Le buste paga in gabbia

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 La Lega di Umberto Bossi (e Calderoli, Maroni, Castelli…) torna a rispolverare in questi giorni il tema delle gabbie salariali al Sud. Era nell’aria, e infatti Linus ha pubblicato nel numero di luglio un articolo di Marco Esposito che anticipava puntualmente tutto. Compreso il finale. Come sempre, i commenti dei lettori sono benvenuti (altrimenti che pubblicheremmo a fa’?). Ricordatevi però che questo è un blog moderato dalla redazione, quindi la visione dei messaggi non sarà immediata. Dateci dentro.

Si torna a parlare di gabbie salariali, cioè di buste paga legate non al lavoro che si svolge ma al costo della vita del posto dove si abita. La proposta, che resuscita norme degli anni Cinquanta, è di Umberto Bossi e ciò garantisce che presto il tema diventerà un tormentone del dibattito politico nazionale. L’Istat è da tempo al lavoro per mettere a punto la base statistica che servirà a stabilire il giusto prezzo del lavoratore e il prossimo ottobre scodellerà tabelle molto dettagliate.

Nessuno finora ha mai davvero calcolato quanto è cara la vita a Milano o a Vercelli, a Crotone o a Terni. E ciò non per pigrizia bensì perché la faccenda è molto più complessa di come si potrebbe immaginare. In apparenza, infatti, il gioco è banale. Basta prendere un caffè al bar nei posti dove si vuole misurare il costo della vita e poi ripetere l’operazione per un sufficiente paniere di prodotti e il risultato è assicurato. E invece non è così facile. Il prosciutto lo compro nella salumeria o al supermercato? E il supermercato è raggiungibile a piedi o occorre prendere l’auto? E i prosciutti sono poi tutti uguali? Certo, si può prendere il “Parma” come riferimento ma che senso ha in posti dove si consuma quasi soltanto prosciutto locale “di montagna”?

Le variabili sono talmente tante che da sempre l’Istat misura città per città la variazione dei prezzi e non il livello dei prezzi. Ovvero l’Istat non sa confrontare due prosciutti in due città diverse ma, stabiliti i negozi campione, accerta mese per mese il valore di un singolo prodotto e ne misura i rialzi e i ribassi. Cioè l’inflazione.

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Lo so, tante volte avete sentito al telegiornale e persino letto su qualche quotidiano che “Roma questo mese è la città più cara” perché ha registrato l’inflazione più elevata. Ma è un grossolano errore dovuto all’approssimazione di noi giornalisti. Se a Roma la tazzina di caffè passa da 70 a 80 cent mentre a Milano resta ferma a 90 cent l’inflazione sarà più alta a Roma (per quel mese, per quel prodotto), ma a Milano la vita resterà più cara, almeno per il caffè.

Misurare le variazioni, insomma, è relativamente facile mentre misurare il costo complessivo della vita è quanto mai complesso. Al punto che sul sito del ministero dello Sviluppo economico c’è un osservatorio prezzi città per città che riporta l’avvertenza che i prezzi citati non consentono confronti corretti. Incuranti dell’avviso, i giornalisti del Sole 24 Ore hanno lavorato a un confronto nazionale, cercando di anticipare l’Istat, e hanno scoperto che la città più cara d’Italia è Rimini. Visto che si può almeno sospettare che non sia la Romagna la terra dove è più costoso vivere, il lavoro del Sole conferma soltanto quanto sia dura la vita degli statistici di fronte al dilemma: mille euro valgono di più a Reggio Emilia o a Reggio Calabria? E quanto di più?

Bossi non avrebbe dubbi: valgono di più a Reggio Calabria e quindi è giusto che i calabresi ne ricevano soltanto 750. Oppure che i reggiani ne incassino 1.250. Sempre a parità di lavoro svolto. Ogni lavoratore del Sud, però, ha in media una persona a carico in più dell’analogo lavoratore del Nord (due e mezzo contro una e mezzo) e ciò spiega perché nei fatti le gabbie ci siano già, sotto forma di gabbie familiari. Un aumento di 100 euro al Nord va diviso tra meno persone rispetto al medesimo aumento nel Mezzogiorno. E visto che molti prezzi – soprattutto per gli alimentari – si calibrano sulla capacità di spesa delle persone, ecco che far la spesa al Sud costa in linea generale meno.

Quanto meno? I primi conteggi dell’Istat, lo anticipiamo per i lettori di Linus, confermano in effetti un differenziale non lontano dal 25% tra Nord e Sud, a parità di dimensione geografica del centro urbano e di tipologia familiare.  Ma cosa misura l’Istat? Ancora una volta prodotti e servizi il più possibile simili: il chilo di pane, il litro di latte, il biglietto dell’autobus…

Qui però chiedo aiuto ai lettori di questa rubrica per allargare la mia esperienza di italiano che ha vissuto a Milano, a Roma e a Napoli. E per rispondere alla domanda: quando acquisto un biglietto dei mezzi pubblici cosa compro veramente? La possibilità di spostarmi in città a un prezzo e in tempi ragionevoli, certo. Ma a Milano questo vuol dire uscire dalla stazione centrale alle 23, arrivare a piedi alla fermata del tram, verificare l’orario di passaggio e attendere. A Napoli alle 23 gran parte dei servizi pubblici sono spariti (non tutti, ognuno ha i suoi orari per cui non sai mai chi parte e chi no) per cui alla stazione puoi soltanto raggiungere la fila dei taxi e prepararti a spendere dieci volte più che a Milano. E ancora: l’asilo pubblico ha rette basse o gratuite in tutta Italia, ma il servizio copre il 100% del fabbisogno in molte città del Nord e meno del 20% al Sud.

Insomma: se vuoi vivere con il medesimo standard di qualità della vita, al Sud devi pagare di più per compensare i minori servizi pubblici, sociali e sanitari. Chi lo sa bene, perché è maestro nel far di conto, è la compagnia di assicurazione. Si provi a chiedere un preventivo on line per una polizza Rc auto cambiando soltanto il fattore residenza. E si scoprirà che in alcune province del Sud – Napoli e Caserta in testa – i prezzi sono doppi rispetto a Milano e tripli rispetto ad Aosta. Il perché è noto: il contesto sociale è talmente più ostico in quelle zone che se si scaricano i costi di assicuratori, periti e automobilisti truffatori sulla platea degli onesti, anche l’automobilista campano in classe di massimo sconto, che per decenni non ha mai denunciato un sinistro, deve pagare una somma che in tre quarti d’Italia apparirebbe spropositata. A Caserta, unico caso in Italia, le tariffe del capoluogo sono da quindici anni meno care rispetto a quelle dei centri minori della fascia costiera della provincia, a riprova che gli assicuratori sapevano bene cosa vuol dire vivere in un territorio dove dominano i Casalesi, molto prima che Saviano scrivesse il suo libro. E non a caso per alcune professioni, come i magistrati, si applicano gabbie salariali alla rovescia, offrendo più soldi per chi va a vivere in contesti difficili, proprio per compensare la carenza di beni collettivi, a partire da quello primario rappresentato dalla sicurezza.

E se gli assicuratori distinguono le tariffe comune per comune (talvolta quartiere per quartiere) non si vede perché le gabbie salariali debbano riferirsi a macroaree. Qualsiasi rilevazione sui prezzi delle case è costretta a scendere nel dettaglio della singola strada, perché anche il quartiere è una unità di spazio troppo vaga per definire il prezzo giusto. Peraltro in Italia le strade più care non sono a Roma o a Milano ma a Venezia (piazza San Marco) e a Napoli (piazza Vanvitelli e Chiaia). Nella città lagunare si paga infatti il contesto unico al mondo, che in effetti non ha prezzo. Mentre nei quartieri bene di Napoli si paga il lusso di vivere una vita normale. Talvolta solo relativamente normale.

C¹è, infine, un argomento contro le gabbie salariali che da solo sarebbe decisivo: sono inutili. Infatti, buste paga più pesanti, non giustificate da una maggiore produttività, portano un rapido aumento dei prezzi, un po’ come accadeva con i punti di contingenza negli anni Ottanta, che dovevano tutelare i salari ma che venivano rapidamente erosi dall’inflazione. Bossi in pratica propone di stampare moneta da distribuire al Nord.  Un piano talmente sciocco che rischia di essere accolto.

Testo di Marco Esposito -  Vignette di Maurizio Minoggio

3 comments

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  3. Stefano

    Complimenti a Maurizio Minoggio per non aver incluso la Sardegna nella sua vignetta. Il bello è che parlate della lega come razzista quando i primi a discriminare o ignorare gli altri siete proprio voi…

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