Bambini nel tempo di Fabio Geda
Posted by redazione on Friday Jun 12, 2009 Under Scritti
Raccontare è esistere
Ieri erano i figli del Sud dell’Italia. Oggi, del Sud del mondo. Le storie dei ragazzi del Ferrante Aporti,
il carcere minorile di Torino, nel racconto del maestro Mario Tagliani

illustrazione di Chiara Dattola
La Fiera internazionale del libro di Torino, da poco terminata, non si esaurisce tra stand, autografi e convegni. Ogni anno, progetti diversi intersecano le loro traiettorie nel tentativo di portare libri e racconti là dove più faticano ad arrivare. Tra le mani di un adolescente, ad esempio. O dentro un carcere. Io, all’interno dell’Istituto penale per minorenni Ferrante Aporti sono andato quest’anno, a parlare di storie.
E il motivo è questo: credo nel potere terapeutico del racconto. Nella possibilità di inserire la propria vita in un disegno più ampio, affiancandola a quella degli altri, per osservarla con occhi nuovi, con una consapevolezza diversa. Più raffinata. Più profonda. Io e Veronica Gilardi – la collega che mi ha affiancato nel laboratorio – non abbiamo usato la scrittura per scambiarci le storie con i ragazzi dell’Istituto – scambiare storie, sì, come si fa con le figurine – perché molti di loro sono analfabeti, persino in lingua di origine.
Abbiamo usato il metodo dei nostri antenati: la voce è diventata penna, i ricordi inchiostro. Ci siamo trasformati ingriot, in cantori. E quando dai sapori dell’infanzia, attraverso il Mediterraneo, abbiamo toccato terra nel presente, abbiamo avuto la fortuna di avere accanto colui che, meglio di chiunque, poteva aiutarci a collocare quei frammenti di memoria nel grande racconto del luogo in cui eravamo. Un carcere minorile. Il Ferrante Aporti di Torino.
La persona di cui parlo si chiama Mario Tagliani. Fa il maestro. Da ventisei anni insegna ai giovani detenuti: italiano, matematica, geografia. Al Ferrante – come tutti lo chiamano – Mario Tagliani entra, la prima volta, nel settembre del 1983. Vi trova i figli degli immigrati meridionali arrivati in città nei decenni precedenti. Sbarcati a Torino insieme ai genitori, costretti in piccoli appartamenti, senza gli spazi naturali di decompressione offerti dalla provincia. “Malgrado lo stipendio fosse appena sufficiente per arrivare a fine mese, per molto tempo le famiglie hanno continuato a ingrandirsi” dice Tagliani.
Ma ogni bambino è una bocca da sfamare, un corpo da vestire, una coscienza da educare. La strada chiede la sua parte. In quegli anni i crimini più comuni sono furti e scippi, il primo spaccio. Tagliani ricorda i ragazzi di una rapina rimasta famosa. “Avranno avuto sì e no quattordici anni. Erano entrati in una oreficeria armati di un fucile a canne mozze. Era partito un colpo. Il processo aveva fatto scalpore perché uno di loro, in prima istanza, aveva preso ventotto anni: un’esagerazione per un minore. Poi ridotti a ventuno, infine a diciotto.”
Tagliani attraversa gli anni Ottanta accanto a quei ragazzi. Legge nelle loro storie la storia del nostro Paese: sono i residui di un’Italia che sta cambiando pelle, e che di lì a poco si troverà a fare i conti con le nuove migrazioni. Intanto, lui inventa modi per sostituire, nella vita di quei giovani detenuti, l’accidia con la curiosità, il disorientamento con la geografia, il gesto con la parola. “Gran parte di quei ragazzi aveva frequentato le elementari, ma molti erano analfabeti di ritorno” dice. “Quando la scuola non era più in grado di gestirli, li espelleva. Così, dopo aver appreso a leggere e scrivere, lo disimparavano sulla strada, luogo che aveva ben altre lezioni da impartire. Ricordo la fatica di farli entrare in classe, la vergogna che provavano nel non riuscire a tenere una penna in mano.
Allora mi venne l’idea di cominciare a usare i primi computer: davanti alla tastiera di un Commodore tutti si sentivano grandi. Per insegnare a scrivere partivo dalla lettera da mandare a casa: cara mamma, sto bene, il mangiare è abbastanza buono, non ti preoccupare per me, eccetera.” Il computer, già allora, piace ai ragazzi. E a chi non ne ha mai avuto uno, chi nemmeno ne ha mai visto uno, ancora di più. I programmi di videoscrittura, in carcere, si rivelano preziosi: levano dall’impaccio della penna che si attorciglia alle dita, segnalano l’errore, permettono l’autocorrezione. I fogli stampati, nella stesura finale, non mostrano tracce d’inciampi e cancellazioni: sono fogli belli, come quelli scritti da chi sa scrivere.
Alla fine degli anni Ottanta, tutto cambia. L’entrata in vigore del nuovo codice di procedura penale prevede la detenzione per i minorenni solo in caso di pene molto lunghe. La precedenza, quando possibile, va alle pene alternative. L’istituto si svuota. “Rimase un solo ragazzo” ricorda Tagliani. “Un nomade di origine polacca. Ho ancora in mente il viso e il nome. Un ragazzo violento, tossico. Grande musicista. Suonava la chitarra in modo magnifico, senza sapere nemmeno una nota. Solo lui, in tutto il carcere. E ricordo che si stava pensando di chiuderlo, il Ferrante. Ma a quel punto hanno cominciato ad arrivare i minori stranieri.
All’inizio degli anni Novanta, quando la polizia li trovava per strada, li prendeva e li portava qui. C’erano bravi ragazzi, con un discreto percorso scolastico in patria, confusi ai soliti delinquenti. È stato un periodo strano. Ricordo un ragazzo del Bangladesh, onesto, educato, parlava perfettamente l’inglese. Quando è uscito, per un certo periodo l’ho ospitato a casa mia. L’ho assunto come colf per dargli la possibilità di ottenere il permesso di soggiorno.” Il maestro racconta quelle adolescenze spezzate, disegna affreschi con le parole. A me e a Veronica dice tutto. Ai ragazzi no, solo qualcosa: quello che serve. Ciò che può tornare utile per capire se stessi e immaginare un futuro diverso.
Ieri erano i figli del Sud dell’Italia. Oggi, del Sud del mondo. Molte storie si assomigliano. E ad ascoltarle ti chiedi se la nostra società, da quelle storie, non abbia forse appreso troppo poco. Siamo ancora deboli nell’accoglienza, nella prevenzione, nella formazione. Non siamo ancora in grado di impedire che la povertà si trasformi in illegalità. Non riusciamo a integrare il loro dolore nel nostro vivere, forse non vogliamo farlo. Le ragazze del Ferrante sono quasi tutte nomadi slave.
“I rom ci sono sempre stati. Ho avuto fino a ventisette nomadi, in classe. Mai avuto problemi. Sanno che il carcere fa parte della vita e lo accettano come un passaggio inevitabile. E sanno che meglio ti comporti, prima esci. Sono i genitori a istruirli: devono stare buoni, uscire in fretta, tornare sulla strada e contribuire all’economia della famiglia.” In questo momento, ospiti dell’Istituto sono una quarantina di ragazzi, divisi in tre gruppi: quelli dell’accoglienza, quelli dell’orientamento – che frequentano la scuola e i laboratori di meccanica e cucina – e quelli delle dimissioni. I maghrebini, a occhio e croce, sono la metà.
L’altro cinquanta per cento, a seconda dei periodi, è composto da senegalesi, tunisini, sudamericani, rom, qualche raro italiano; l’anno scorso c’era un cinese. Voci, nomi, visi di ragazzi che dicono che la vita è magmatica e instabile, che non è una cosa ovvia fare sempre la scelta giusta. I ragazzi ci accolgono con un misto di timidezza ed eccitazione. Alcuni parlano molto. Altri quasi nulla. Io e Veronica ascoltiamo le loro storie facendo domande rispettose e mettendoci in gioco, raccontando anche noi le nostre. Perché, se raccontare è esistere, raccontare è anche resistere.
All’incontro finale del progetto Adotta uno scrittore, alla Fiera del libro, tra centinaia di ragazzi provenienti dalle scuole del Piemonte, di quelli del Ferrante ne è potuto venire solo uno, scarcerato pochi giorni prima. Mi ha fatto piacere vederlo lì, travolto da zainetti, sorrisi e agendine che così poco avevano a che fare con lui, e che invece moltissimo avevano a che fare con lui. Mi è sembrato, in quel momento, di aver prodotto un nuovo spazio di possibilità nella sua vita. Cosa che, da educatore prima, da scrittore adesso, da semplice uomo, mi sono sempre ripromesso di fare, con ogni ragazzo con il quale mi trovi a incrociare il passo.
Fabio Geda nasce a Torino nel 1972, città nella quale continua a vivere e lavorare. Si occupa di disagio minorile e animazione culturale. Ha pubblicato i romanzi Per il resto del viaggio ho sparato agli indiani (Instar Libri 2007, Feltrinelli 2009) e L’esatta sequenza dei gesti (Instar Libri 2008).




July 17th, 2009 at 5:18 pm
Come mai l’articolo ha il titolo italiano di un romanzo di McEwan?
February 1st, 2010 at 12:00 pm
[...] Linus. La rubrica Bambini nel Tempo di giugno la trovate sul blog di Linus, qui. [...]