La Borsa e la vita: Caro federalismo di Marco Esposito

 

esposito-2Addio agli sprechi, lo Stato costerà meno. E’ questa la speranza di tanti sostenitori
del passaggio al federalismo fiscale. 
Ma siamo sicuri che alla fine il conto non sarà più salato? 
Per ora c’è una sola certezza: anche calcolare i costi avrà un suo costo 

Parlare in modo neutrale di federalismo con il cognome che porto l’è dura. Eppure l’auto che ancora guido ha una targa (MI6X7147) che rivela una passata residenza milanese. Mi scuseranno però napoletani e milanesi perché per una volta vorrei parlare di federalismo fiscale senza accendere la solita polemica Nord-Sud, ma chiedendo una cosa che dovrebbe interessare tutti: c’è il rischio che l’Italia federale costi di più? Con una promessa: l’unico numero citato nell’articolo sarà la targa della mia vecchia Renault, perché la scommessa di questi articoli è che si possa parlare d’economia senza ricorrere a decimali e percentuali.

Del resto dove sono i numeri? Il Parlamento in queste settimane sta discutendo un testo pieno di buone intenzioni, ma al buio dal punto di vista dei dati. E le grandi istituzioni contabili nazionali – Banca d’Italia, Corte dei Conti, Ragioneria generale dello Stato, Isae, Istat – sono sfilate di fronte ai deputati ripetendo tutte la stessa litania: non è possibile al momento fare previsioni sui costi.

esposito-1
Eppure qualcosa si può immaginare, intanto valutando se sono sensate le affermazioni di chi spera che il federalismo porti una bella sforbiciata alla spesa pubblica. Il partito dei risparmisti ha due frecce al proprio arco. La prima freccia ha come bersaglio gli sprechi: se seguo il principio dei costi standard e do soldi a tutti in base alla lista della spesa di chi è più efficiente alla fine mi resterà in tasca qualcosa. La seconda freccia ha come obiettivo i politici: più sono vicini (sindaci, governatori) più è facile controllarli e punirli se sbagliano.

Cominciamo da quest’ultimo punto. Purtroppo non c’è alcuna evidenza che piccolo sia bello dal punto di vista dell’onestà dei comportamenti. In Italia sono finiti sotto inchiesta amministratori che agivano in comunità locali e capi di governo. Inoltre la più grande truffa nazionale è avvenuta in una città di modeste dimensioni, Parma. Ed è avvenuta nonostante i protagonisti si conoscessero tutti. O forse proprio perché si conoscevano tutti.

Il discorso dei costi standard è più sensato. Se per la sanità do alle venti regioni i soldi che in media spendono le migliori è matematico che la spesa complessiva si ridurrà. Purtroppo però il disegno di legge in discussione prevede che gli eventuali risparmi ottenuti con tale sistema dovranno essere messi a disposizione dell’insieme delle regioni. Le quali (decisive ai fini del via libera alla riforma) si dicono pronte ad accettare una diversa distribuzione tra l’una e l’altra ma non una riduzione del totale dei soldi da gestire.

I ragionamenti degli ottimisti, quindi, portano al massimo a ottenere un federalismo fiscale a costo zero. Cioè che al cittadino in media porterà la stessa pressione tributaria.

Poco male. Quando la partita è difficile, già un pareggio è un eccellente risultato. Ci sono, purtroppo, diverse frecce anche all’arco di chi teme che i costi dell’Italia federale tenderanno a lievitare. E i pessimisti hanno ragioni tecniche che meritano la massima attenzione, se non altro per dissipare i dubbi di chi teme un’impennata di spese e tasse.

Proviamo a esaminare le critiche e, se possibile, a smontarle. Primo dubbio. La riforma prevede una clausola di salvaguardia in base alla quale se una regione applicando le nuove regole dovesse subire tagli troppo forti al punto di mettere a rischio i diritti garantiti dalla Costituzione può scattare l’intervento dello Stato, che dovrà farsi carico sia pure a termine dell’eccesso di spesa. Il rischio di aumento di spesa è evidente, tuttavia con uno sforzo d’ottimismo si può pensare che tale clausola non sarà mai attivata.

Secondo dubbio. La riforma prevede un livello minimo di servizi pubblici uguali in tutta Italia, sempre nel rispetto della Costituzione. Oggi però ci sono servizi di chiaro interesse pubblico (come gli asili nido) che sono quasi inesistenti in alcune province e sarà difficile stabilire un Lep (nuova sigla con la quale familiarizzare quanto prima: Lep, ovvero livello essenziale prestazioni) che escluda tali servizi basilari. E, se non li escluderà, si dovranno finanziare anche dove oggi colpevolmente non ci sono. Con un possibile aumento della spesa che però, sostengono senza avere tutti i torti gli ottimisti, potrà arrivare dai tagli degli sprechi.

Terzo dubbio. Oggi le regioni più spendaccione in rapporto agli abitanti sono Valle d’Aosta, le province autonome di Bolzano e Trento e poi a un livello più basso Molise, Basilicata, Umbria, Liguria. Sono regioni un po’ al Nord e un po’ al Sud e hanno tutte in comune la piccola dimensione dal punto di vista demografico. L’Italia infatti è composta da regioni che hanno più o meno gli abitanti di un medio Stato europeo (la Puglia come l’Irlanda, il Lazio come la Danimarca…) e altre che sono popolose come un solo quartiere di Londra o Parigi. Moltiplicare per venti o per ventuno i centri di spesa rischia di essere una soluzione intelligente come lo sarebbe tornare a dividere Unicredit o Banca Intesa nelle venti o trenta banche che negli anni si sono fuse (o federate, se si crede) proprio per ridurre i costi. D’altra parte è sotto gli occhi di tutti che al supermercato la spesa costa meno rispetto alla salumeria sotto casa. Certo, è difficile individuare il livello di popolazione ottimale di una regione o di un comune; ma è proprio la grande diversità presente oggi che fa sospettare che vi sia una fascia di enti locali che dovranno spendere troppo per gestire da soli cose che oggi sono fatte magari anche benino una volta sola a Roma.

Quarto dubbio. E’ difficile chiedere sacrifici e rigore a delle regioni se nel frattempo ce ne sono altre che mantengono condizioni di assoluto favore. Perché i calabresi dovrebbero tirare la cinghia se i siciliani si sono assicurati poteri fiscali speciali sui prodotti energetici? Perché i veneti dovrebbero fare da modello di efficienza per campani e pugliesi se ai loro confini sudtirolesi e friulani vivono con regole tutte speciali? La riforma in discussione non affronta il problema della parità di trattamento tra regioni ordinarie e territori a statuto speciale, nonostante i referendum dei comuni che chiedono di passare da regioni ordinarie ad altre autonome dimostrino che il problema di creare un sistema valido per tutti è molto sentito. Per frenare la fuga dei campanili verso le aree a statuto speciale finora si è seguita la strada più classica: dare incentivi. Ovvero pagare.

Quinto dubbio. L’autonomia finanziaria è la possibilità per gli enti locali di cambiare delle tasse nazionali e di introdurne altre nuove di conio. Un sistema che potrebbe in teoria portare una riduzione della pressione fiscale (abbasso l’addizionale Irpef e introduco una minitassa sui turisti che arrivano con auto più lunghe di cinque metri con saldo finale negativo) ma che avrà un costo di gestione non trascurabile. In particolare sono preoccupate le imprese, le quali non di rado hanno stabilimenti in diverse regioni italiane e dovranno pagare alcune tasse in base al luogo di produzione, altre legate al luogo di provenienza dei beni acquistati e altre in base al comune di residenza dei propri dipendenti. Pane per i denti dei commercialisti. E il pane ormai costa caro.

C’è infine una certezza. Ed è venuta dall’Istat, la fabbrica italiana dei numeri. Che di numeri, stavolta, non vuole darne. Come mai? Vale la pena di riportare le parole di Luigi Biggeri, il presidente dell’Istat, dette alla Camera: per costruire il federalismo fiscale occorre rafforzare il sistema di informazione con “dati solidi e di elevata qualità”. Un modo elegante per dire che le cifre di adesso sono ballerine e se le si guarda bene nemmeno tanto attendibili. Perciò occorre “un serio investimento in risorse finanziarie, tecnologiche e professionali da dedicare in modo permanente all’obiettivo della costruzione del sistema informativo per il federalismo”. è chiaro il messaggio? Se volete numeri affidabili per capire di cosa si parla serve un investimento serio. Dovete (dobbiamo) pagare. In modo permanente.  

Illustrazioni di Danilo Maramotti 

Post a comment

You may use the following HTML:
<a href="" title=""> <abbr title=""> <acronym title=""> <b> <blockquote cite=""> <cite> <code> <del datetime=""> <em> <i> <q cite=""> <strike> <strong>