Duepuntozero di Gabriele Lunati
Posted by redazione on Friday Jun 26, 2009 Under RubricheBlog e libertà (provvisorie)
Non è un buon momento per la stampa italiana e anche i blog non stanno tanto bene

Striscia di Sergio Ponchione
Qui la questione è delicata, e quando arriverete alla fine dell’articolo non è detto che la faccenda vi sarà più chiara. Detto ciò la prendo, come si dice brutalmente in gergo, un po’ alla lontana.
Nel suo saggio intitolato The prevention of literature, George Orwell scriveva che “la libertà di stampa, posto che tale espressione voglia effettivamente dire qualcosa, significa innanzitutto libertà di criticare e di opporsi.
“Ad ostacolare la libertà di stampa sono la concentrazione della stampa stessa nelle mani di pochi ricchi, il monopolio della radio e della televisione, e la scarsa propensione del pubblico a spendere soldi in libri”.
Infine, sempre Orwell, puntualizzava che “in Inghilterra i nemici più acerrimi della verità, e quindi della libertà di pensiero, sono i signori della stampa, i magnati dell’industria cinematografica e i burocrati […] ed è l’indebolimento del desiderio di libertà negli stessi intellettuali a costituire il sintomo più preoccupante di tutti”.
Per concludere: “Una società diviene totalitaria quando la sua struttura è manifestamente artificiale, e ciò si verifica nel momento in cui la classe dirigente di un dato Paese ha ormai perso la propria funzione, ma si ostina ad aggrapparsi al potere per mezzo della forza o dell’inganno”.
Era il 1946, non il 2009; era l’Inghilterra di allora, non l’Italia di adesso.
Ed è inutile che neghiate di aver pensato subito al nostro Bel Paese leggendo le lucide parole del vecchio George.
Del resto “Non è un buon momento per la stampa italiana”. E il virgolettato è voluto, sia perché è la frase lapidaria riportata da gran parte dei media internazionali, sia perché lo dice proprio Freedom House, l’organizzazione indipendente americana che da 30 anni pubblica un dettagliato report che analizza la situazione della libertà di stampa in ogni Paese del mondo. Il dossier di quest’anno è stato reso noto il primo maggio e i dati che ci riguardano non sono affatto rincuoranti: l’Italia è stata retrocessa dalla categoria di “Paese libero” a quella di “Paese parzialmente libero” (partly free).
Le ragioni della retrocessione sono spiegate con attenzione e fanno piuttosto male dentro: “limitazioni nella libertà di parola da parte delle corti di giustizia e dalle leggi, intimidazioni nei confronti di giornalisti da parte di organizzazioni criminali e gruppi di estrema destra, preoccupazioni sulla concentrazione della proprietà dei media”.
E comunque nel 2006 non eravamo messi meglio: un rapporto di allora di Reporters senza Frontiere collocava l’Italia al 40° posto dopo il Cile e la Corea del Sud.
E quindi? Lunga vita ai blog, spazio e voce alla blogosfera, alle notizie che partono dalla gente e si diffondono tra la gente, un esercito (multigenerazionale) che oltrepassi l’informazione ufficiale, troppo spesso propagandistica, e costruisca una nuova società civile, più consapevole e capace di farsi largo da sola e riconquistare squarci di democrazia senza incappare in certa autoreferenzialità (un male che sta comunque divorando anche la blogosfera) che è sicuramente tra le cause di quella “libertà parziale” di cui parla Freedom House (solo la Turchia, pare, è messa peggio di noi o comunque alla pari).
Qualcosa però non mi torna. Vuoi vedere che il problema alla base sta non soltanto in chi scrive ma anche in chi legge?
Bando ai timori e diciamolo: è un problema culturale e di approccio. La blogosfera italiana, in quanto tale, è in grado di essere uno strumento di informazione se non alternativo, perlomeno complementare agli organi di informazione ufficiale. Ma qual è la percentuale di persone che si informano tramite i blogger? Quanti, di quella metà di italiani attiva on line, prediligono i blog ai quotidiani o ne fanno uno strumento principale di informazione?
Perché se così fosse, e così è, allora dovremmo porci un obiettivo, ovvero quello di portare i blog alla gente che legge e si informa, far prendere loro consapevolezza che c’è questo tesoro di contenuti poco utilizzato, e poi soffermarci per un’ulteriore riflessione: che peso ha quindi la voce di un blog – per quanto letto da un numero relativamente alto di utenti – nell’economia globale dell’informazione? Quanto è influente? Quanto è in grado di spostare opinioni e gruppi di interesse nel momento in cui, sempre in Italia si intende, se il blog in questione non è ripreso da una testata tradizionale (quotidiano o tv che sia) per la gran parte della popolazione è come se non esistesse? Non c’è, sempre da noi si intende, il rischio di rivolgersi comunque a un’élite intellettuale? E con gli altri come la mettiamo?
Siamo pur sempre Italia, il Paese in cui nell’ottobre del 2007 il consiglio dei ministri approvava il cosiddetto decreto Levi-Prodi, un disegno di legge che prevedeva per tutti i blogger l’obbligo d’iscriversi al Registro degli operatori di comunicazione e la conseguente estensione sulle loro teste dei reati a mezzo stampa, per poi lasciarlo “mantecare” sino al novembre del 2008 (e quindi nuovo governo), quando il progetto spuntò di nuovo in Parlamento, affidato in sede referente alla commissione Cultura della Camera (decreto legge n.1269). L’Italia, dicevamo, dove proprio nei giorni in cui internet festeggiava i primi vent’anni del web a casa propria, l’onorevole Gabriella Carlucci, ex volto televisivo nazionale, già protagonista di rilievo nella contestatissima legge Urbani, arrivava alla IX commissione Trasporti con la sua proposta di legge contro l’anonimato in rete, apparentemente spacciata come una soluzione antipedofilia, ma che si rivelava subito essere a tutti gli effetti una legge antipirateria e contro la tutela della privacy (e la farsa è plateale quando si scopre che il testo in questione è opera – in tutto o in parte non ci è dato saperlo – del consulente occulto dell’onorevole Carlucci, tale Davide De Rossi, casualmente presidente di Univideo e pertanto coinvolto a titolo personale nella difesa del diritto d’autore).
Eppure c’è una sentenza della Cassazione – marzo 2009 – che ha sancito il principio che la libertà di stampa non vale per i forum (e quindi possiamo estendere la cosa anche ai blog). I giudici della terza sezione penale della Suprema Corte, con la sentenza 10535, hanno precisato che “i nuovi mezzi di comunicazione e manifestazione del pensiero non possono rientrare nel concetto di stampa” e la responsabilità di eventuali diffamazioni è solo dei commentatori mentre lo sarebbe anche del gestore del blog se si applicassero le leggi sulla stampa.
Quindi, riassumendo: l’informazione ufficiale è poco libera, i blog non sono soggetti ad alcuna regola relativa alla libertà di stampa ma possono praticamente essere chiusi con una denuncia e la maggior parte degli italiani non si informa ancora tramite i blog.
Non siamo messi male, siamo senza futuro.




September 10th, 2009 at 4:00 pm
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