Laboratorio Esordienti a cura di Matteo B. Bianchi
Questo racconto è in realtà un’anticipazione.
Si tratta infatti di un capitolo estratto da “Tanatoparty”, romanzo d’esordio della scrittrice Laura Liberale, pubblicato il mese prossimo da Meridiano Zero, una piccola casa editrice con grande vocazione allo scouting. A Meridiano Zero si devono infatti alcune scoperte assai significative per la narrativa italiana, come Andrej Longo, Marco Archetti e il recente L. R. Carrino. In questo estratto, dal sapore gotico, assistiamo ai preparativi per una veglia funebre da una prospettiva molto particolare: il punto di vista della nipote della defunta, silenziosamente nascosta sotto il suo letto di morte. Decisamente suggestivo e originale
Sotto la morta all’incontrario
di Laura Liberale
Illustrazione di Ale+Ale
La dolce zia Yvette.
La deforme zia Yvette.
Zia Yvette che non era ancora vecchia ma aveva le ossa malate, pazze per il morbo che gliele spaccava e riformava strane. Zia Yvette la rara. Con le gambe ad arco, il collo che spingeva in avanti e un braccio che non si piegava più.
A Clotilde non aveva mai fatto paura, almeno non di giorno. Ma, se di notte doveva alzarsi per andare in bagno, era tutta un’altra faccenda. Al buio era sicura che lei le avrebbe fatto un altro effetto, come di qualcosa che non appartiene del tutto a questo mondo. Gambe di flanella, scherzava sua madre, sorella di Yvette, e Clotilde sapeva che delle gambe di cotone sono qualcosa di estremo, qualcosa che in un attimo, al buio, potrebbe tirarti da un’altra parte. Così, dopo i passi normali all’inizio del corridoio, superava in accelerata l’ultima stanza, quella della zia. Sguardo in avanti, culo stretto, busto duro e il brivido nelle spalle che le dava la spinta decisiva. Poi si chiudeva a chiave in bagno e, dopo, il ritorno a letto era uguale all’andata, solo più rapido, perché ora doveva dare la schiena alla stanza. Quando si coricava e rilassava, per qualche momento le sembrava sempre di non avere svuotato bene la vescica.
Un giorno zia Yvette aveva iniziato a peggiorare. Sarcoma era la parola che Clotilde aveva sentito ripetere più e più volte, assieme a senza speranze, molto doloroso, questione di poco tempo, e ai lamenti di Yvette.
E ora la zia se ne sta sopra di lei, all’incontrario però. Sopra la testa di Clotilde ci sono i piedi di Yvette, sopra i piedi di Clotilde la testa di Yvette. Inoltre Clotilde s’è messa a pancia in giù, le mani sotto il mento. Non ce la farebbe a rimanersene sotto di lei nella sua stessa posizione supina, e se dovesse spiegarne il motivo, i suoi dieci anni e mezzo le permetterebbero di dire soltanto che sente di non dover giocare al pappagallo o allo specchio con i morti. E così, in quella posizione, ha accontentato entrambe, la sua paura e la sua curiosità.
Nessuno la sta cercando e, comunque, nessuno si aspetterebbe di trovarla lì, tra i riccioli di polvere del parquet, sotto il letto di zia Yvette.
È uno di quei vecchi letti matrimoniali alti abbastanza perché un bambino riesca a starci sdraiato sotto anche su un fianco. Da lì, l’aspetto sociale della morte della zia è soltanto un viavai di piedi e bisbigli da divertirsi ad abbinare.
Ma Clotilde è in attesa di qualcuno, e lo riconosce non appena ne vede le due scarpe nere e lucide sostare sulla soglia, accanto a quelle di sua madre. Tutti gli altri piedi spariti di colpo dalla camera.
Clotilde l’aveva sentita telefonare, con la voce incrinata ma sempre e comunque autorevole, per chiedere che glielo mandassero subito a Thiers, e che: – La prego, signor Fabre, domani arriveranno dalla Bretagna per vederla, me la faccia tornare com’era per un’ultima volta.
Così le scarpe nere e lucide restano sole. Se lei allungasse un braccio potrebbe toccarne la punta. Sua madre esce chiudendo delicatamente la porta. Le scarpe se ne restano un lungo momento davanti al letto, poi tirano un sospiro e vanno a spalancare la finestra. – Allora cominciamo, Yvette, – dicono mentre appoggiano qualcosa sul comò e per terra, con due clic d’apertura. Poi si sentono gli schiocchi elastici dei guanti. Lei naturalmente non li vede, ma riconosce il rumore. Dopo si susseguono altri suoni. Il cigolio delle molle del letto, cose che sfregano e strusciano, stoffa che viene mossa, il respiro talvolta irregolare delle scarpe, cose che si svuotano e si riempiono, cose prese e posate, un colpo forte e secco seguito da un Bene mormorato con un po’ d’affanno, lo stridio di una frenata all’esterno che fa sobbalzare tutti e tre, le scarpe, lei e la zia sul letto.
Quando si risentono lo schiocco dei guanti e i clic delle cose chiuse, insieme a qualcos’altro come carta appallottolata, a un tirare su di naso e ai passi verso la porta, a lei sembra di non poter più resistere in quella posizione, con quell’odore di disinfettante.
La madre rientra leggerissima, chiudendosi la porta alle spalle. Si avvicina, sempre leggerissima, si ferma davanti alla zia e, senza saperlo, davanti alla faccia della figlia, appena più giù, che si tiene una mano schiacciata su bocca e naso. – Fra un’ora può richiudere la finestra, – dicono le scarpe. – Incredibile… io non pensavo che potesse… sta dormendo… davvero… grazie… il gomito… è riuscito a piegarlo… non poteva più tenerlo così, – miagola sua madre in un modo che per qualche ragione la infastidisce. Poi probabilmente si abbassa sulla sorella e l’accarezza. Nessun cigolio, solo lo scrocchio consueto della spalla destra di sua madre ogni volta che fa un certo movimento in avanti, e qualche parola mormorata troppo piano per potersi distinguere. Quando lei e le scarpe escono, Clotilde si può finalmente permettere di muoversi e di tirare un lungo respiro. Sgattaiola fuori intorpidita e pensa che c’è sempre l’altra porta, quella che comunica con la lavanderia. Può sempre dire d’essere entrata da lì, se glielo chiedono.
Clotilde guarda la zia e quello che vede è il suo futuro. Netto, preciso e definitivo come il taglio dei coltelli che vende la sua città. Vede contemporaneamente, come in un barbaglio di lama Laguiole, la trasfigurata bellezza di zia Yvette e il suo futuro. La recuperata simmetria di zia Yvette e il suo futuro. Il sorriso di zia Yvette e il suo futuro. Decide così che da grande farà quello che fanno le scarpe nere.
Laura Liberale, indologa, poetessa, insegnante di scrittura creativa a Padova e traduttrice, ha con la morte una frequentazione assidua e per certi versi assai proficua. Nel tempo libero (poco) è bassista in un gruppo garage rock (di cui fanno parte anche gli scrittori Heman Zed e Umberto Casadei).





