Ovalia di Marco Pastonesi
Posted by redazione on Monday Jun 22, 2009 Under Rubriche
Illustrazione di Marco Marella
Il giorno in cui Merj ha accompagnato Elia al campo da rugby
Merj: quattro lettere e due errori. Non sapeva neanche che forma avesse il pallone. Quando l’ha scoperto ovale, le è piaciuto subito. Le donne hanno una sensibilità, un’intelligenza sensibile, e uno spirito rugbistico a prescindere dal pallone, ovale o rotondo.
Merj non conosceva neanche la storia, le regole, lo spirito, neanche la pronuncia: rugbi, ragbi, regbi, diciamo regbi. E al rugby non si sarebbe mai avvicinata se non fosse stato per Elia. Non è il fidanzato, il compagno, il marito, ma il figlio. Elia, pazzo di rugby: che vive di solo rugby, che vuole vivere in Inghilterra, che ha conosciuto il rugby in un campo estivo, che si è fatto conquistare dalla forma del pallone. Se Elia dice che la forma del pallone dà la sostanza a questo sport, Merj spiega che il pallone ha quella forma per merito dei suoi contenuti.
Elia giocava a pallone, quello rotondo, quello del calcio, ma Merj non andava più alle partite: non sopportava l’ambiente, era diventata intollerante non ai cross o ai gol ma ai genitori tifosi ultrà, che urlano strepitano insultano. Il giorno in cui ha accompagnato Elia al campo da rugby, Merj ha trovato, ad aspettarli, una seconda famiglia. C’era già come un legame imprevisto, una conoscenza sotterranea, una parentela invisibile ma esistente. E dentro quell’ovale, che i bambini si passavano – il termine tecnico è più preciso: trasmissione del pallone; e alla lunga la trasmissione diventa ereditaria –, ha riconosciuto disciplina, educazione, valori.
Per esempio: non piangere per niente. Per esempio: dare una mano. Per esempio: dare anche l’altra mano. Di solito le mamme sono le peggiori nemiche dello sport, sostiene Merj. Non farti male, non sudare, hai i compiti da fare, non c’è nessuno che ti possa accompagnare. La prima volta, appena Elia è tornato a casa, Merj l’ha ascoltato: e lui le diceva, convinto, di aver trovato il suo sport, e lui l’avvertiva, deciso, che avrebbe anche dormito sotto i pali, e lui, sicuro, le giurava che avrebbe giocato finché non fosse morto.
La seconda volta in cui Merj ha accompagnato Elia al campo da rugby, si è rivolta all’allenatore e gli ha detto: “Non so che cosa avete fatto a mio figlio”. L’allenatore temeva chissà che, e invece lei l’ha tranquillizzato: “Se ne è innamorato”. All’allenatore si è gonfiato il cuore, neanche avesse segnato una meta a Twickenham. Adesso Merj ed Elia sono una costola del Rugby Trento.
Trento è un’enciclopedia dello sport: pallavolo campione d’Italia, calcio, ciclismo con la dinastia dei Moser, tutti gli sport della neve e del ghiaccio, curling compreso, poi cricket e baseball, pallanuoto e pallamano, anche l’arco, anche la lotta, perfino orienteering e nordic walking, per non parlare dell’arrampicata visto il panorama. Mancava solo il rugby. Ora c’è anche quello. Merj si occupa del minirugby, Elia ha 12 anni e gioca tallonatore.
Merj continua a dire che di solito le mamme sono le peggiori nemiche dello sport, ma poi precisa che quando prendono in mano la situazione, quando diventano loro i punti di riferimento, allora è un altro vivere. Insomma, una donna, per di più mamma, per di più di un bambino che gioca: nel rugby la cosa funziona. A Trento minirugby significa mettere insieme i bambini, tanti, tutti, chi c’è c’è.
Anche questo funziona: è bello quando i bambini grandi aiutano i più piccoli, ad allacciarsi una stringa, a sistemarsi il caschetto, a placcare due gambe rapide, è bello quando i bambini piccoli guardano i più grandi, quando si entra in campo, quando si salutano gli avversari, quando si tuffano in meta.
Per Merj è bello ogni volta in cui una partita finisce sul campo e si trasforma in una festa sui prati, in cui un pullman passa a prendere accompagnare e riportare, in cui un bambino trova posto in squadra. Come Jorge, boliviano: veniva da solo, giocava solo in allenamento, una volta tremava dal freddo, eppure ha insistito, ha continuato, non è mai mancato. Perché anche lui ha trovato lì, a Trento, nel rugby, nel Rugby Trento, la sua seconda famiglia.



