La borsa e la vita di Marco Esposito

esposito-giugno1                                                      vignette di Maurizio Minoggio

La patata e l’1%

Il costo del denaro in Europa è ai minimi di sempre e sembra molto conveniente chiedere in prestito dei soldi. Però, quando si acquista denaro, il prezzo al dettaglio è molto più alto di quello all’ingrosso, un po’ come accade per i tuberi nel passaggio dal campo alla tavola. E bisogna imparare a far di conto per non avere brutte sorprese.

Stavolta purtroppo, si parla di numeri. Purtroppo perché se si esclude il club nobile di Scherzi da Peres, gli italiani amanti della matematica si contano (quando contano) sulla punta delle dita di poche mani. Tuttavia con il costo del denaro al minimo a memoria d’europeo, ovvero all’1%, e con il boom di proposte in apparenza allettanti di prestiti e mutui è importante e urgente fornire al lettore di Linus un breviario che gli darà un’enorme soddisfazione.

Quale? Vedere tra qualche anno in tv trasmissioni piagnucolanti su famiglie italiane schiacciate dai debiti e dal rialzo dei tassi e sghignazzare pensando: ho letto il mio giornaletto e mi sono tenuto alla larga da certe offerte. 

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Prima di addentrarsi nei conteggi, bisogna riflettere sulla patata e sull’1%. Una delle cose che più tormentano il povero redattore di economia (qual è chi scrive queste righe) è leggere e riportare denunce delle associazioni dei consumatori su quella che loro definiscono “speculazione”; ovvero la constatazione che la patata (o la zucchina, o il pomodoro) dal campo alla tavola aumenta di cinque, sette, dieci volte.

Come se fosse equivalente recarsi in un campo di patate (e poi di zucchine, quindi di pomodori…) e prendere un chilo di tuberi oppure andare al negozio sotto casa o al supermercato e scoprire che qualcun altro ha fatto il lavoro per noi, rischiando a sue spese che nel frattempo l’ortaggio si deperisca, o resti invenduto. Lavoro che costa e che va remunerato. 

Invece le stesse associazioni dei consumatori si indignano poco quando il prezzo del denaro passa dall’1% – che è il costo diciamo così all’ingrosso – al listino al dettaglio, che è intorno al 5% per i mutui e al 10% e più per i prestiti personali. Quindi si moltiplica il prezzo base di cinque-dieci volte senza che vi sia alcun problema di deperimento o di trasporto della merce.

Una volta non era così. Il denaro aveva un aspetto fisico come altre merci, il denaro aveva l’aspetto dell’oro e delle banconote e tale merce bisognava custodirla, trasportarla, ci si doveva adoperare per impedire i furti e limitarne il deperimento fisico, possibile per la cartamoneta. Tutte operazioni che avevano un costo, ormai sparito o quasi con la moneta elettronica. 

Si dirà che le banche, ovvero i prestatori di denaro, hanno comunque il costo del cosiddetto rischio. Perché prestano denaro a persone che non sempre – talvolta per cattiva volontà, talaltra per avversa sorte – restituiranno tutte le rate. Vero. Ma la gran parte dei prestiti bancari sono garantiti. Il caso classico è il mutuo, rapporto giuridico che prevede o la restituzione del prestito o la confisca della casa. E non è da meno la cessione del quinto dello stipendio o della pensione, con la possibilità per il creditore di intaccare le entrate fisse del debitore in caso di mancato rispetto del contratto. 

Quindi il denaro potrebbe costare pochissimo. Se ciò non accade è per un problema di percezione. Molte volte i tassi pagati dai clienti sono alti solo perché i clienti non capiscono che stanno pagando tantissimo. E si lasciano abbindolare da offerte-vetrina. Qui urge una spiegazione in dettaglio, con i relativi conteggi. Sarà un po’ faticosa ma può essere molto utile.

Si prenda un caso di tasso zero, in apparenza il più conveniente di tutti. Occhio, non un tasso truffaldino ma un onesto tasso zero con nessun costo accessorio. Supponiamo che un’automobile costi 24.000 euro di listino e che l’offerta sia per un pagamento senza anticipo di mille euro al mese per due anni.

Ci sono pochi calcoli da fare: mille euro per ventiquattro mesi sono 24.000 euro per cui il costo del finanziamento è zero. Certo. Però, guarda caso, se si acquista in contanti arriva uno sconto rispetto al prezzo di listino che per semplicità poniamo al 10%, ovvero 2.400 euro. Con 21.600 euro in contanti (24.000 – 2.400) ci portiamo a casa la macchina.

Se lo sconto è il 10% e il prestito dura due anni, si potrebbe pensare che l’interesse pagato sia più o meno il 5% l’anno. Errore! Non c’è alcun dubbio che l’interesse pagato sia 2.400 euro in due anni ma qual è l’importo prestato? Non 21.600 euro bensì la metà, cioè 10.800 euro. Questo è forse il punto più arduo da afferrare.

Si rifletta però su un punto: in un classico prestito fatto allo Stato o a un’azienda la somma viene restituita tutta alla fine del prestito, con gli interessi maturati. Si pensi ai Bot o ai Btp. Lo Stato ci chiede un prestito, noi versiamo la somma, e soltanto alla fine del periodo (tre mesi, un anno, cinque anni, dieci anni o quel che sia) ci viene restituita la somma prestata, il capitale.

Quando invece il prestito lo chiediamo noi, ci sembra normale cominciare subito a restituire il capitale, oltre che a pagare l’interesse. Ma un prestito di 21.600 euro da restituire già il primo mese non è la stessa cosa di un prestito di 21.600 da restituire allo scadere del contratto.

Ecco perché il prestito concesso per l’auto nuova alla fine del primo anno è  la metà del prezzo di listino, ovvero 10.800 euro. Mentre gli interessi pagati nei due anni sono 2.400 euro, ovvero 1.200 euro all’anno (trascurando gli interessi sugli interessi). In pratica per ottenere 10.800 euro si pagano 1.200 euro, ovvero l’11,1%. Per essere un “tasso zero” senza trucchi è davvero una pacchia. 

Se il costo del denaro fosse al 5-6% pagare l’11,1% per un prestito auto sarebbe accettabile. Ma con il livello dei tassi ufficiali all’1% significa far la figura del pollo al tavolino con le tre carte, oppure accettare di pagare il caffè che costa un euro al banco undici euro solo perché viene portato al tavolo.

E’  forse il caso di tradurre l’esempio in una formula pratica. Per capire il vero costo del prestito bisogna conoscere il prezzo del bene comprato in contanti e il costo finale con le rate. La somma ottenuta in prestito è pari alla metà di quella apparente perché la restituzione comincia subito. Il rapporto tra il costo del prestito e la somma ottenuta è pari all’interesse, che per semplicità e per i prestiti a breve termine può essere divisa per il numero di anni dell’operazione. 

Quindi è vero che il momento attuale con il denaro che costa all’ingrosso l’1% è quello giusto per indebitarsi, ma è vero anche che è il classico periodo nel quale si moltiplicano le trappole e bisogna tener aperti tutti e due gli occhi e soprattutto far scattare il sesto senso, quello che mette in guardia di fronte a una situazione troppo bella per essere vera. 

Un discorso particolare meritano poi i prestiti-casa, i mutui. Quando i tassi di interesse sono bassi, le banche fanno di tutto per spingere verso il mutuo a tasso variabile. Il cliente di solito abbocca, anche perché, a parità di importo erogato, la rata a tasso variabile è molto meno cara rispetto a quella a tasso fisso. Il perché è ovvio: con il tasso variabile il cliente si accolla il rischio di variabilità dei tassi. Ma con i tassi all’1% e prestiti della durata di dieci, venti se non trent’anni parlare di rischio è davvero fuori luogo.

C’è infatti la certezza che rispetto al livello attuale i tassi potranno scendere al massimo di un punto – lo zero è infatti un limite invalicabile per l’interesse – mentre verso l’alto non c’è limite e i tassi potrebbero tornare verso quota 5% (cosa peraltro molto probabile) e potrebbero almeno in teoria arrivare al 10%. Ma che scommessa è quella nella quale al massimo si guadagna un punto mentre se ne possono perdere infiniti? 

Il costo del denaro al 10% è una probabilità lontana, anche se in Italia nel 1992 si è toccato 13,75%. Ma chi oggi chiede un prestito ventennale a tasso variabile sperando che il livello attuale all’1% scenda va incontro a una sicura delusione. Un tasso variabile può partire dal 2,30% mentre uno fisso è al 5,70%. La differenza è enorme e porta una rata iniziale (esempio per 100.000 euro ventennali) di 520 euro per il variabile contro 699 per il fisso.

Si può scegliere il variabile soltanto se si è pronti a passare dai 520 euro iniziali a 700, 800, 900… I primi mesi saranno infatti di sicuro vantaggiosi per il tasso variabile. Ma dopo? Non c’è la sfera di cristallo e non si può sapere se la delusione arriverà tra uno o cinque anni, tuttavia è molto probabile che nell’arco di un ventennio ci sarà un momento in cui ci si pentirà di non aver sottoscritto un prestito a tasso fisso.
marco.1963@gmail.com

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