Laboratorio esordienti di Matteo b. Bianchi

illustrazioni di ALE+ALE
Guarda di nuovo
di Arnaldo Greco
La maestra della short-story americana Grace Paley aveva intitolato una sua raccolta “Piccoli contrattempi del vivere”. Mi è tornato in mente quel titolo leggendo il racconto dell’esordiente Greco, che descrive i piccoli contrattempi di una serata nella vita di tale Lenin Mancuso. Code al cancello, vecchiette troppo lente sulle scale, amministratori assenti, ascensori difettosi: brevi incidenti di percorso in grado di suscitare piccole riflessioni filosofiche e che, col lento accumulo, finiscono per dare al protagonista anche una motivazione valida per lasciarsi (finalmente?) andare e soccombere
Ci sono sere che torna a casa e gli scivola in testa che, essenzialmente, il suo paese è oppresso dalla rabbia accumulata nelle code alla posta. E in ogni fila, si potrebbe dire, allargando l’inquadratura.
Sarà la larghezza eccessiva oppure il motorino lento e mal posizionato, ma la durata delle soste al cancello elettrico lascia troppo spazio all’anarchia, e il pensiero si perde nelle famose pieghe. Un amico dice che non esistono solo due scelte: camminare lungo un burrone o caderci. Ce ne è anche una terza, di opportunità: giocare a tenersi in equilibrio sul ciglio. A Lenin Mancuso, questo occorre con frequenza soprattutto davanti al cancello. E mentre scende a parcheggiare la macchina.

Appena imbocca la strada di casa fruga nel portaoggetti alla base dello sterzo, cerca il telecomando. Lo afferra e preme frenetico come un concorrente di telequiz. Per fortuna nessuno può chiedergli il senso di quella fretta. L’augurio è che d’improvviso il raggio d’azione delle onde sia maggiore o che l’amministratore abbia dotato il palazzo di un nuovo cancello fantascientifico che rientra nel muro. Sciolta questa risibile speranza, aspetta e, poi, parcheggia l’auto.
Nel condominio in cui vive non ha garage, e così ha affittato un posto macchina nel cortile del palazzo dirimpetto. Un posto auto coperto ma non chiuso, tra due pilastri pittati di bianco la cui enormità non è giustificata dalla semplice costruzione che gli tocca reggere. Erano stati messi lì per costruire qualcosa che non si era più potuto terminare? Magari di abusivo? Probabile ma non fondamentale. Lì lascia l’auto, scende due rampe di scale – deve colmare il dislivello cortile/ingresso del palazzo –, attraversa la strada e prende l’ascensore. Come si ripete fin troppo spesso: non si può avere tutto dalla vita, curiosamente il palazzo che ha il cortile non ha l’ascensore.
Pare che esistano due scuole di pensiero su come posteggiare una macchina in uno spazio con un’unica soluzione d’uscita (in questo caso anche dall’entrata complessa). Di punta o sedere. è palese che la stragrande maggioranza degli uomini che governano la terra concordino sul fatto che la macchina di Lenin vada parcheggiata con la punta verso il muro. Dovrebbe arrivare, fare la cosa più semplice, e affrontare il problema nel momento in cui sarà davvero necessario affrontarlo. Il senso di questa soluzione sta nel fatto che, per esempio, il giorno dopo potrebbe prestare la macchina, e a quel punto, di tutta la manovra fatta per lasciare il portabagagli verso il muro, e il muso pronto a uscire, beneficerebbe qualcun altro. Il parcheggio dovrebbe essere utile, mentre questo non è pensare “economico” proprio per nulla. D’altra parte è proprio parcheggiare col sedere di fuori che sta portando alla distruzione del pianeta.
Lenin scende dalla macchina ed attraversa il cortile. Da quando ha scoperto tutta la tiritera sulla razionalità del parcheggio è molto infastidito. Gli piaceva parcheggiare col muso pronto a uscire per scelta istintiva, non per sensi di colpa. Diversi spazi sono liberi. La rigorosa disposizione dei pilastri rende il cortile burocratico; solo un Suv non è sotto la pensilina.
Ad ammonirlo c’è un divieto di sosta a cui nessuno crede: quello è il posto che il senso comune ha assegnato agli ospiti. Ha su una fiancata il numero di telefono di un Pronto Soccorso Idraulico. Vuol dire che in qualche casa ci sono lavori che si protraggono fino a tardi. Prima di andare a dormire, il padrone di casa potrà ironizzare sulle cilindrate – sempre troppo alte – delle automobili degli idraulici. La luce è quella della sera, ma il palazzo per via dell’orientamento è buio. Lenin entra e, un istante prima che arrivi a colpire l’interruttore fosforescente con un pugno di taglio, la luce s’accende. Sfiorando il corrimano, scende svelto giù per le scale.
– Buonasera.
La nonna di un suo ex compagno di scuola sembra non riconoscerlo, forse non lo fa neanche sentendo il suo nome, ma di sicuro all’ascolto di quello del nipote rilassa l’espressione.
– Salgo dall’amministratore, le faccio compagnia sulle scale?
– Grazie. Si vede che è amico di Gianni.
Si vedrebbe davvero solo se le scippassi la borsa, non lo dice, anche se lei non capirebbe comunque. Cominciano la scalata. La signora è grossa, soprattutto di gambe. Nonostante le spesse calze marrone scuro, si intravede il verde delle vene. Affronta gli scalini alzando solo una gamba: alza sempre la destra e poi la raggiunge sul nuovo scalino con la sinistra. Lui prova a informarsi su Gianni per smorzare il silenzio, ma lei non gli risponde. Ansima forte, non se ne cura o non può farlo.
Vive solo al primo piano. Se Lenin potesse controllare l’orologio senza paura di metterla a disagio, saprebbe che spendono venti secondi a gradino. Quando lui le guarda i piedi scopre che non arriva con tutte le piante sul nuovo gradino. L’intero tallone resta sospeso, la signora confida nel braccio che la ancora al corrimano. L’equilibrio si gioca sul tacco della scarpa, i piedi scivolano sullo scalino fin quando il tacco non li arresta. Così, per entrambi i piedi. Lui smette di anticiparla su ogni scalino e comincia a seguirla piede per piede.
– Ora mi lasci, per favore.
– Perché? Si faccia aiutare. Ne mancano solo cinque.
– Mi preceda alla porta.
Appena Lenin ha saltato i cinque gradini la luce si spegne. è vicino alla porta, e anche all’interruttore. Riaccende la luce. Quando anche lei arriva, lo ringrazia. Prende le chiavi dalla borsetta, lo invita a mangiare la pastiera, al sarà-per-un’altra-volta lo ringrazia di nuovo e saluta. Lui sale un’altra rampa, bussa alla porta dell’amministratore, nessuno risponde. Ma se l’aspettava! Tira fuori una busta coi soldi dell’affittasi-posto-macchina, la fa scorrere sotto la porta, e scende.
Mentre esce dal portoncino, la luce si spegne di nuovo. Ripensa alla signora. A quando deve fare gli ultimi scalini da sola al buio, alla prima volta che s’è accorta che nel lasso di tempo di un’unica schiacciata di luce non riusciva a salire. Magari avrà dato la colpa alla spesa o alla lunga passeggiata. Pensa a come le prime volte ha provato ad accelerare, e come gli scalini da percorrere al buio da uno sono diventati due, tre, quattro. Quanto è stato stupido a credere che lei potesse non farcela a tenersi in equilibrio, quanto invece possiede quella scala con sensi a lui sconosciuti!
La immagina ansiosa di restare senza luce, per scoprirsi prima rassegnata e poi anche placida e consapevole di poter percorrere i gradini senza conti alla rovescia. La vede mentre cerca le chiavi in borsa aspettando il buio a sette scalini dal traguardo, e quando il buio la ricopre, riprendere lena e arrivare a casa. Ma se la sua speranza fosse fasulla? Altrimenti non gli avrebbe chiesto di precederla sul pianerottolo… Si augura, almeno, non sia vero neppure il contrario.
Il coraggio di accettare la pastiera gli è venuto troppo tardi.
Attraversando la strada non evita di calpestare i confini delle scomposte pietre di basalto. Appena infila la mano nella tasca scopre che il cancello esterno del suo palazzo è solamente appoggiato e non chiuso. Ha la mano ancora nel cappotto, spinge con la spalla destra il cancello, quindi tira fuori le chiavi. Apre il portoncino e va verso la sua scala, sulla sinistra. C’è posta, ma non può aprire la cassetta, e poi gli sembra solo pubblicità. Sente che l’ascensore fermo al piano lo sta aspettando. Pensa a come spiegare a qualcuno che quella è tutt’altro che una delle piccole cose di cui accontentarsi. Schiaccia il cinque. Di solito dice di vivere al quinto, ma in realtà vive al sesto: manca ancora un piano che l’ascensore non raggiunge.
L’invasività della tecnica lo porta a rispondere impropriamente. Afferra la chiave di casa, identica alle altre del mazzo, e perciò segnate da un colore. Deve fare un piccolo sforzo perché non ha il solito mazzo, e – a fronte del principio utile – i colori non corrispondono in entrambi i mazzi. Si accorge di essersi appoggiato allo specchio e per quanto non gli capiti spesso di appoggiarsi in ascensore, gli pare di ricordare di farlo di solito sulla parete opposta. Quando il display segna il cinque, sente uno scossone. L’ascensore è immobile, ma la luce non è andata via. Quando preme il tasto Ù – spera sia questa la campanella, seppure scolorita – la luce si spegne e lo lascia nello scuro. Con le mani forza la porta, intravede il piano. Ripreme il tasto, stavolta sente un suono. Aspetta, ripreme, aspetta di nuovo.
– C’è qualcuno dentro?
– Signora, sono al quinto piano!
Mentre la signora sale, tira un forte respiro e prova a forzare di nuovo le porte. Vede meglio il pianerottolo, ci sarà un dislivello con l’ascensore di 50 cm. Quando lascia la presa, guarda giù e fa giusto in tempo a vedere il nero che gli mangia le scarpe. Ora si accorge di più del buio. Prova un’altra volta a forzare le porte: vorrebbe metterci la spalla o la gamba dentro, ma ha bisogno di riposare di più. Qualcuno è arrivato al piano.
– Se mi dà il numero, chiamo l’assistenza.
– Qui è buio. Non riesco a leggerlo.
– Forse l’amministratore lo sa.
– Voglio sperare. Sarebbe davvero geniale anche lasciarlo solo dentro…
– Intanto vedo se le riesco a passare un accendino.
– Le sarei molto grato. Si tenga pronta a buttarlo dentro mentre provo ad aprire le porte.
– (Plonk)
– Grandioso!
– Lo trova?
– Eccolo, è pronta che glielo detto?
– …no, aspetti, non ho da scrivere. Torno giù, avviso mio marito e prendo il cellulare. Stia tranquillo che ormai è fatta.
– Grazie mille.
Lenin si acquieta e resta in ascolto dei passi lungo le scale. Quando quelli si esauriscono, si annoia. Con un gesto accompagnato da un brutto verso gutturale, riesce a mettere dal piede sinistro fino all’anca e un braccio tra le porte. Di aprirle di più non se ne parla, ma la pressione è ben distribuita e riesce a resisterle. Guarda fuori, sorride perché è da quell’altezza che vedono il mondo i bimbi, secondo lui, poco più in alto della ringhiera.
Poi avverte uno scatto, sente il rumore dei vestiti che si stracciano e la gamba che gli gratta contro il muro. Urla di dolore, ma troppo presto, perché quando il male più forte arriva non sa come reagire. Tira fuori la gamba, e il braccio resta bloccato. Solo con quello, non riesce a fare nessuna leva. Quando le porte si riaprono e la luce torna, vede l’indice e il medio della mano sinistra goffamente appesi al resto della mano. E poi, beh, se uno non è autorizzato a svenire allora, quando? n
Arnaldo Greco: Nato a Caserta nel 1979. Si è laureato con una tesi sulle interpretazioni esoteriche della Divina Commedia. Attualmente vive e lavora a Milano. Ha pubblicato racconti e interventi su Nuovi Argomenti e con Fandango, Fazi e Feltrinelli. In primavera, per Fandango, uscirà Nomi, cose, città, il suo primo libro. Una volta ha concluso una gara di triathlon e, un’altra, ha intervistato David Foster Wallace.
Ha una moglie, una squadra di Hattrick, e un figlio.
E-mail: myskin@gmail.com






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