La porta del vento di Giorgio Scianna
Come ha fatto Bagheria, una cittadina di appena cinquantamila abitanti, a ispirare il nuovo film di Giuseppe Tornatore che ha inaugurato la Mostra del cinema di Venezia? E prima di lui Dacia Maraini, Jorge Luis Borges, Ferdinando Scianna, Renato Guttuso, Salvador Dalí e il poeta Ignazio Buttitta?
Illustrazione di Ale+Ale
Mio padre a Bagheria ci è nato. Poi, da ragazzo, nel mezzo della seconda guerra mondiale, ha attraversato l’Italia per arrivare in Lombardia dove sarebbe rimasto per sempre mettendo su famiglia. Per me quella è rimasta la terra di un pezzo della mia famiglia; per anni, ogni settembre, ci ho trascorso settimane bellissime. è un ricordo di infanzia, di uno dei luoghi delle mie origini, come migliaia di altri luoghi per altre persone. Ma Bagheria è uno di quei posti in cui capita di imbattersi spesso, che evoca molte più cose rispetto a quello che ci si aspetterebbe da una cittadina di cinquantamila abitanti senza la storia millenaria di altri paesi della Sicilia.
Dacia Maraini, anni fa, non solo ha sentito il bisogno di scrivere un libro che viene dal suo passato in quella terra, e che denuncia gli scempi del territorio e l’abusivismo forsennato, ma lo ha anche intitolato così. Bagheria. Non può essere un caso. Non è così normale per una città avere un libro di successo con il proprio nome: Pavia, la mia città, non ce l’ha, persino l’altra mia patria, Milano, compare discretamente nella titolistica dell’ultimo secolo.
“Baaria (come la si chiama in dialetto ripescando le sue radici più profonde arabe e fenicie: BÇb al-Gerib, la porta del vento) è un suono antico, una formula magica, una chiave”. Giuseppe Tornatore, nato a Bagheria, parla così di Baarìa, un’altra volta titolo, questa volta del suo ultimo film, la megaproduzione che ha aperto il 2 settembre la Mostra del cinema di Venezia. “Una chiave. La sola in grado di aprire lo scrigno arrugginito in cui si nasconde il senso del mio film più personale.”
Tornatore non solo ha sentito il bisogno di girare un film che parte da un luogo, ma anche di ritrovarlo, quel luogo, ricostruendo la vecchia Bagheria in Tunisia senza risparmio di dettagli, come nei fotogrammi di Visconti, e di spazi, sei ettari, tre volte quelli utilizzati da Scorsese per Gangs of New York. Si possono immaginare mille ragioni perché sia andato a girare vicino a Tunisi. Quello che il regista ha però dichiarato alla Stampa ha una forza antropologica a cui non avrei mai pensato. Gli abitanti tunisini, ingaggiati come comparse, sono assolutamente credibili come italiani dell’epoca. Di siciliani così non se ne trovano più, il tempo ha operato una mutazione somatica e oggi hanno tutti facce da video uguali a mille altre.
Io non so perché il cinema sia così importante nella vita di Bagheria, so solo che se penso ai miei pomeriggi di settembre negli anni Settanta penso alla sala del Supercinema. Tornatore non solo ci è cresciuto in quelle sale, ma le ha raccontate, quelle di qualche anno prima, in Nuovo cinema Paradiso. Alla Maraini lo sbattere delle sedie di legno è rimasto in testa quanto le gite in bicicletta a Mongerbino. Ferdinando Scianna (il grande fotografo, ovviamente nato a Bagheria, socio dell’agenzia Magnum, stella internazionale dell’obiettivo, che nonostante la nostra omonimia non ho mai incontrato) da ragazzo andava tutti i giorni al cinema Corso, vedendo i film tre o quattro volte, perché suo nonno falegname a quella sala aveva fatto gli infissi e, in cambio, aveva ottenuto l’ingresso gratuito per sé e la sua famiglia.
E’ in quelle sale magiche e buie che ha cominciato a mescolare la vita con le immagini, immagini che anni dopo sarebbero diventate una sua pubblicazione, Quelli di Bagheria, piena di facce in bianco e nero. Già, perché, come una volta ha detto Scianna: le fotografie fatte dai fotografi del nord in Sicilia, o in luoghi simili, sono piene di sole, sono colorate anche dentro il bianco e nero, invece le immagini del sud, scattate dai fotografi del sud, sono nere, il sole interessa perché fa ombra! Il titolo di un libro di Gesualdo Bufalino, La luce e il lutto, riassume perfettamente questo concetto. L’ombra non è soltanto il momento dialettico rispetto alla luce, è anche un momento psicologico rispetto allo splendore. Non è facile capirle queste frasi, ma quando si vedono quelle fotografie, si capiscono un po’ di più, si capisce quanto altrove si sia abusato del colore fino a rasentare il folklore.
Il bianco e nero tira fuori i volti dalle strade e li impressiona dando loro spessore, fa pensare anche ai contrasti che in questa zona hanno sempre dominato il paesaggio: il bruciato dell’estate contro il verde dell’inverno, i delitti di mafia, il sacco edilizio, l’assenza di Stato contro l’impegno civile che qui c’è stato. Ignazio Buttitta, il poeta cantore di questa città, diceva: ”Un populu/ mittitilu a catina/ spugghiàtilu/ attuppàtici a vucca,/ è ancora libiru” (“Un popolo/ mettetelo in catene/ spogliatelo/ tappategli la bocca,/ è ancora libero”) Buttitta che ha cantato la strage di Portella della Ginestra e la morte del sindacalista Carnivali. L’arte sociale di Renato Guttuso con il suo impegno morale e politico è nata qui, e molte delle sue opere sono raccolte oggi nel museo di Villa Cattolica. Anche se, a pensarci bene, non so cosa risponderebbe a queste suggestioni sul bianco e nero, lui che di Bagheria su tela ha creato una visione luminosa e piena di colore.
Non so qual è il colore che rimane più impresso di questa città. Forse il giallo della pietra tufacea di Aspra con cui è stata costruito il complesso monumentale di Villa Palagonia, una delle dimore estive delle famiglie nobili palermitane, conosciuta nel mondo come Villa dei mostri per le decorazioni che adornano i muri esterni, formate da statue raffiguranti animali fantastici, figure antropomorfe, statue di dame e cavalieri, gnomi, centauri, draghi, suonatori di strumenti bizzarri, figure mitologiche e mostri di tutti i tipi e tempi. Sempre Scianna racconta che le donne incinte giravano al largo da questo edificio per non correre il rischio di partorire mostri.
La struttura a labirinto di questo palazzo, ora angustiato in mezzo allo scempio urbanistico che lo circonda, pare abbia affascinato Jorge Luis Borges in visita a Palermo. Quanto a Salvador Dalí, sembra lo volesse acquistare per trasformarlo nel suo atelier.
Bianco e nero. Giallo. E ancora nero, se è vero che dopo la morte del nobile padrone la villa per il lutto venne interamente dipinta di nero. E rosso. Studi recenti sui simboli esoterici e alchemici di questa villa hanno messo a fuoco i rami di corallo che decorano il soffitto del salone degli specchi. Il corallo è infatti il simbolo della pietra filosofale con il suo passaggio attraverso i quattro elementi: si nutre della terra, vive nell’acqua e si trasforma in aria, diventando rosso come il fuoco.
L’azzurro è quello di un mare bellissimo, nonostante la rapallizzazione e le discese pubbliche strette tra i muri delle ville, un mare con cui, si sa, la Sicilia, almeno quella letteraria, ha fatto fatica a fare i conti. Pescatori di Acitrezza a parte, gli autori siciliani hanno infatti sempre parlato più di vicoli e di campagna che di alghe e di onde. A guardare il mare siciliano sono stati più spesso i viaggiatori stranieri come Goethe e Maupassant, molti scrittori siciliani hanno dimostrato spesso, se non diffidenza, quantomeno cautela.
Del resto è forse più facile parlare di quello che si conosce. Ancora nel dopoguerra, persino per un po’ degli anni Sessanta di pinne-fucile-occhiali, la campagna in Sicilia è rimasta a lungo la meta di scampagnate domenicali e il teatro di seconde case. Del resto Bagheria si è sviluppata così, con i nobili palermitani che a Mondello preferivano i colori più smorzati di questa piana. Forse c’entra il clima, il calore estivo assordante che si smorza appena ci si addentra tra gli ulivi e le piante di limone per qualche centinaio di metri. Forse c’entrano gli scogli, che qui il vento e l’acqua hanno modellato rendendoli appuntiti come coltelli. Forse, semplicemente, aveva ragione Leonardo Sciascia quando parlava di paura atavica e diffidenza nei confronti di un mare che aveva sempre portato invasori.





