Laboratorio esordienti di Matteo b. Bianchi
Uno dei difetti che si incontrano più spesso nei racconti degli scrittori in erba è l’ansia di spiegare tutto, riempire il lettore di dettagli inutili a scapito del ritmo e del fascino della storia. A volte meno si sa, meglio è. Un ottimo esempio in questo senso è rappresentato dal racconto che pubblichiamo di Enrico Miceli: della protagonista si conosce poco e nulla. Arriviamo a poco a poco a scoprire invece tutto l’orrore della situazione che sta vivendo. Un incubo per la donna e per noi lettori, nel quale il mistero sulla sua identità fortifica invece che indebolire l’effetto terrorizzante. Se ne potrebbe trarre un perfetto cortometraggio horror.
Illustrazione di ALE+ALE
Formiche rosse
di Enrico Miceli
Tutto ciò che vedo sono le pareti scure d’umido, il soffitto gocciolante e il pavimento polveroso della stanza, invaso dalle formiche. Il ticchettio delle gocce d’acqua che cadono da un sifone danneggiato in una pentola rugginosa segna il tempo come un rudimentale orologio che scandisce unicamente i secondi. Un rumore pesante di passi si avvicina, poi la porta d’ingresso si chiude. Click.
“Ciao amore! Com’è andata?” mi dice dalla stanza che si trova al di là della porta, dal soggiorno, e lo sento muoversi, camminare, vivere. Lo sento mettere in disordine ogni cosa come una divinità onnipotente in grado di sovvertire ogni regola all’interno del suo mondo.
“Amore!” continua a chiamare.
Poi entra nella stanza e si avvicina alla sedia dove sono seduta.
“Beh? Com’è andata oggi?” e si accomoda di fianco a me, su di un’altra sedia.
Mi fissa come se attendesse da me una risposta. Io, dal canto mio, non riesco a far altro che chiudere gli occhi e piangere.
“Ehi, piccola, cosa c’è… non piangere…” e mentre dice così mi accarezza con le sue mani scivolose. Fisso le unghie leggermente lunghe e leggermente sporche che mi si avvicinano al volto e poi mi accarezza con una gentilezza troppo rigida per poter essere realmente un segno d’affetto. Tiro su col naso cercando di prendere aria. Il freddo e il terrore mi fanno tremare tutta e lui, osservandomi, mi abbracci sussurrando piano: “Shh… non piangere… va tutto bene… ci sono qui io”. Il suo corpo secco e gelido non mi è di nessun conforto. L’odore di muffa che ho attorno mi sta penetrando lentamente nel corpo, nel petto, nel cuore, soffocando ogni mio istinto. L’apatia di una grossa dose di neurolettico oramai smaltita m’impasta ancora il cervello e tutto ciò che è qui, per il semplice fatto di essere qui, mi è odioso.
“Hai preso la medicina?” mi chiede, coi suoi soliti modi ambigui.
Non rispondo nulla, solo mi trema il labbro inferiore.
“Non ti muovere. Te la preparo io” e un guizzo indefinibile gli accende lo sguardo.
Lo osservo mentre apre il cassetto, fruga tra la biancheria, tira fuori la scatola che cercava, ne estrae una fiala. Poi carica la siringa e mi si avvicina. L’ago, reso lucente da una goccia trasparente fuoriuscita dalla punta, riflette nel filo sottile del suo spessore l’intero universo presente in questa stanza, schiacciandolo e modificandone i contorni, modellando il tutto a sua immagine.
Avverto la punta gelata infilarsi nel mio corpo, forarmi le carni e diffondere il suo liquido urticante dentro di me, come sperma scaldato sul fuoco.
“Così va meglio?” mi chiede.
No, vorrei dirgli, ma non riesco a rispondere.
La perdita del sifone riecheggia nell’aria infinte volte diffondendosi come cerchi nell’acqua. Poi un sonno sintetico si riversa nuovamente sul mio encefalo rendendomi come una non viva in un non luogo.
“Tra poco starai meglio” fa lui, togliendosi l’orologio.
Le palpebre pesanti vengono tirate giù con violenza da una forza invisibile che mi domina. Forse mi addormento.
“Te l’avevo detto, no?” mi dice posandomi il suo palmo gelato su di una guancia.
La pelle mi si accappona. Prima di svanire nel mio non mondo lo vedo girarmi intorno per slegare le corde che mi legano mani e piedi, poi lo sento sciogliere il bavaglio che mi rende muta e quindi lo avverto sollevarmi e sdraiarmi di peso sul letto di questa stanza che mi tiene prigioniera. Poi mi spoglia nuda. Mentre mi osserva come se fossi carne macellata, si spoglia nudo anche lui, con lo stomaco gonfio, ispido, umido. Infine si sdraia su di me ingoiandomi in un abbraccio oscuro che si annulla nel mio
La luce del giorno entra malata nella stanza forando i tratti regolari di una serranda non del tutto chiusa. Nuda, coi polsi legati alla testata del letto, mi risveglio dal torpore infreddolita e affamata. Lui non c’è, come ogni giorno si è recato al lavoro. Immobile fisso la polvere galleggiare nei raggi di luce. I polsi, stretti da lacci che da sdraiata non riesco neppure a vedere, battono forte fino a divenire viola. Non riesco a trattenermi e un fiotto d’orina bagna le coperte gelate che mi avvolgono. Brividi di freddo mi corrono lungo la schiena.
Il tubo gocciola. Infinite volte. E resto apatica a fissare il soffitto finché la tonalità di luce che penetra nella stanza non cambia. Le formiche, dal pavimento, salgono sulle coperte e riempiono il letto. È solo una piccola scia ordinata di formiche rosse in marcia verso chissà quale luogo. Il sottile filo d’insetti mi passa sopra ignorandomi, confondendomi col tutto.
I passi. La chiave. Il click della porta.
“Amore! Sono tornato”.
Eccolo.
Entra nella stanza e mi si siede accanto, sul bordo del letto. Il suo volto è impassibile, troppo rasato. Piccole crepe gonfie di sangue riempiono di tanto in tanto porzioni microscopiche del suo collo. Col palmo molle mi sfiora la fronte e non si accorge nemmeno delle formiche.
“Sei tutta bagnata” mi dice ambiguo e il freddo mi morde la gola. Sputo!
Centro il suo volto e lui resta muto a mordersi il labbro inferiore, screpolato. Si strofina con un fazzoletto, poi con le labbra secche mi bacia la fronte come se nulla fosse. L’alito lercio mi penetra nelle narici, pervasivo come un liquido mi riempie i polmoni.
Mi mette una mano tra le gambe ed io rigida fisso il soffitto.
Sorride eccitato.
“Sei completamente fradicia” mi sussurra.
Butta via le coperte e mi spoglia. Chiudo gli occhi e ho l’impressione che mi sciolga dalle corde che mi legano i polsi. Poi mi porta nel bagno, sollevandomi di peso, con forza animale.
Riempie la vasca con l’acqua bollente, troppo bollente, e poi si spoglia anche lui. Quindi m’infila lì dentro finché la mia pelle non diventa molle, rattrappita. E anche lui è lì con me, dietro la mia schiena, e mi avvinghia con le sue braccia e le sue gambe e con tutto il suo corpo, simile a un pugno che stritola con forza un insetto. Il grasso della sua pelle si scioglie nell’acqua rendendola bruna ed io, disgustata da tutto, ho la nausea. Poi finalmente mi tira fuori da quella pozza. Mi asciuga. Mi trascina di nuovo nella camera da letto e mi dà la biancheria e mi dice di vestirmi. Mi fissa malato mentre m’infilo confusa gli slip. Mi fissa malato mentre cerco di agganciarmi il reggiseno.
Mi fissa malato e mi chiede: “Vuoi sederti o sdraiarti?”.
Atterrita, non rispondo.
Poi mi posa sulla sedia e sento il peso del mio corpo schiacciare il mio spirito addormentato. Un formicolio mi pervade tutta. Dopo aver rifatto il letto m’infila tra le lenzuola e sparisce di nuovo, per diversi minuti.
La luce artificiale della stanza ha un colore fioco e insano. Ricorda il lumino di un cimitero. Lui vuole uccidermi. Lentamente. Vuole logorami, come una candela la cui cera si fonde mentre la piccola fiamma ballando le brucia in cima.
Il sifone gocciola. Entra in stanza con un piatto in mano. E con le posate. Una forchetta. Un coltello. Mette il tutto sul comodino. Poi esce di nuovo prendendo la pentola che raccoglie le gocce, oramai piena da tempo. La svuota. Asciuga per terra. Rimette al suo posto la pentola, che ricomincia col suo tintinnio, daccapo. Goccia. Dopo goccia. Dopo goccia.
“Mangia qualcosa” mi dice.
Io ho gli occhi chiusi ma so che il piatto è vuoto.
Con gli occhi chiusi fisso il soffitto. E rido sguaiata.
Con gli occhi chiusi ascolto il mio respiro, sottile come un filo di gas. E poi il suo, rumoroso, quasi asmatico, come il rantolo pesante di un ubriaco addormentato.
“Non puoi andare avanti così per molto” continua.
Lo sappiamo entrambi.
“Neanche tu” gli dico dandogli le spalle accartocciata su me stessa come se fossi all’interno del mio grembo.
Sento l’ago forarmi la pelle, entrarmi nei muscoli, diffondere il suo neurolettico che a breve mi arriverà fino in testa. Il peso di tutta la stanza mi stringe il torace.
Poi lui si spoglia, spegne la luce e mi si sdraia vicino. Mi abbraccia. Stretta. Come una morsa. Poi mi addormento stordita dal farmaco, e nel sonno lo sento scivolarmi dentro come metallo gelato all’interno di una fornace spenta.
Enrico Miceli, giornalista, 28 anni, collabora con diverse testate giornalistiche e scrive per il portale d’informazione internazionale Peacelink. Suoi racconti sono apparsi in antologie edite da Terre di Mezzo, Edizioni Erranti e Giulio Perrone. è stato finalista al concorso di letteratura sportiva “Una palla di racconto”, promosso da Fandango libri e Radio Due Rai. E-mail: micelienrico@yahoo.it







come metallo gelato all’interno di una fornace spenta..non avrei saputo spiegarlo, così..
Intenso e ben scritto, l’ho trovato veramente bello.
davvero bravo! peccato non essere arrivata in tempo per pubblicare i suoi romanzi!