Laboratorio esordienti di Matteo b. Bianchi

 

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illustrazioni di ALE+ALE

Vita 2.0

di Gabriele Caprioli

Guido con gli occhi in fiamme e il cuore grigio, mi sento bene e mi sento male, vagabondo nella nebbia più appiccicosa mai vista, a momenti mi immagino schiantato contro un albero, eppure felice.
Sono nei guai. 
Non è proprio tutta colpa mia, mi affanno per spiegarlo a Puta Madre, per quel che può valere un suo sì o un suo no, più probabile un’alzata di spalle.
Puta Madre cambia idea più spesso di un dado truccato, non sa cosa vuole dalla vita ma ci si diverte, eccome. Quando ha detto ti amo la prima volta, eravamo in una piazzola di sosta, molto prima della nebbia e io avevo l’indice della mano destra infilato per metà nel suo buco di culo, tolto subito.

A quel punto mio suocero era già secco o quasi, non conosco l’ora precisa del decesso, mi spiace e comunque per il resto del mondo lui è ancora vivo quindi l’ora è tutto sommato un dettaglio ininfluente.Spingo un po’ più avanti i miei ragionamenti, lento come il motore di quest’auto mentre attraversiamo la notte appannata, penso sia giusto far morire il vecchio in modo ufficiale, comincia a darmi noia l’idea del suo cadavere chiuso nel bagagliaio, ogni tanto pianto le ruote sullo sterrato per scendere e andare a controllare che non ci sia la sua mano che penzola. 

 

Puta Madre mi ride in faccia, sbriciolando i suoi denti storpi e mi chiama loco, che nella sua lingua significa matto e che lei traduce ogni volta in modo diverso, svitato mi dice oppure sballato, srotellato, tonto, frocio, lunatico, fascista, quello che le passa per la testa insomma, mi carezza la barba ruvida con quella malinconia sexy che hanno in dote le puttane di strada e mi invita a tornare dal mio dottor Coppertone, che poi sarebbe il Professor Cuperani, il più brizzolato analista Junghiano di tutto il Nord Italia. 

La mia vita numero uno prevedeva una visita ogni settimana nel suo studio spalmato di parquet chiaro fin dentro il bagno, io mi presentavo alla porta con il funerale nell’anima e sozzi vermi che strisciavano sulle tempie, Cuperani era l’unico uomo al mondo che poteva rimettermi in sesto. La nebbia è sempre più insidiosa, non ricordo dove siamo diretti e mi manca tanto l’analista.

Gli occhi incollati al parabrezza, racconto una selezione di cazzi miei a Puta Madre, la mia analista supplente, le racconto tutto, anche quello che Cuperani si è sempre immaginato ma non si è mai sentito dire. Questioni di sesso. Perché andare da un analista e non parlare di sesso è come stare seduti su una seggiovia bucata, parole di Cuperani, quindi devono avere un senso.
Il blocco. Il blocco che dovevamo affrontare e superare insieme, senza fretta, ci potevamo mettere anche tutta la mia vita numero uno. Con Puta Madre è già la vita numero due, blocco scomparso, saltato in velocità, l’ultima volta che mi ha detto ti amo stavamo pisciando insieme contro il muro di una banca e io mi sono emozionato e schizzato le punte delle scarpe.
La mia vita numero due inizia per la precisione nei cessi di un Autogrill, un colpo di fulmine loco, questione di sesso, Cuperani ha studiato e lo sa bene, solo al sesso pensano gli impiegati dal settimo livello in giù, che altro potrebbero fare? Carriera?

Quelli più fortunati esercitano saltuariamente una mediocre attività sessuale, gli altri cortesemente massaggiano l’arida vagina della loro consorte, finché noia non li uccida. Succedeva nella mia vita quotidiana numero uno e nel mentre c’erano pranzi e cene, si parlava di vacanze e politica, si faceva la spesa, almeno una volta la settimana, si litigava e si studiava come mettere in pratica qualche piccolo ricatto di coppia.
In compagnia di Puta Madre sono talmente perso da non sapere nemmeno se posso considerarmi in fuga o se sto tornando a casa mio malgrado. 
è qui che sbadiglia al mio fianco, scalza e volgare come Dio la creò un Sabato notte in cui aveva voglia di uscire per strada e non trovarci solo lampioni.

Intanto dovrei spiegare che non l’ho ucciso io, il signore nel bagagliaio, non c’era motivo, mi stava simpatico quell’uomo, non l’avrei portato con me all’Autogrill se non fosse stato così.
Mentre mia moglie con sua madre, per il terzo anno consecutivo, inanellavano rosari e novene chiuse in un pittoresco convento a picco su un laghetto ghiacciato del Trentino, mentre Puta Madre battezzava la mia vita due nel cesso più lurido del Nord Italia, mio suocero si rimpinzava di schifezze al ristorante dell’Autogrill, il suo posto preferito, la prima tappa fissa dei nostri fine settimana di libertà. Stavolta sognavamo di arrivare giù fino al mare, se la vecchia Prisma non ci tradiva, stavolta affrontavamo la nostra sfida definitiva.

Visto il cartello bianco ho accostato, davanti a noi da qualche parte c’è il Po, a Puta Madre dico che si tratta del fiume più grande del Nord Italia, lei sbuffa.
Dovrei convincerli che è morto per cause quasi naturali, non solo, dovrei raccontare la storia del mare e degli esercizi spirituali delle nostre rispettive mogli e dove eravamo io e Puta Madre mentre il vecchio ingoiava le pastiglie blu e si faceva schizzare la pressione oltre gli argini, un diluvio di battiti cardiaci e l’ultimo sorriso che si ferma a metà strada sulla via della beatitudine. In realtà non sarebbe questo grande problema se ci fosse Cuperani ad ascoltarmi o uno bravo come lui, riuscirei forse a giustificare i lividi che gli ha lasciato in faccia Camila, con le sue manone da carpentiere mancato, nel tentativo di rianimare il vecchio, Camila è il travestito che lavora in società con Puta Madre, non so quanto ci mette a prepararsi prima di uscire di casa la sera e quanto trucco consuma ma l’effetto è notevole, specie in penombra, cosa poteva saperne un uomo del secolo scorso di questa allegra confusione di generi sessuali del terzo millennio, figurarsi che mio suocero non è nemmeno mai stato in analisi in tutta la sua vita, per dire.

La nebbia intorno al fiume costruisce una ragnatela, io e Puta Madre ci camminiamo sopra, lei dice che sono loco e che uomo bugiardo, gli uomini sono tutti uguali, promettono di portarti al mare e poi ti ritrovi su un fiume che nemmeno si vede e in effetti non si vede un cazzo, forse è meglio. 
Corro alla Prisma, la conduco lì dove Puta Madre mi aspetta, lampeggiano le quattro frecce, dal rumore che ci pare di sentire siamo parecchio alti rispetto al livello dell’acqua, mio suocero è basso di statura ma compatto come una lavatrice, buttare il corpo morto oltre il parapetto è una fatica ridicola e lei non mi aiuta, sculetta, fa i versi, giura che fermerà il primo camionista di passaggio, quando sento il tonfo crollo in terra senza più fiato nemmeno per mandarla a cagare e Puta Madre mi viene addosso e quasi mi soffoca con la sua lingua in gola e le ginocchia sullo sterno. è la vita due, lei me l’ha data e lei me la toglierà.

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Davanti al mare, quello vero, Puta Madre strizza gli occhi, c’è una sfilacciata nebbiolina rosa che sfiora le onde alte due dita, è l’alba, ho guidato tutta notte e la vescica mi scoppia. Puta Madre voleva la Sardegna, desiderava la famosa Costa Smeralda, la sua odiosa parodia da rivista patinata, probabilmente l’ha sognata mentre se ne stava accartocciata sul sedile posteriore, mentre io bruciavo i chilometri e quel che restava della mia vita numero due.

Abbiamo lasciato il Po al suo dolore padano e la Prisma in un’area di servizio qualsiasi dove Puta Madre si è data da fare per fregare le chiavi del coupé a un bamboccione strafatto, non avevo mai guidato un Mercedes, è stata una delusione, la prima vera delusione della mia nuova vita.
Puta Madre dissimula la sua tremenda rabbia per questo strano spettacolo e lo fa con una specie di tenerezza nei miei confronti di cui le sarò grato per sempre e per sempre rimpiangerò di non aver spinto la Mercedes a tutta velocità verso l’acqua del porto per annegare insieme ai nostri sogni perfetti e alle nostre tragiche fatalità.

Il traghetto partirà solo alle dieci, quelli bravi riescono a mollare una moglie con una frase improvvisata al momento, io ho tre ore di tempo per lasciare una puttana, quelli ancora più bravi riescono a farsi mollare, abbiamo più di tre ore io e Puta Madre per regalarci tutto il male che il mondo ci ha insegnato.

Lasciarsi tutto alle spalle, superare i propri eterni timori e gettarsi in una nuova vita, approfittando di un’occasione imprevista, di un incidente del destino: un tema forse abusato ma che l’esordiente Gabriele Caprioli riesce a trattare in modo convincente attraverso l’uso di personaggi palpitanti e credibilissimi e una scrittura tesa ma anche profondamente ironica. Un primo assaggio delle abilità letterarie dell’autore che ha vinto la ventunesima edizione del prestigioso premio Calvino per il romanzo inedito

Non ci siamo risparmiati, è stato anche meglio di una seduta con Cuperani, meglio del sesso, meglio di quando mandi affanculo il tuo capo, non ho mai provato ma penso di sì, meglio che restare amici e salutarsi con il fazzoletto mentre il traghetto va via, peraltro il mio fazzoletto ora è tutto sporco di sangue, Puta Madre mi ha graffiato le guance e procurato un taglio in testa con uno specchietto retrovisore. 

Al porto non eravamo soli, c’erano dei pescatori, allora ci siamo spostati un chilometro più in là, dove non disturbavamo nessuno, abbiamo sfondato i vetri del Mercedes, che è la cosa più ovvia e poi strappato tutta la pelle nera degli interni, io ho pisciato sull’autoradio mentre cantava Gigi D’Alessio.  Ci odiavamo con tutta l’energia possibile, meglio della Sardegna Smeralda, meglio del Billionaire, meglio degli esercizi spirituali, meglio dei ti amo di Puta Madre e dei travestimenti di Camila, del Viagra di mio suocero, meglio che buttarsi nel Po. Il traghetto è alle dieci, non so se Puta Madre riuscirà a prenderlo, diceva che avrebbe fatto l’autostop, se trovava uno veloce, il fatto è che si è messa per strada senza passare dallo specchio e io le ho lasciato in faccia i segni del mio innamorato disprezzo, per sempre, per tutta la vita numero due. Che finiva lì. Mi siedo su uno scoglio, la puzza di cherosene stordisce, compongo il numero di Cuperani, risponde la sua segreteria telefonica, dopo il bip, posso annunciare che ho finalmente superato il blocco. 

Gabriele Caprioli, nato nel 1967 in provincia di Varese, è un grande appassionato di  scrittori americani. Si cimenta con la scrittura solo da qualche anno. Il suo primo romanzo, “40”, ha vinto il premio Calvino nel 2008 ed è attualmente in cerca di editore. E-mail: g.caprioli@gmail.com

One comment

  1. francesca

    Intenso, profondo, talmente realistico da far paura! Non è semplice comunicare in così poche righe l’essenza di un uomo, di stereotipi sociali, della vita nella quale ci nascondiamo. Aspetto con ansia di poter acquistare “40″… nelle “migliori librerie”,s’intende!

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