Il vuoto di David Bidussa
A un anno dalla morte di Abba. Il vuoto di una società civile assente ma anche quello di una totale confusione su quale debba essere il ruolo della giustizia e della pena. Per riempire questo vuoto una soluzione ci sarebbe: un luogo di memoria e una lapide.

Illustrazione di Danilo Maramotti
Non so chi ci sarà il prossimo 14 settembre a Milano in via Zuretti a ricordare Abdul Guiebre, più noto come Abba, morto lì, più precisamente ucciso lì, il 14 settembre 2008. So, tuttavia, che c’è un problema politico che aspetta una risposta. Un problema che già esisteva nel momento in cui Abba veniva ucciso, ma che non è stato né risolto, né colmato dal processo e dalla sentenza di primo grado. Torniamo per un attimo all’ultima scena del processo, lo scorso 16 luglio.
Il Tribunale di Milano emette la sentenza del processo di primo grado, condannando Fausto e Daniele Cristofoli, i due baristi, padre e figlio di cinquantuno e trentuno anni, riconosciuti colpevoli per l’assassinio a colpi di spranga di Abba. Ma intorno non c’è nessuno. Si ripete il 16 luglio la scena che era già accaduta all’indomani della morte di Abba: il vuoto tra Abba e chi lo ha ucciso.
C’è in quel vuoto un duplice problema: quello di una società civile assente, ma anche quello di una totale confusione su quale debba essere il ruolo della giustizia e della pena. Perché il problema non è semplicemente una domanda di ordine. Il problema è il fine per cui auspichiamo l’ordine. Dietro a questa richiesta, infatti, stanno almeno due immagini della giustizia.
La prima riguarda la funzione della pena. Una pena giusta nel diritto moderno si fonda sul recupero, un tema e un campo che da tempo è stato lasciato dietro le spalle, nei fatti accantonato. Nel caso del processo ai Cristofoli, questa questione nemmeno si è posta, perché nessuno ha dato la sensazione di un pentimento reale. La seconda ritiene che la durezza di una sentenza, prima ancora che riconoscere un colpevole, indica una scelta tra “garantiti” e “reietti”. E i difensori degli accusati non volevano che i propri difesi perdessero la possibilità di divenire simbolo della rivolta a una giustizia assente o latitante.
Il problema non riguarda solo il funzionamento della giustizia, la velocità dei processi, ma anche che cosa chiediamo alla giustizia. Spesso non chiediamo una sentenza giusta, ma un giudizio sulla nostra persona. Non ciò che abbiamo fatto, ma chi siamo. Anche per questo tra Abba e chi lo ha ucciso c’era il vuoto: perché chi pensa che lì sia stato superato un limite avvisa il ricatto dell’ordine e dunque ritiene che stare dalla parte di Abba significhi difendere un ladro di biscotti e non una vita violata.
E chi sta dalla parte dei Cristofoli semplicemente non ha interesse alla qualità della vita degli altri. Sa solo che i Cristofoli non sono difendibili, ma si possono invocare delle attenuanti e dunque tratta i Cristofoli come il simbolo di un’ingiustizia subita, come l’esempio della impossibilità di reagire. Ovvero li guarda come vittime della “dittatura degli immigrati” o della “inconsistenza della macchina giudiziaria”. Con ciò la violenza ha fatto un nuovo giro di giostra e si può ricominciare daccapo. Importante è fare passare del tempo. Il processo di secondo grado per questo potrebbe essere un’opportunità da non perdere.
Cominciamo dall’inizio. Via Zuretti, una volta via della periferia di Milano, ora una realtà che fa parte del quadro intermedio della rete urbana. Non una via di un quartiere degradato e in gran parte abitata da residenti di seconda generazione di quell’emigrazione meridionale che a Milano è arrivata nel secondo dopoguerra. Una via non lontana da via Gluck, la strada che nella memoria degli italiani si è identificata come la via degli emigrati e con il luogo in cui qualcuno va via con amarezza a tentare altrove la fortuna.
Ma una via che da quella notte ha deciso o ha voluto comunicare che niente è successo e che “la vita continua”. Che la ferita profonda di un episodio marcato fortemente di una venatura razzista, tanto più profonda quanto più inconsapevole e non dichiarata, non esiste. Così il senso comune di chi lì abita, il refrain costantemente ripetuto, è che lì non è avvenuto niente. Una via in cui periodicamente mani anonime hanno continuato a scrivere e riscrivere più volte il nome di Abba e dove ogni volta altre mani ignote hanno cancellato sistematicamente quel nome. Una via dove molti dei suoi abitanti si domandano perché qualcuno si interessi a quello che lì è avvenuto quando è sicuramente meglio mettere la sordina e riprendere la vita di ieri. Poi si è aperto il processo e al di là delle diverse vicende si è arrivati a una sentenza che ha condannato Fausto e Daniele Cristofoli a quindici anni e quattro mesi e a al riconoscimento di un risarcimento alla famiglia Guiebre.
Ma fuori da quell’aula, lungo la strada, nell’area intorno al Tribunale di Milano quel 16 luglio, c’erano i giornalisti, la televisione, ma la società civile non c’era. Intendo la società civile che siamo abituati a vedere in presenza, scaldarsi e scandalizzarsi per i privilegi della “casta”, per i disservizi pubblici, per la richiesta di una giustizia che funzioni, quella non c’era. E non c’era nemmeno quella che si mobilita contro gli immigrati, che proclama la necessità della castrazione chimica. Un po’ perché non avrebbe saputo cosa dire, un po’ perché Abdul Guiebre era nero e italiano – un po’ come Balotelli – e non solo qualsiasi cosa fosse stata detta, ma anche la propria presenza sarebbe stata fuori luogo. Meglio perciò stare a casa propria e riservare le proprie energie per momenti più propizi.
Ho la sensazione che questa scena non sia effetto del caldo, ma che dica con molta immediatezza la condizione culturale in cui ci troviamo. E ho la sensazione che quella scena, il vuoto intendo, si ripeterà il prossimo 14 settembre, quando come l’anno scorso, per la precisione il 16 settembre, nessuno – eccetto gli amici intimi di Abba – scese in piazza a manifestare, prima ancora che la rabbia, un diritto. Chi c’era misurò prima di tutto la propria solitudine. La stessa che si è concretizzata il 16 luglio.
E tuttavia una soluzione sarebbe possibile pensarla e sarebbe anche auspicabile. Milano è una città piena di lapidi. Più precisamente di “luoghi di marmo” che tengono la memoria. Ce n’è per tutti i gusti. Una pagina web si è incaricata di raccogliere tutte le frasi, le foto e le schede di coloro ai quali è stato fatto omaggio di una lapide (www.chieracostui.com). Li unisce la condizione di avere subito la violenza.
Scelgo dei nomi simbolicamente significativi: Emilio Alessandrini, magistrato, ucciso da Prima Linea, Sergio Ramelli, studente del Fronte della gioventù ucciso da militanti di Avanguardia operaia, Claudio Varalli, militante del Movimento lavoratori per il socialismo; Luigi Calabresi. Tra loro non hanno niente in comune e nella loro vita quotidiana non avrebbero condiviso niente: né i luoghi di vacanza, né gli amici.
Ma ciascuno di loro ha avuto diritto a un luogo di memoria e a una lapide. Non tutti sono disposti a riconoscere loro questo diritto. Spesso qualcuno le danneggia, le imbratta, ma nessuno può rimuoverle. Quelle lapidi hanno diritto di esserci non perché celebrano una persona in vita, ma perché ricordano un torto. Sono lì a testimonianza di ciò che quei corpi hanno subito e non in conseguenza di chi erano.
Anche per questo il silenzio del 16 settembre e quello reiterato del 16 luglio hanno bisogno che si dia una risposta che non trovi la scusante né dei biscotti rubati né dell’arroganza verbale. Di nuovo perché in quella lapide sia ricordata la violenza avvenuta, non le attenuanti generiche o l’immaginazione.
Non so cosa andrebbe scritto in quella lapide. Ho delle idee, ma sarebbe significativo e certamente avrebbe un significato civico rilevante il fatto che quella scritta potesse essere il risultato di una presenza, della società civile e di quella politica. In breve di un segnale di “coscienza pubblica”.
So dove dovrebbe essere posta: in via Zuretti, ma non so se intorno al n. 42, dalle parti del bar “Shining”, o all’incrocio tra via Zuretti e via Zuccoli dove Abba è morto. E so che a proporla e a inaugurarla dovrebbe esserci il sindaco di Milano e possibilmente anche il vicesindaco e ancora tutte le forze politiche che sono rappresentate in quella città. Ma dubito che qualcuno senta il bisogno di ricordare e men che meno che qualcuno vada lì, dalle parti di via Zuretti. In ogni caso se accadrà, avverrà tra molto tempo. Per farlo occorre avere il coraggio, la forza e la fermezza di litigare con quelli della “propria parte”. Troppe cose. Soprattutto occorrerebbero una classe politica, che non c’è, e parole che nessuno ha la forza e l’autorevolezza di pronunciare. Il problema di quel vuoto rimarrà intero e irrisolto, ancora per molto.






grazie. è duro e piacevole sentirsi accompagnati per qualche minuto da un frammento di coscienza sociale globale, da quella sensazione di “interezza” che il mondo inevitabilmente prevederebbe come scontato, ma che il vivere quotidiano a volte tende ad annebbiare.