La strategia del geco di Pippo Russo

Alla fine hanno dovuto sciogliergli la commissione. Che è stato un po’ come sciogliere lui, che era un uomo solo al comando. Ma solo davvero. Lui, Riccardone Villari, ha incassato con la stessa faccia di gesso mostrata in due mesi di permanenza sotto i riflettori. Quelli in cui ha esibito l’irresistibile forza dell’antimateria

Vignette di Maurizio Minoggio

L’irrompere di Riccardo Villari sulla scena della politica italiana, dopo l’elezione alla presidenza della Commissione di Vigilanza Rai, ha avuto la potenza dell’evento metafisico che segna una svolta epocale. Accade, e poi nulla sarà più uguale a com’era. Così è dal momento della sua epifania, avvenuta in modo fortuito come si conviene a tutti gli eventi rivoluzionari.

Lui è stato un fenomeno, con la sua capacità di assorbire ogni avversità (e soprattutto ogni avversione). Senza fare una piega, e anzi mostrando un sorrisetto dalla piega nichilista tanto simile a quello di Kevin Spacey in American Beauty. Roba che a vederselo esibire s’incazza pure un monaco trappista. E in fondo c’era da capirla, questa strategia che è stata l’ultima e più sofisticata forma di resistenza passiva. Lui non mollava manco morto, e questo l’avevano capito tutti.

Ma per tenere la posizione doveva anche evitare di curarsi del fatto che di fronte si trovasse soltanto nemici. Nessuno in Parlamento che lo salutasse, manco lo guardavano. E cara grazia che non gli sputassero in un occhio. Adesso può vantarsi di detenere un primato: essere l’unico in Italia ad avere raggiunto l’unanimità in politica. Perché tutti i partiti presenti nelle due camere, indifferentemente, hanno fatto tutto il possibile per levarselo dai coglioni.

La situazione era grottesca. Non lo volevano i suoi, quelli del Pd. E nemmeno pensavano ch’egli potesse concorrere per qualsivoglia carica, fosse pure quella di capocondominio; ma se lo sono ritrovato eletto loro malgrado, e per questo hanno cominciato a fargli la guerra.

Poi hanno smesso di volerlo pure coloro che l’avevano eletto, quelli del centrodestra; i quali l’avevano messo sulla poltrona di presidente della Commissione parlamentare di Vigilanza Rai per fare un dispetto alla controparte, ma poi pretendevano di annullare gli effetti per giungere a un accordo sul nome di un altro candidato. “Era solo tattica, adesso bisogna eleggere un vero presidente” dicevano.

E dalla parte opposta aggiungevano: “Ok, adesso possiamo indicare un presidente che piaccia a entrambi gli schieramenti”. E tutti quanti ad aspettare che lui si dimettesse. E lui, cosa ha risposto? Esattamente come direbbero dalle sue parti in circostanze siffatte: “Manc’ pp’o cazz’!”.

Gli hanno dato la bicicletta, e lui ha iniziato a pedalare; perché mai avrebbe dovuto mollarla? Questa era la logica, e non faceva una grinza. Qual era il motivo per cui doveva dimettersi, se non gli era stato nemmeno dato il tempo di operare (e, al limite, far danni)? Dal suo punto di vista, nemmeno peregrino, è stato un pasdaran della correttezza istituzionale.

E la sua convinzione – unitamente al suo ego – viene rafforzata dal constatare che per schiodarlo da lì si sono messi all’opera fior di giuristi e costituzionalisti, affannosamente alla ricerca del cavillo e della scappatoia che ne rendessero possibile la rimozione.

Naturalmente non era per rispetto delle istituzioni che Villari se ne restava al suo posto. Molto più incideva l’indistruttibile cromosoma democristiano che porta a fiutare l’essenza del potere come solo rimedio al disagio dell’esistere. Una presidenza (qualsiasi presidenza) è cosa troppo seria per essere mollata soltanto perché così viene richiesto. Si è visto mai? E infatti Villari non mollava.

Di più: rilanciava, dando corso a una sequela di non-sense da lungometraggio dei Monty Python. La sua strategia era quella del geco: che arriva quatto quatto e si piazza lassù in un angolo del soffitto a guardarti fisso in faccia stralunato. E per quanto sembri immobile, a ogni tentativo d’acchiapparlo scivola via inafferrabile, capace d’andare a nascondersi negli anfratti impensati. E vedendolo sparire sai che lui è sempre lì, e prima o poi tornerà a mostrarsi da qualche parte. Placido e imperturbabile.

Villari faceva esattamente così. Si dissolveva e riappariva a proprio piacimento. Spegneva il telefono cellulare quando lo cercavano; e poi rispuntava all’improvviso, fasciato dall’immancabile sciarpa di cashmere, con l’aria sorniona di chi va chiedendo in giro: “Qualcuno ha chiesto di me mentre ero via?”. Sui suoi (ex) compagni di partito del Pd ha esercitato una straordinaria mossa di ju-jitsu, ritorcendo su di loro la forza soverchiatrice che quelli avrebbero voluto esercitare su di lui. Loro avevano convocato il gruppo parlamentare per determinare la sua espulsione, e invece lui ha preso la parola per dire che espelleva tutti loro. Poi, celebrato il numero, ha girato i tacchi e se n’è andato fra lo stupore generale.

Ma anche i rappresentanti delle forze del centrodestra erano giunti oltre la soglia della detestazione. E un’ora sì e l’altra pure gli mandavano a dire di piantarla e farsi da parte. Lui incassava e rispondeva col solito sorriso. Con presidenziale magnanimità. Ha l’anima di gomma, assorbe tutto senza scomporsi. Era in missione per conto di Io, e sulla scorta di tale investitura amministrava il programma e stilava l’agenda.

Rimarrà nella leggenda la riunione della Commissione di Vigilanza tenuta a metà gennaio. Presenti: il presidente Riccardo Villari. Interviene nella discussione: il presidente Villari Riccardo. Delibera a maggioranza coi voti dei signori: Riccardo presidente Villari. La seduta viene sciolta per decisione di: Villari Riccardo presidente. Verbale stilato a cura di: il segretario presidente Villari Riccardo. Riunione aggiornata a data da destinarsi, quando gli altri commissari avranno la compiacenza di essere presenti unitamente al presidente Riccardo Villari. E poi dice che i supereroi non esistono.  pipporusso@unifi.its

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