La borsa e la vita di Marco Esposito

La lotteria del Pil

A fine aprile il Fondo monetario internazionale certificherà una crescita negativa del prodotto interno lordo mondiale. Come non accadeva dal 1945. Ma l’economia è davvero condannata a crescere?

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Illustrazione di Danilo Maramotti

Il prossimo 25 aprile saranno 64 anni dalla Liberazione. Il prossimo 25 aprile a Washington il Fondo monetario internazionale (in sigla Fmi o Imf) sentenzierà che nel 2009 il pianeta Terra farà un passo indietro in economia, come non accadeva dal 1945, anno di liberazione ma anche di morte, di missili V2, di bombe atomiche.

Riuscire a replicare nel 2009 il 1945 non è certo un bel record per l’umanità. Eppure il Pil, il prodotto interno lordo, registrerà per la prima volta dopo 64 anni un segno negativo.

Alcuni però, soprattutto nel fronte ecologista, non se ne preoccupano molto: ritengono il Pil uno strumento superato e anzi fuorviante per misurare lo stato di salute di una nazione o del mondo. Si afferma, per esemplificare, che ogni volta che è diagnosticato un cancro aumenti il Pil. E, in effetti, il Pil è uno strumento cinico. E’ verissimo, quindi, che il prodotto interno lordo cresce quando si scopre un tumore. Ma è vero anche che il Pil cresce ancor di più se il cancro dopo esser stato diagnosticato con dispendio di visite e analisi mediche è sconfitto grazie a cure efficaci. 


Il Pil di per sé non è né buono né cattivo e un Paese che investe per abitazioni a basso dispendio di energia, automobili poco inquinanti, prevenzione sanitaria può avere il medesimo Pil di una nazione che si impegna nel riarmo, nel disboscamento delle foreste e che costruisce carceri per riempirle di dissidenti.

Ma anche se si trovasse un’intesa tra chi ritiene il Pil uno strumento utile e chi lo giudica pernicioso, resta un mistero il fatto che Pil debba crescere. Quel che appare inspiegabile è la cosiddetta coazione a crescere, l’obbligo cioè per una economia moderna di gonfiarsi all’infinito, con il rischio di far la fine di una rana vanitosa.

Lo stesso ministro dell’Economia Giulio Tremonti sembra dar ragione ai teorici della decrescita, quando afferma che un calo del Pil italiano nel 2009 di qualche punto percentuale in fondo porterebbe il Paese allo stesso livello del 2005-2006 e quindi “non al Medio Evo”.  In virtù di tali ragionamenti, un Paese che mantiene il Pil costante può impegnarsi a migliorare la qualità di quel che produce senza subire l’angoscia per la mancata crescita.

Purtroppo però ci sono elementi che fanno pensare che le cose non stiano esattamente così. Un Pil costante è nocivo sia per chi ha un cuore ambientalista sia per chi trovi più interessanti le ragioni del portafoglio. Infatti il Pil immobile ha come conseguenza una distribuzione della ricchezza meno uguale. Come mai? Si immagini per semplicità che un Paese produca soltanto telefonini, con una sola fabbrica con mille addetti che sforna un milione di cellulari del valore di 100 euro. Il prodotto è di 100 milioni, con una produttività di 100mila per lavoratore.  Se l’anno dopo si fabbricano gli stessi telefonini al medesimo prezzo con gli stessi dipendenti tutto resta uguale in una situazione che, a uno sguardo superficiale, appare se non positiva almeno stabile. Ma la storia insegna che ogni anno c’è qualcuno che inventa (è nella natura umana) un modo per produrre lo stesso di prima con minori lavoratori, oppure un prodotto di maggior valore con gli stessi lavoratori. Nel primo caso basteranno 900 lavoratori per produrre lo stesso milione di telefonini da 100 euro. Nel secondo caso i mille operai produrranno un milione di telefonini del valore di 110 euro. è evidente che il secondo caso è preferibile al primo tuttavia se stiamo immaginando una produzione (e quindi un Pil) stabile nel tempo allora i telefonini da produrre dovranno avere un valore fisso di 100 milioni (crescita zero) e quindi scenderanno da un milione di unità da 100 euro a circa 900mila da 110 euro. Cosa accadrà ai lavoratori retribuiti? Scenderanno più o meno anch’essi da mille a 900. In pratica il prodotto resterà lo stesso in termini di valore ma la ricchezza sarà distribuita su un minor numero di persone che incasseranno un salario.

Crescere appare quindi obbligatorio, a meno che non si induca l’umanità a rinunciare a costruire computer più veloci, a immaginare trasporti con meno tempi morti, a progettare automobili più leggere ed efficienti, in pratica a pensare ed esercitare la propria funzione… umana.

Se tali ragionamenti hanno un senso e se quindi c’è la drammatica necessità che il Pil cresca (e cresca bene, ma questo è un altro discorso) si può comprendere l’angoscia di fronte a un 2009 che avrà un Pil negativo nonostante l’inevitabile sviluppo tecnologico. La conseguenza sarà l’esplosione dell’esercito dei disoccupati o dei lavoratori malpagati. Con consumi in contrazione e quindi ulteriori difficoltà per le imprese, nuovi licenziamenti e riduzioni dei consumi.

Tuttavia l’Fmi nonostante tutto ciò il 25 aprile si dirà ottimista, moderatamente ottimista, per il 2010. C’è infatti un totem degli economisti, una sorta di verità rivelata, in base alla quale a ogni contrazione segue un rimbalzo. La storia insegna che a volte per anni si è atteso il rimbalzo dell’economia (l’ultima volta dal 2001 al 2005) senza che le previsioni delle istituzioni economiche internazionali mostrassero una sia pur minima capacità di prevedere qualcosa.

Il punto è che i modelli matematici con i quali ragionano Fmi, Banca centrale europea, Bankitalia, Ocse e così via si basano su un andamento a sinusoide, ovvero con una linea che ricorda il seno delle donne e quindi un po’ sale, un po’ scende e un po’ risale. Tuttavia nessuno può dire con certezza che i consumatori o gli imprenditori nel momento in cui le cose vanno male inizieranno a spendere o investire di più. Purtroppo lo scoramento può durare tantissimo e la ripresa economica mondiale pronosticata per il 2010 potrà esser rinviata di trimestre in trimestre man mano che si aggiorneranno le previsioni. Oppure potrebbe arrivare d’improvviso, persino in questa primavera. Del resto l’Fmi lo scorso novembre – quando la crisi mondiale era scoppiata con tutta la sua forza – aveva previsto un Pil mondiale per il 2009 in crescita del 2,2%. A gennaio ci aveva ripensato limando la crescita allo 0,5%. E adesso prevede un segno meno dello zero-virgola-qualcosa. Il solo fatto che le stime per l’anno in corso cambino ogni due-tre mesi la dice lunga sulla capacità di prevedere qualcosa per il 2010. 

A volte sembra di essere nel mondo del lotto, nel quale esiste la teoria dei ritardi. Però in ogni estrazione i numeri continuano a uscire a casaccio, senza che quelli attesi da cento e più estrazioni abbiano la minima possibilità di uscire più spesso rispetto ai numeri spuntati dall’urna la volta precedente.

One comment

  1. Federico Munerotto

    Dati
    1000 lavoratori
    100 mila/anno per lavoratore di telefonini prodotti
    1000 euro 1a paga mensile

    Esiste una terza opzione:
    se si producono sempre 1 milione di telefonini ma in minor tempo (bastano 900 lavoratori), la produttività passa da 1000000/1000 a 1000000/900; ciò significa che se prima ci volevano (10000000/([sett in anno] 52 [5 gg di lavoro sett]*40 [40 ore a settimana]*1000) = 4.81 ore per ogni cellulare) ora servirebbero (10000000/(52*40*900) = 5.34 ore per ogni cellulare);

    Supponendo che l’aumento di produttività abbia costo zero (ad esempio la modifica con cui vengono compiute certe operazioni di assemblaggio), gli operai assemblano il telefonino con 5.34/4.81-1*100=11% in più.

    Per produrre
    1.000.000 di telefonini
    con 1.000 operai
    pagati 1.000 al mese

    basta che lavorino l’11% in meno!

    Il PIL resta uguale, loro stanno più tempo con la famiglia.

    Esattamente il contrario di quanto dice confidustria: “aumentare la produttività”.

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