Laboratorio esordienti di Matteo b. Bianchi

laboratorio-maggio
illustrazione di Ale+Ale

Non sempre, e non solo, sono gli autori a essere esordienti. A volte lo sono anche gli editori. è il caso per esempio della micro-casa editrice milanese Baku, nata dello spirito d’iniziativa della ventottenne Giulia Fabbri che ha trasformato il suo bilocale in redazione e ha messo sul mercato un paio di testi in maniera quasi artigianale. Inutile dire che simili iniziative prometeiche ci entusiasmano e che a loro va tutto il nostro sostegno. Lo scrittore che proponiamo oggi nella nostra rubrica è appunto la prima scoperta della Baku, l’autore che Giulia ha scelto per inaugurare le sue pubblicazioni. A sorpresa, non si tratta del solito ventenne impregnato di slang giovanili, ma di uno scatenato ultrasessantenne emigrato in Germania che, a giudicare dal racconto che ci propone, deve intendersi bene di narrativa poliziesca e d’azione

Come da copione 

di Vincenzo Iacoponi

Entrò nel locale velocissimo, sbattendo con forza i piedi sul tappetino già tutto sporco di neve.
– Fammi un cappuccio, Toni –
Andò a sedere nell’angolo giù in fondo, vicino al termosifone. Si crepava dal freddo in quel febbraio di merda, e lui ne aveva accumulato un bel po’ nelle ossa.
Tonino gli portò il cappuccino.  
– C’è da guadagnare un paio di mille. Don Saverio ha chiesto di te –

Don Saverio Scognamillo importava vini pregiati dal Sud Italia. Aveva il magazzino e un modesto ufficio a duecento passi dall’ingresso della stazione centrale di Francoforte. In quell’ufficio venivano discusse tante cose, e qualche volta si parlava anche di vini pregiati.
– Come sta, Annigoni? –
– Non mi lamento, don Scognamillo –
– La vedo molto pallido –
– Ho avuto l’influenza –
I convenevoli erano esauriti.
– Ho bisogno di una persona fidata per un lavoretto delicato. Mi dicono che lei è un guidatore veloce e che sa tenere la bocca chiusa –
 Filippo non mosse un muscolo.

– Una persona a me cara deve trovarsi a Milano domani a mezzogiorno. Si tratta di Nunzio Signori, mio cugino –
– Nessun problema –
– Il problema c’è, invece –

Filippo si fece attentissimo.
– Non deve attraversare la Svizzera, non deve passare frontiere con controlli –
Lo guardò un attimo in silenzio, osservandone le reazioni.
– Mio cugino è ricercato per presunto omicidio. Qualcuno è stato ammazzato e accusano lui –
Fece una pausa.
– Mio cugino deve arrivare a Milano, Annigoni. Mi sono spiegato? –
– Forte e chiaro –
– Ha una camera riservata all’hotel Mec, nella zona di Porta Romana. Le farò avere una macchina veloce. Si trovi qui questa sera alle 21.30. Per questo lavoro lei avrà 5.000 euro al suo ritorno –

Lo guardò in faccia.
– Lei non rischia molto. Per favoreggiamento non più di cinque anni e in tre anni sarebbe fuori. In questo caso, uscendo, troverebbe in banca un mucchio di soldi. Non occorre che le dica che se qualcosa dovesse andare storto per colpa sua ne pagherebbe le conseguenze. Qualsiasi imprevisto dovesse capitare dovrà risolverlo da solo. Mai chiamare questo ufficio. Ha capito? Mai! E di questo nostro incontro nessuno dovrà sapere niente. Tutto deve filare liscio, come da copione. L’aspetto questa sera alle 21.30 -

Alle otto di sera Filippo saltò sulla sua vecchia Tipo senza servosterzo. Voleva essere puntualissimo. Don Scognamillo lo attendeva in strada.
Spuntata silenziosissima dal nulla, una Audi nera A6 si era fermata accanto a don Saverio. Filippo conosceva di vista e per sentito dire lo spilungone che ne era disceso e che gli porse le chiavi.
– I documenti della macchina sono sotto il tappetino – gli disse. 
Don Scognamillo gli mise in mano una busta. – Qui dentro ci sono mille euro: servono per il viaggio. Nel portabagagli c’è un cestino con vivande, bevande e un thermos con caffè bollente. Usate quello se vi viene fame e non fate soste negli autogrill. Mi ha capito, Annigoni? –
– Perfettamente, don Saverio –
– Mio cugino la sta aspettando nella Richard Wagner Strasse, al numero 8. Suoni brevemente due volte da Kugel. Lo lasci domani al Mec Hotel non più tardi delle dodici e trenta, né prima di mezzogiorno. Poi torni subito indietro, passando per lo stesso percorso dell’andata –

Girò sui tacchi e si avviò verso una grossa Mercedes, che in quel  momento stava accostando. Con Filippo, Nunzio Signori aveva fatto qualche pokerata  fino a un paio di anni prima, poi si erano persi di vista. Buttò un borsone di tela mezzo vuoto accanto al cestino coi viveri. Ci diede un’occhiata dentro e prese il thermos.
– Andiamo a Neu-Isenburg, nella Lindenstrasse, ti dico io dove –
– Don Scognamillo mi ha detto di andare dritto a Milano, non ha parlato di soste intermedie –
– Tu fai quello che ti dico io e tutto andrà bene. Hai capito? –

Nunzio lo fece fermare davanti a una villetta completamente al buio. Si guardò tutto intorno più volte, poi schizzò fuori dalla macchina e sparì dentro la casa. Due minuti dopo riuscì dalla villetta, ma non era solo. Stivali rossi lucidi fin oltre il ginocchio con tacchi a spillo e un cappotto rosso stretto in vita da una cintura di pelle nera lucida. Una criniera di capelli biondi fin davanti agli occhi. Roba da film.
Entrò in macchina e sedette dietro.
– Questa che cazzo c’entra? – chiese Filippo.
– Lei viene con noi fino a Milano –
– Non è nel contratto –
– Ce la metto io adesso –

Filippo cominciò a pensare vorticosamente. L’istinto gli diceva che aveva caricato una bomba appena innescata. Doveva liberarsene.
– Stammi a sentire, Nunzio, noi siamo già a rischio da soli, ma con lei potrebbe saltare tutto, perché… –
– Tu mi stai a sentire, adesso – lo interruppe Nunzio. – Lei è la mia donna e questa è l’ultima notte che ci passo insieme. Metti in moto e schizza via da qui, senza fare storie –

In autostrada Nunzio scavalcò il suo sedile e andò accanto alla donna. Lei si era sfilata gli stivali e aveva tolto il cappotto.
L’Audi era silenziosissima e a Filippo arrivavano tutti i gemiti  dal sedile posteriore. Gli occhi gli andavano sempre più spesso allo specchietto retrovisore e malgrado l’oscurità vedeva le bianche e lunghissime gambe della donna emergere prepotenti. Qualcosa gli volò sopra la testa planando sul cruscotto: le sue minuscole mutandine di pizzo nero.
“Cristo Dio” pensò, “qui andiamo a sbattere”.
Si allargò il colletto della camicia. Oramai i due dietro erano arrivati al momento cruciale: lei aveva puntato i piedi sul soffitto della macchina e ansimava come un mantice.
“Uno dei due ha l’asma, oppure tutti e due”, fu il pensiero dissacrante di Filippo.

Di colpo era discesa una calma totale. Dopo un po’ sentì qualcuno russare. Spostò l’angolo dello specchietto e vide il culo bianco di Nunzio coi calzoni calati come una bandiera ammainata. Era lui che ronfava di brutto.
La ragazza si ricompose alla meglio, poi scavalcò il sedile e gli sedette a fianco ancora in affanno e sudaticcia.
– Come ti chiami? – le chiese.
– Nevena –
– Come? –
– È un nome bulgaro; vengo da un paesino vicino a Sofia. Però sto qui da tre anni – aggiunse.

Filippo si girò per controllare: Nunzio non aveva cambiato posizione.
– Stai tranquillo, adesso dorme per un po’; ma quando si risveglia lo vorrà fare ancora, e anche io – aggiunse guardandolo sottecchi.
Si stiracchiò mollemente e gli fece una risata di gola a tutto volume. 
Nunzio si svegliò di colpo. Afferrò un panino ripieno dal cestino e lo fece fuori con un paio di morsi. Un allegro odore di mortadella si mescolò agli altri odori in quella macchina.
– Ferma un momento – gli disse. 

– Fra un po’ c’è una piazzola di sosta – 
– Accosta, adesso! – gridò Nunzio.
Fermò sulla corsia di emergenza e premette il tasto delle luci di pericolo.
Nunzio uscì sparato, ma non doveva pisciare. Ribaltò i sedili posteriori, allargando il vano di carico.

– Dai, Nevena! Vieni dietro –

– Che ti avevo detto? – mormorò la ragazza.

Nunzio cominciò a spogliarsi velocemente buttando i panni dappertutto.

– Dai, spogliati! Che aspetti? –

Un attimo dopo anche la ragazza era nuda.

Mentre i due si sfogavano, cercando le posizioni più incredibili, per Filippo iniziò il calvario. Gli si era acceso il fuoco sotto i testicoli. Sudava boia stringendo il volante in modo convulso, e gli sembrava che l’Audi non procedesse più tanto dritta.

La neve sul fondo stradale era aumentata e ne stava venendo giù un bel po’.

Cercava di non guardare nello specchietto retrovisore interno, ma non poteva far finta di non sentire il nuovo attacco d’asma dei due là dietro.

Quando non ne poté più, imboccò la prima area di sosta. Desolatamente vuota, in mezzo ai boschi: proprio quello che occorreva.

– Perché ti sei fermato? – chiese Nunzio.

– Pensi che io sia di coccio? Fate i cazzi vostri finché avete finito, poi vi rivestite, si riparte, e via dritti fino a Milano – urlò.

Scese dalla macchina e si allontanò nella neve. Si fermò sotto una tettoia, si girò e liberò la vescica. Quando tornò a guardare vide, dai sussulti delle sospensioni, che i due piccioncini erano nel pieno dell’attività.

L’Audi cigolava: dentro si vedevano soltanto le bianche gambe di lei girare in aria come ali di cigno, un roteare immenso, quasi inumano.

Poi, di colpo, tutto finito.

Qualche minuto dopo Nunzio discese dall’auto quasi del tutto rivestito. 

Nevena era sdraiata a pancia in giù con le braccia aperte.

Filippo la chiamò, due volte. Inutilmente. Allora aprì la portiera e le parlò, calmo.

– Rivestiti, Nevena. Dobbiamo ripartire, ché si fa tardi –

Lei non si mosse. Allora Filippo le toccò un braccio, la scosse; si protese su di lei per sollevarla e solo allora vide la cintura di pelle nera stretta intorno al suo collo. Orribilmente stretta.

Dopo aver vomitato gli occorsero alcuni minuti per riprendere nozione del presente.  

– Stai meglio? –

Nunzio era tranquillo come dopo una scampagnata.

– Quanti ne hai ammazzati finora? – chiese Filippo.

– È la prima volta –

– Non ti credo, sei ricercato per omicidio –

– Stronzate. Adesso dobbiamo liberarci del cadavere, altrimenti siamo nella merda –

A Filippo ritornarono in mente come la lettura di una sentenza le parole di don Saverio: “Qualsiasi imprevisto dovesse capitare dovrà risolverlo da solo”. Aveva detto ancora dell’altro: “Se qualcosa dovesse andare storto per colpa sua ne pagherebbe le conseguenze”.  Eccezionale! Doveva cercare di salvarsi il culo da don Saverio, che era più pericoloso della polizia. Vide che Nunzio aveva raccolto gli abiti della ragazza e stava per prendere i suoi stivali. Riacquistò la sua sicurezza di colpo. 

– Lascia i vestiti dentro la macchina. Toglile tutto quello che ancora ha addosso: anelli, catenine, tutto, e anche quella cintura –

Nunzio entrò nell’interno dell’Audi.

– Eseguito – disse uscendone.

– Dobbiamo muoverci. Fra poco incomincerà a far chiaro –

Nunzio la prese per le gambe, Filippo per le ascelle. Andarono sotto gli alberi, dove la neve era più alta. La deposero così come l’avevano portata, a bocca sotto. Aiutandosi coi piedi ricoprirono il cadavere con un po’ di neve. Non bisognava esagerare.

Piegarono accuratamente vestito e cappotto, deponendoli sui sedili posteriori, che avevano rimesso a posto. Lasciarono gli stivali nel portabagagli.

– Questa roba torna a Francoforte con me questa sera – disse Filippo.

Fino a Milano nessuno parlò più. Qualche minuto prima di mezzogiorno Filippo entrò a bassa velocità in via Tito Livio, fermandosi a una cinquantina di metri dall’hotel.

– Fine della corsa – disse.

– È stato un piacere, Annigoni – gli rispose Nunzio.  

Scese e si avviò a passi rapidi. Filippo lo seguì con lo sguardo finché non lo vide entrare. Stava per rimettere in moto, ma si bloccò. Aveva visto in avvicinamento veloce i lampeggiatori blu di due macchine della polizia. Passarono velocissime fermandosi davanti all’ingresso del Mec Hotel. Uscirono alcuni agenti in borghese. Un paio di minuti dopo ritornarono con in mezzo a loro Nunzio in manette.

Filippo si sentì gelare il sangue nelle vene. Cogli occhi andò allo specchietto e gli vennero i brividi: il cappotto rosso fuoco di Nevena era in bella mostra come su un banco di vendita.

Le due macchine blu partirono sgommando.

“Cosa cazzo faccio, adesso?”, si chiese.

Era in un cul-de-sac e lo sapeva. Doveva rientrare a Francoforte ed affrontare don Saverio. Succedesse quel che doveva succedere.

 

– Non è andato niente come da copione, don Scognamillo – 

– Racconti dall’inizio, Annigoni –

Filippo raccontò dall’inizio alla fine, poi tacque aspettando il verdetto.

Il vecchio boss aveva tenuto tutto il tempo gli occhi chiusi.

Filippo diede un’occhiata ai due tizi che erano nel frattempo entrati.

“Adesso mi farà liquidare” pensò, e abbassò la testa.

– Lei ha sbagliato, Annigoni: è andato tutto liscio come da copione –

– Ma… e la ragazza? –

– Doveva venire con voi –

– Ma… è stata uccisa –

– La ragazza doveva morire: quello era lo scopo del viaggio. La bulgara era una delle nostre ragazze, ma ci aveva piantato per andare col russo. A noi questo sgarro non si può fare –

– E l’arresto di suo cugino allora? Era ricercato per omicidio –

Don Saverio rise.

– Questo me lo ero inventato. Nunzio doveva scontare quattro anni per una robetta in Italia. Quel tempo ci serve per sistemare qui le cose coi russi –

Si alzò e aprì una piccola cassaforte a muro.

– Lei ha fatto un gran bel lavoro: per questo mi sono permesso di raddoppiarle l’ingaggio. Spero che non si offenderà –

Filippo nascose i soldi nel suo nascondiglio segreto. Prese solo trecento euro e uscì.

 

Entrò all’“Oasi blu” che era quasi mezzanotte.

– Come va, italiano? –

Igor era sbucato dal nulla e gli teneva una mano immensa sulla spalla. Filippo si voltò e vide gli altri due. Igor non era mai solo.

– Io e te dobbiamo fare due chiacchiere –

Uscirono. Igor gli teneva sempre l’artiglio sulla spalla. Si fermarono in un vicolo.

– Dov’è Nevena, italiano? –

– Io non… –

Si fermò in tempo. Non doveva negare di conoscerla, non doveva rispondere con cazzate. Ma come facevano questi a sapere che lui c’era? Chi glielo aveva detto? Doveva essere una missione segreta. Il suo cervello lavorava rapido ma con tutti i pistoni grippati.

– Tu non cosa, italiano? –

– Non lo so, non so dov’è adesso. Io l’ho lasciata a Milano, non era cosa mia, Igor –

– Nevena a Milano non c’è mai arrivata –

– Posso spiegarti com’è andata –

– Provaci, italiano –

Filippo scattò come un centista alle Olimpiadi. Se riusciva ad arrivare allo stradone poteva ancora salvare il culo. Ma non aveva calcolato il ghiaccio.

Volò sulla groppa, uno schianto terribile, che lo intontì. Forse per questo non sentì le due coltellate ai polmoni inferte da una mano molto capace.

Dopo un po’ rantolava, ma aveva ancora il cervello lucido.

“Come da copione” pensò e gli venne da ridere. “L’unico testimone di un delitto deve tenere la bocca cucita, e solo i morti è sicuro che non parlano”. 

Tentò di girarsi. Vide allora l’enorme pozza di sangue sul ghiaccio, il suo sangue.

“Chissà se riusciranno a riprendersi anche i soldi? Forse non lo troveranno mai il mio nascondiglio segreto”.

E con questo bellissimo pensiero nella mente morì. n

 

 

Vincenzo Iacoponi è nato a Civitavecchia nel 1934. Si è trasferito in Germania all’età di 37 anni. Il camionista, lo scenografo teatrale e il taxista sono solo alcuni dei mille lavori che ha svolto. Sposato con quattro figli, vive vicino a Francoforte. Nel gennaio 2009 ha pubblicato per Baku editore il suo primo libro, Martedì dopo l’autunno.

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