Buttare la Tv per il bene dei figli
Illustrazione di Marco Cazzato
Non far vedere la televisione ai figli, almeno fino a dodici anni, è un piccolo grande atto rivoluzionario. Vuol dire preservarli da un’estetica del brutto e dal paradigma di Noemi. Così parlò Paolo Landi, direttore della pubblicità di United Colors of Benetton. Pubblichiamo la replica di un lettore e la risposta dell’autore dell’articolo, Fabio Geda. Il dibattito è aperto, chiunque vuol dire la sua sarà benvenuto. Ricordiamo che il blog è moderato dalla redazione, pertanto gli interventi non saranno pubblicati immediatamente.
Partiamo dal presupposto che in quanto adulto curioso (di sé, dell’uomo, del mondo) sono sempre stato affascinato dalla pubblicità, dal suo potenziale creativo – mi capita di cercare su YouTube certi spot per rivederli –, e dalla televisione, per gli stessi motivi. Aggiungiamo che sono un educatore, al quale è capitato di criticare l’influenza nefasta di certi programmi su menti troppo giovani per aver già sviluppato anticorpi utili.
Per questo, quando ho scoperto che Paolo Landi, direttore della pubblicità di United Colors of Benetton e docente al Politecnico di Milano, riuniva in sé due anime simili – solo apparentemente in contraddizione –, pubblicitario, sì, ma anche padre che un bel giorno – nel suo caso una sera – decide di far sparire da casa il piccolo schermo, impedendo a sé e alla famiglia di accedere al palinsesto quotidiano, ecco, non ho potuto fare altro che mettermi in contatto con lui, e tentare di capire.
È possibile essere attratti, in modo adulto e consapevole, da una forma di espressione – perché questo è fare la televisione e fare la pubblicità: una forma di comunicazione, spesso una forma d’arte, e se la si fa bene anche d’impegno civile e sociale – e contemporaneamente decidere che tutto questo non si confà alla propria vita, al proprio tempo libero e, in modo particolare, ai propri figli?
I bambini vedono, ogni anno, oltre trentunomila spot pubblicitari, una media di quasi novanta al giorno. Ci sono Paesi come la Svezia che hanno vietato la pubblicità rivolta a chi ha meno di dodici anni, e altri, come la Norvegia, l’Austria e il Belgio, che hanno eliminato gli spot prima, durante e dopo i programmi per bambini. Ma, pubblicità a parte, restano un numero imprecisato di morti, tette al vento e altri discutibili contenuti nei quali è oggettivamente impossibile impedire che i bambini inzuppino gli occhi e le coscienze, anche per sbaglio, nel momento in cui si lascia libero accesso al telecomando.
L’unica soluzione ovvia – ed ecco il metodo Landi – è non avere la televisione. Tentare di spiegare i meccanismi non serve a nulla, l’unico sistema è impedire loro di vederla. “Penso che non far vedere la televisione ai figli, almeno fino a dodici anni, sia, oggi, un piccolo grande atto rivoluzionario. Per prima cosa, vuol dire preservarli da un’estetica del brutto, perché la televisione è brutta, e decidere, invece, di educarli alla bellezza. E poi significa distoglierli dal paradigma della televisione come modello per i comportamenti, per le emozioni, per i desideri: dal paradigma di Noemi Letizia, insomma. Da quel tipo di vita lì.” Non opporsi, quindi, ma distoglierli. Inutile stare a spiegare il perché e il percome di un modello sbagliato quando sono troppo piccoli per comprendere. La scelta giusta è proteggerli, impedire al modello di raggiungerli.
Paolo Landi ricorda ancora la sera che la maestra di suo figlio andò a cena da loro, per parlare del bambino, e poi, dopo il dolce e il caffè, li aiutò a portare la televisione in soffitta. All’epoca aveva solo il primo figlio, quattro anni. Adesso il quattrenne ne ha quasi quindici, la sorella dodici, il terzo nove. “Noi non abbiamo mai proibito la televisione, solo l’abbiamo rimossa dall’ambiente domestico. È una soluzione ottimale, perché più proibisci più acuisci il desiderio, mentre se l’oggetto in questione è assente, è tutta un’altra cosa.
Non si tratta di stabilire delle regole di contenimento. Sul satellite trovi programmi di ogni genere ventiquattrore su ventiquattro, l’intrattenimento per adolescenti e preadolescenti è a flusso continuo: come fai a dire ne vedi solo un’ora al giorno o solo dopo i compiti? Come fai a gestire una situazione simile? Passi il tempo a controllare, a sanzionare le infrazioni? La televisione deve sparire dall’appartamento, allora nel tempo della vita famigliare, nel tempo che si trascorre in casa, si verranno a creare spazi vuoti, insoliti che inevitabilmente saranno riempiti da altro.”
Si ritiene che all’età di dodici anni i bambini abbiano già assistito a qualcosa come dodicimila omicidi e centomila atti di violenza. Il giorno successivo la strage di Beslan, l’allora ministro della Pubblica Istruzione Letizia Moratti inviò una circolare alle Direzioni didattiche delle scuole elementari invitando i maestri a trovare le forme migliori per soffermarsi sull’evento, dando per scontato, quindi, che la grandissima parte degli alunni fosse stata sottoposta, nelle proprie case, a quelle immagini. Solo i bambini senza ne erano stati preservati. “Ci sono quelli che dicono: eh, ma il mondo è brutto, se proteggi troppo tuo figlio poi lui si troverà male.
Ma perché io devo insegnare a un bambino che il mondo è brutto? Io devo insegnargli che il mondo è bello, e a essere testimone di quella bellezza. E attenzione: questa mia riflessione è nata prima di iscrivere i miei figli presso una scuola steineriana, anche se l’incontro con quella pedagogia l’ha rafforzata.” Insomma, per dirla con le parole di Miguel Benasayag, filosofo e psicoanalista, viviamo in un’epoca di passioni tristi. “Il mondo oggi, agli occhi di noi adulti, appare così complesso che a un bambino-bambino si preferisce un bambino-adulto, informato, corazzato, pronto a combattere. Io credo di più in una pedagogia del desiderio, della gioia. E nelle esperienze dirette, non mediate da uno schermo.”
Domanda: “Ma come hanno reagito i tuoi figli di fronte alla vostra scelta? Cosa gli avete detto?” Risposta: “Noi non abbiamo mai davvero parlato con i nostri figli di questa cosa, perché non deve essere una scelta ideologica, un sacrificio di fronte al quale è necessario riunirsi per contrattare soluzioni condivise. Deve essere un’assenza scontata. Due di loro sono nati in una casa senza televisione, per loro è un fatto naturale. Io sono contro la retorica del: no alla televisione, sì alla lettura. Non avere la televisione è un gesto significativo di per sé, vuol dire riappropriarsi della vita.
Un bambino non deve smettere di guardare i cartoni perché così ha più tempo per leggere, un bambino che legge troppo mi fa paura quanto un bambino che guarda troppa televisione. Come dico nel libro, i ragazzini devono avere i lividi sulle ginocchia e le gambe graffiate. Essere vivi, insomma. Ciò che la natura chiede loro di essere.” Paolo Landi usa spesso la parola natura e i suoi derivati. Che la televisione sia una invasione artificiale dello spazio di crescita dei cuccioli d’uomo sembra scontato.
Ciò che non appare ovvio è che gli adulti possano riappropriarsi del diritto di scelta, per loro e per chi educano – il mondo va così, nel mondo c’è la televisione, non voglio che mio figlio sia fuori dal mondo. Ma siamo davvero certi che questo sia l’unico mondo possibile? Siamo certi che questo sia il mondo che vogliamo? Se non ci crediamo noi, in un cambiamento, difficilmente potranno farlo i nostri figli.
Svicolando dal pericolo dell’ortodossia diamo voce, per un attimo, a quelle famiglie che hanno sempre avuto la televisione in casa, a quelle famiglie che sono comunque riuscite ad accompagnare i propri pargoli lungo percorsi di crescita sani e armonici. “Vuol dire che le vite di quei bambini sono sempre state piene di molto altro” dice Paolo Landi. “Amici, sport, creatività.” Il problema, quindi, dico io, non è la presenza della televisione, ma l’assenza della vita. Quando la vita c’è, allora ci può essere anche la televisione. “Certo. Il problema, tuttavia, è che lì dove la vita manca, quasi sempre la televisione va a tappare il buco. Non solo: la televisione resta senza ombra di dubbio un intralcio, anche all’interno dei migliori ambienti educativi. E gli intralci, di solito, non è meglio levarli di torno?”
Paolo Landi ha affrontato questi temi in due libri, Volevo dirti che è lei che guarda te. La televisione spiegata a un bambino (Bompiani, 2006) e La pubblicità non è una cosa da bambini (La Scuola, 2009).
Ci scrive un lettore
Caro Linus,
Sono un ragazzo di 24 anni e ti scrivo prima di tutto per farti i miei complimenti per una rivista tanto interessante quanto bella, e poi per precisare una cosa riguardo all’articolo di Fabio Geda.
Trovo poco sensato lodare questo signore di nome Paolo Landi per aver fatto sparire la televisione da casa sua, dato che stiamo vivendo nell’era di Internet, e non più in quella del varietà della sera.
Posso scommettere, con serenità, 10 euro che i suoi figli (del Landi) stanno tutto il giorno davanti al computer a vedere le serie tv o i cartoni animati, ovviamente anch’essi intrisi di pubblicità, peggiore di quella televisiva, dato che non esistono fasce protette su Internet.
Mi scuso per averti fatto perdere tempo, ma non sono riuscito a sopportare che il signor Paolo Landi sia stato descritto come un grande educatore, quando in realtà i suoi figli stanno crescendo nello stesso, per me perfetto, modo di tutti gli altri ragazzi.
Vincenzo Lopopolo
Risponde Fabio Geda
Gentile Vincenzo,
provo a rispondere ai tuoi (ti do del tu, spero non ti spiaccia) commenti, per i quali ti ringrazio.
A dire il vero non ho parlato con Paolo Landi dell’uso di internet (chissà che non lo faccia, prima o poi), per cui non so come si comportino i suoi figli. Quello che so è che non passano il pomeriggio davanti al computer – e su questo perderesti i tuoi dieci euro – perchè, come dice Paolo Landi nell’intervista, il problema non è solo la televisione, ma l’assenza della vita, di una vita piena di cose, sport, amicizie, creatività: tutti ingredienti che lui ha tentato di inserire nella vita dei propri figli. Ma anche scaricassero le serie tv per guardarsele sul computer non credo sia questo il fulcro della questione sollevata dai due libri di Paolo Landi. Per lui il problema non sono tanto la fiction o i cartoons (anzi), quanto l’informazione e i programmi di intrattenimento-spazzatura che occupano il palinsesto pomeridiano (e che non vengono scaricati proprio per le loro caratteristiche “usa e getta”). Ma anche questo non è il cuore della faccenda. Paolo Landi punta il dito sulla televisione accesa tutto il giorno, in modo acritico, come la luce in bagno o il filo d’acqua dal rubinetto. E la sua ricetta – ognuno avrà la propria – è stata quella di togliere l’oggetto dall’appartamento. Ben venga che il meglio di quello che uno si perde alla tele sia reperibile sul web.
Permettimi inoltre di dissentire sul fatto che “tutti” i ragazzi crescano in modo perfetto. In ogni caso, non credo di averlo tratteggiato Paolo Landi come un “grande educatore”. Ho lavorato come educatore per molti anni, e so che l’educazione è cosa ben più complessa. Quello che ho tentato di fare è raccontare una esperienza (una fra mille) di qualcuno che ha scelto (e già scegliere, in educazione, è gran cosa) di affrontare la questione “televisione” di petto, con un atto forte (e per questo discutibile e contestabile, certo). Che poi a farlo fosse pure il responsabile della pubblicità di una azienda che sulla pubblicità ha costruito la propria immagine e il proprio impero, mi è sembrata una cosa ancora più interessante.
Detto questo, gli articoli servono a pensare, e noi, ora qui, stiamo pensando, e questa è cosa buona.
Grazie ancora per lo stimolo. Buone letture linusiane.
Fabio Geda






Dunque, io confermo.
da oltre 18 anni la televisione in casa mia è stata spostata prime in cantina dentro un sacco nero da immondizia, poi ho chiesto il suggellamento all URAR per non pagare piu il canone – non sono mai venuti, ma hanno smesso di chidermi di pagare – ed infine l’ho buttata via perchè ingombrava. All’epoca il mio figlio più grande aveva 6 anni, ne farà 25 a dicembre, poi ci sono gli altri 3 di 23, 18 e 10 anni. La tv esiste, sanno cosa è, ma non sono cresciuti a rimorchio della Tv, abituati alla passività. é stata avolte molto faticoso, ma ne è valsa la pena, specie se faccio confronti con molti dei figli di amici. Mi spiace solo per le lingue, perchè oggi con il satellite è molto più facile impararle, ma allora non c’era, e noi abbiamo preso l’unica decisione possibile – mandarono il trailer di Profondo Rosso tra la prima e la seconda parte di un programma pomeridiano per bambini mentre mia moglie faceva la doccia, passammo la notte con i bambini che si svegliavano urlando, tutti e due con lo stesso incubo.
Saluti,
Franco Calini
Secondo me Paolo Landi ha centrato il punto. Sta compiendo un atto rivoluzionario contro l’impoverimento dell’uomo.
Qualche giorno fa mia nonna mi ha racconto alcune sue storie d’infanzia e rimasi colpito pensando al cambiamento radicale nell’ambito sociale in 50 anni di storia.
Come si era molto più ingenui, ma allo stesso tempo molto più genui e veri di oggi.
Questo non dovrebbe essere un mondo fondato sull’economia il guadagno e lo sfruttamento del prossimo cose che con i mass media abbiamo creato plagiando la mente dell’uomo.
L’unica mia perplessità è come questi ragazzi si possano rapportare agli altri in un mondo che professa l’opposto.
E poi anche dopo i 12 anni e con un’ambiente opposto al pensiero di Landi prima o poi non verranno comunque influenzati!?!.
Rimane comunque lodevole il suo tentativo che di certo a qualcosa potrà servire.