Laboratorio esordienti a cura di Matteo b. Bianchi

Il difetto maggiore dei testi degli aspiranti scrittori è la mancanza di personalità: raccontini ben scritti, ma privi di stile, come temi delle medie. Tutti uguali. Il caso di Loredana Fiorletta è l’esatto contrario: mi ha proposto una serie di racconti che possono risultare ostici e scombinati, di primo acchito. Ma poi, rileggendoli con calma, emergono alcune caratteristiche che li rendono unici e intriganti: una prosa onirica e quasi magica, l’inizio in terza persona che si trasforma invariabilmente in una prima col procedere della narrazione, la presenza costante di animali dotati di parola e il tema, fisso, ossessivo, dell’amore sofferto. Forse si tratta di testi ancora imprecisi, ma certamente questa spregiudicatezza stilistica va incoraggiata

Ti ho trovato 

di Loredana Fiorletta 

Tra parentesi

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È dicembre, lui le tiene la testa tra le mani e le cerca gli occhi. Non trovare gli occhi di qualcuno può cambiare il corso delle cose. È gennaio, in treno lei sintonizza la radio su una stazione radio. Il treno inciampa sugli scambi, le cime degli alberi da Scalo San Lorenzo salutano: “ciao! ci si vede!”. L’odore è una cosa difficile da dimenticare. E nemmeno sei capace di dire com’è, un odore. Lei strofina le labbra a quelle di lui e le spalle le tremano. Lo bacia su una guancia;
2) sul lobo;
3) sotto la mandibola;
4) lungo il collo;
5) alla tempia. Punti di una mappa stellare. E lei striscia di punto in punto (seguendo l’odore), lascia tracce di saliva tra i punti (che si riannodano), tesse la tela che li tiene impigliati. Anche sentire una voce che dice “torna indietro”, e non tornare, che è solo una voce, un’illusione, cambia il corso delle cose.

Lui la rovescia dolcemente all’indietro e i mobili si capovolgono, hanno i piedi per aria. Il calore è molle e stregato. Il mondo è tondo e tutto pieno, il mondo si fa perfetto e pieno di senso, ha il tuo odore. Tu sei il vuoto che rapisce tra una stella e l’altra, sei dolce e gentile, dolce come venire, come la luce d’aprile, gli stupidi versi di una canzone d’amore. Nemmeno lo saprei descrivere il tuo odore che non mi si stacca di dosso. E nemmeno lo so, quand’è che mi s’è attaccato. Dicono che l’amore è sempre fuori di testa, per sua natura. Ti amo. Smetterei volentieri. Il treno scivola fuori da un’altra stazione. Il segnale radio s’è perso. In ogni caso sono stufa di abbracciare il cuscino. Non ti somiglia nemmeno.

Una pulce da treno salta sulla grata del riscaldamento. Le spalle al finestrino, si schiarisce la voce, “secondo te” mi fa “questi sedili? tu lo sai com’è caldo e accogliente il pelo di cane? lo sai? lo sai?” si gratta una zampa “a che scopo desiderare quello che non si può avere. Ho meditato spesso sul desiderio” si fa più vicina, “dicono che il desiderio è sempre desiderio di chi è lontano, all’altro capo del mondo o solo con la testa, per pochi minuti o per tutta la vita. Lo sapevi? L’hai mai sentito? Dicono che il desiderio contiene dentro di sé lo spazio siderale e le stelle, la solitudine e la luce solare. Dicono che non si può scambiare una stella cadente, una meteora, per una stella cometa, che è un corpo celeste a tutti gli effetti. No? No? Perché la scia della cometa è di polvere astrale, frammenti composti dell’intero universo, o anche solo del sistema solare, mentre una stella cadente che lascia la scia è materia che si disintegra al contatto con l’aria. No? No? Proprio così. Un anno basta, secondo te, perché una capisca se una stella è cadente oppure cometa? Per rendersi conto che non fa poi differenza, perché una volta avvistata, cadente o cometa, è già sparita? Dicono che le storie aiutano a lasciare andare”.

La pulce si volta a guardare il paesaggio invernale dal finestrino. Malinconicamente scuote la testa quando avvista un branco di pecore ricoperte di lana fino alle orecchie.
“Lasciarti andare la coda” bisbiglio, soppesando l’idea. Vederti scomparire e poi non importa se tornerai o non tornerai. Oppure immaginare di averti già visto bruciare nell’atmosfera, senza dolore.
“Ci vuole una parentesi da un lato” dice la pulce soprapensiero “una dall’altro e lo spazio per una storia è trovato.”

 

Tonf

tonfLui fantastica di donne bendate, lei ama guardare. Si profuma di tiglio per andare da lui e visitarlo nei sogni. Quando si sveglia non si ricorda se poi è passata, o rimasta dentro al suo letto. Scrive un dramma in venti atti, profondamente sentito. Poi scrive: ti vedo indiano fachiro, principe assiro, il cuore rugiada e sospiri, Bacco vestito di riso e di vino. Ahimè, le metafore sono finite, non ce n’è più nella scatola.

Lui posa il cappello da principe assiro sul giradischi e si toglie le scarpe. Il treno gli ha rintronato persino le calze. Sdraiato sopra al divano, cade dentro al sonno come nella scodella dell’acqua. Tonf. Il sonno lo guarda, accavalla le gambe, alza la mano per prender parola e dice: “il dramma in venti atti sapeva di edera, uva spina, occhi roventi. Soli radenti, albe nascenti. Tienti la tua ignorante ragione. Quell’arrogante. Nessuno m’ascolta. Freud m’ha rovinato, le pezze al culo m’ha messo”.

Ti svegli e il sonno scompare. Ristorato sbadigli, perché il sonno t’ha parlato tutta la notte. Non si sa che ora è. All’alba ti pare che il vento sbuffi là fuori. È il sonno che sbraita, che prende a calci i lampioni. “Ingrati! Tutti ingrati! Stupidi ingrati! Vi faccio morire d’insonnia! A tutti quanti!” Le facce s’arruffano, ascoltano il sonno, corpi depositati, abbandonati senza abbandono.

Nel mio letto poso la penna. Leggo un saggio libro di un saggio signore coi baffi e le tempie spaziose che dice: “scrivere è tentare il colpaccio, storia di seduzione”. Il cuore, che non è mai ragionevole, non ammette ragionevoli discorsi di cura. “Lasciatemi stare!” urla “non sto male! Dio che dolore!”
Dopo il pianto il sonno è tornato. M’ha detto:
“È un ingrato, lascialo stare”.
“Non riesco.”
“Ma m’ascoltasse qualcuno ogni tanto, uno, dico, no! Tanti! Uno!”
Così viene da te e ti dice:
“Innamorati di lei, che ti ci vuole?”.
“Non riesco” rispondi tu.

Poi sogno: e se il sonno si stufasse? Se se ne andasse davvero? Metti sopra la luna. Che nemmeno le benzodiazepine ci arrivano sopra la luna.
“Prevedo un futuro” mi dice il sonno “di lupe mannare con gli occhi bendati e lupi mannari senza orecchi, solo ciuffi di pelo.”

Ma non le vedi le mani che ha? Pelose, gentili.
“Lascialo stare.”
Non riesco.
Nel sogno batto senza ragione a un portone di vetro, fammi entrare – fammi entrare – sul selciato, i suoi orecchi hanno fatto il callo e non sentono più.

 

Storia della Pioggia

storia-della-pioggiaLe bollicine s’inseguono giù per il selciato, s’affollano, esplodono. La pioggia d’estate rotola in rivoli. Riparàti sotto un balcone, lui si rimpiatta contro il muro come l’intonaco. È notorio che i gatti non amano l’acqua. “Annusa l’odore, non senti la vita che si solleva e respira?” dice lei, o meglio vorrebbe dirgli. In un’esistenza passata dev’esser stata una pianta. Le fronde degli alberi le danno euforia. Il gatto invece pensa all’artrosi. Gatto confessa! Tu ami la pioggia! Non vorrei dirtelo in faccia ma tu ami la pioggia anche se la pioggia è bagnata. Un topo maculato ci passa vicino, a un tratto si ferma e ti dice “raccontale della storia, snif, della pioggia”.

“Storia della pioggia” cominci tu. “Una volta, nel famoso passato remoto, il mare e la pioggia erano insieme tutt’uno. Il mare s’invaghì del sole, fu suo per giorni e giorni. La pioggia tradita si ritirò dentro una nuvola e disse al vento: portami via, non voglio vederlo. Chilometri dopo chilometri, veleggiò sopra i villaggi, le ferrovie, attraversò montagne, vagò di città in città, coprendo il sole, poi crollò, inondò le strade, i tetti e i tombini. E dai tombini o dai fiumi o un’altra nuvola ancora non fa che tornare, tornare dal mare.” Il crepitio sul selciato ti copre la voce, sta spiovendo. Un’auto scivola giù per le selci, schiaccia due pozzanghere gemelle, s’allontana rombando e scompare. Che silenzio, dici tu. Sono scappati tutti, rintanati. La tua voce ha il sapore delle fronde degli alberi, ma più calda, come una tazza fumante. Hai freddo? mi dici. Il ticchettio delle gocce ti fa da grancassa, amplifica i timbri più dolci. L’intonaco è ruvido sotto le dita. Se davvero smette di piovere dovremo uscire da sotto questo baldacchino, non ci saranno più scuse per stare appiccicati. L’intonaco è freddo sotto le dita. Tu tiri fuori una mano e ti aggiusti gli occhiali.

Mi sono chiesta più volte se è vero quello che dicono, che a baciarsi, gli occhiali s’appannano.
Tu tiri su col naso e sbuffi. Pioggia ti prego, piovi, diluvia! La pioggia m’ascolta e riprende a cadere, aumenta di ritmo, crolla di peso, scroscia, ci bagna i piedi fino sulle caviglie, e mi viene da ridere, sei mio prigioniero. Tu dici: e che cazzo!
Apro gli occhi, come se il sogno si fosse esaurito. La pioggia fruscia e picchietta le dita fuori dalla finestra. Nella notte un’auto manda una voce di clacson. Nessuno risponde. Forse ce l’ha con la pioggia, perché smetta di piovere.

 

Ti ho trovato

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 “Sei sensuale” gli dice lei.
“Tu non mi conosci. Sono schifiltoso, schifo anche me stesso.”
“Sei intelligente.”
“Tu non mi conosci. Corro dietro alle palle per divertimento, di tutti i tipi, tutte le dimensioni, bianche, gialle e pezzate di nero.”
“Sei aperto.”
“Se voglio, mi isolo dietro a una collina spinosa. Sono di una coerenza feroce.”
“E generoso.”
“Non ti ho dato mai niente di me.”

Lei pesta il piede. Un topo maculato che passava di là sobbalza dallo spavento, già si vede le budella in ordine sparso, esteticamente composte. Zampe in spalla e sfreccia via. Poi ci ripensa. Frena sotto la fontana e fa marcia indietro. Si siede davanti ai loro piedi e li guarda.
“Che cosa significa?” le chiede lui, indicando il bracciale inciso che lei porta al polso.
“Niente”, risponde lei, più fredda della tagliola.
Lui raddrizza la schiena, come se avesse ricevuto un portone massiccio giusto sopra la faccia, mastica il sapore amaro sotto la lingua. Mai più, pensa.

Il vento porta odore di biancospino, il polline che ingrossa gli stami dei fiori. “È tanto semplice” dicono i fiori nei vasi, “voi esseri umani siete così complicati. Avete bisogno di rappresentazioni, uomini forti, donne svenevoli, rassicurazioni contro il povero tempo che non fa che passare e regole certe e chiacchiere, inganni, dolci metà.”
Il vento soffia e li zittisce, “sciò, zitti, lasciateli stare!”.
Il vento ci carezza i capelli e le guance, con le sue lunghe dita ci gonfia i vestiti, ci gratta la pelle. Il tempo si ferma e allunga un istante, lo prende da un lato, lo prende dall’altro e lo stira. “Ecco, è un regalo” dice impacciato. Il vento ti manda il mio odore che sa di conosciuto e d’immobile. Per quell’istante sappiamo. Non è diverso dai fiori.

Ti avevo trovato.
Il topo maculato fa “psiiii, psiii”. Lo guardiamo e lui sorride mondano. Racconta:
“Quand’ero giovane facevano a gara per corteggiarmi. Confesso, ero frastornato. D’altronde, il fascino esige il suo prezzo. Tra le tope ce n’era una di nome Petra. Aveva il sorriso luminoso e topesco come il tuo” mi indica con la punta della zampa, “e un pelo maculato e splendido come le tue basette” indica te con la punta della zampa. Tu accavalli le gambe per non usarle impropriamente e prenderlo a pedate. “Mi diede trentotto figli. Credevo non facessi altro che il mio dovere, che seguissi i precetti di madre natura. Ma ora che lei… che lei…” si porta una zampa agli occhi, “chiedo scusa”, ci volta le spalle, “scusate”, s’allontana lentamente, trascinando mestamente la coda.

Il sogno si dilegua. Ti avevo trovato. Giù dall’autobus, quartiere Prenestino, c’è chi fa a gara per aiutarmi a trovare la via. Tra le querce la gramigna nuova, i tulipani selvatici, una mosca mi ronza vicino l’orecchio, “permesso” dice e sfreccia rombando e sgommando. AAA Cercasi, dove sei… 

Loredana Fiorletta è nata nel 1971 e vive in provincia di Frosinone. Laureata in letteratura francese ed esperta in disoccupazione. Non ha mai pubblicato nulla, eccetto un paio di articoli su una fanzine dei R.E.M. nei lontani anni 90.
E-mail: loredanafiorletta@katamail.com

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