nel fatto che incassa un onorario.

Guai però a pensare che sia immeritato l’onorario dei gestori dei fondi comuni d’investimento e dell’esercito di persone (promotori finanziari e impiegati bancari) che si preoccupano di vendervi la loro merce. Passare il tempo a seguire i bollettini finanziari richiede una costanza che nessun risparmiatore fai-da-te avrebbe, mentre star lì a sentire i lamenti del cliente e a provare a rassicurarlo mentre tutto sembra andare a ramengo è una missione socialmente preziosa.

L’importante però è che si sgombri il campo dall’illusione che pagare un professionista dei mercati azionari significhi affidarsi a qualcuno che sa. Non a caso quando si è regolamentata la professione dei “consulenti” finanziari si è deciso di chiamarli “promotori” finanziari.

Così come nessuno sa, per esempio, quale sarà il prezzo del petrolio tra qualche mese. Nel recente passato quando il greggio toccò per la prima volta gli 80 dollari al barile molti analisti pronosticarono un rapido ritorno a quota 60. Invece il prezzo schizzò fino a 147.

Nel luglio 2008 c’era una gara ad annunciare le soglie che secondo le analisi tecniche sarebbero presto state sfondate (150 era a un passo, 200 sembrava raggiungibile in pochi mesi). Invece il petrolio se ne infischiò delle previsioni degli esperti e cominciò a scendere fino a tornare all’inizio del 2009 sotto i 40 dollari.

Ma se nessuno sa cosa conviene comprare, ha senso investire in Borsa? La risposta è sì, nonostante tutto. Se si comprano e vendono azioni con equilibrio, si può fare a meno della, peraltro inutile, esperienza. è sufficiente seguire alcune regole elementari.

Primo: non mettere tutte le uova in un paniere (cioè diversificare).

Secondo: investire in azioni non più di metà dei risparmi e comunque solo soldi che non serviranno per
molti anni.

Terzo: al momento di vendere, liberarsi prima degli investimenti che hanno reso di più. Queste regolette portano un corollario: non comprare fondi bilanciati perché sono un ottimo investimento (rispettano le regole numero uno e due) ma un pessimo disinvestimento: obbligano a vendere simultaneamente uova di tutti i panieri, cioè sia azioni sia obbligazioni, tradendo la regola numero tre.

L’ignoranza sugli investimenti in Borsa ha un’eccezione. Esistono alcune persone, rarissime, che sanno davvero qualcosa di prezioso sul mercato azionario. Per esempio l’amministratore delegato di una società che ha deciso di lanciare una generosa offerta pubblica di acquisto (Opa) su un’azienda quotata sa bene che converrebbe comprare azioni della società-preda per poi rivenderle al momento dell’Opa. Però utilizzare per sé o girare ad altri questa, o qualsiasi altra informazione riservata è reato (insider trading). E si rischia la galera. Se ci si pensa, proprio il codice penale è la prova del nove che in Borsa si può operare solo alla cieca: chi non sa può dare consigli chi sa, deve tacere.

Nota: in questo articolo non si fornisce il dettaglio delle cifre che dimostrano il flop dei gestori di fondi comuni d’investimento, per evitare di appesantire con troppi numeri il discorso; chi è interessato può scrivere all’indirizzo marco.1963@gmail.com

Miniglossario

  • Fondi comuni d’investimento: sono strumenti finanziari che consentono al piccolo risparmiatore di partecipare a investimenti complessi anche con piccole quote.
  • Fondi comuni bilanciati: hanno una strategia d’investimento ad ampio spettro, in genere con lo stesso peso di azioni e obbligazioni.
  • Indice Mibtel: è l’indicatore sintetico delle variazioni di prezzo di tutti i titoli quotati a Milano, pesati in base al valore di ciascuna società.
  • Investire al ribasso: si vendono azioni che non si hanno al prezzo del momento con l’impegno a ricomprarle a una certa scadenza sperando che nel frattempo il valore scenda.
  • Mercati azionari: è il posto dove si scambiano quote di proprietà di società, i cui valori sono soggetti a forti oscillazioni.
  • Mercati obbligazionari: qui si prestano soldi ad aziende o Stati in cambio di un interesse e confidando nella restituzione del capitale alla scadenza.
  • Offerta pubblica di acquisto: è uno strumento che mette piccoli e grandi azionisti sullo stesso piano perché l’acquirente, lanciando l’Opa su una società quotata in Borsa, è obbligato a pagare tutte le azioni allo stesso prezzo.

2 comments

  1. Investire in immobili - Alex

    Sarò di parte, essendo un investitore immobiliare, ma dalla mia esperienza chi sa davvero scegliere gli investimenti immobiliari ha probabilità di certo maggiori che quelli che giocano in borsa. Articolo interessante ( e vero) comunque. Ciao!

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