Oppio dei popoli di Bruno Ballardini

Quando è il monaco che fa l’abito

Un culto integralista governato da uomini che odiano le donne. Che più si sacrificano, più vengono punite. È la moda, ragazze

ballardini
Vignetta di Maurizio Minoggio

L’oppio dei popoli si manifesta con varie forme di fanatismo. Vestire alla moda, ad esempio. Chi si attiene sempre e strettamente ai dettami della moda viene definito, infatti, “fanatico”. Non sono fanatici solo quelli che si vestono come pretende questo culto, sono fanatici anche i suoi sacerdoti che, come tutti i sacerdoti, odiano le donne: sadomaso alle nove della mattina, pantaloni a vita bassa nonostante i rotoli di ciccia, sono i sacrifici imposti alle fedeli, che si trasformano sua sponte in vittime sacrificali. Un sacrificio necessario per ottenere quello stato temporaneo di beatitudine che proviene dal ritenersi se non belli, almeno eleganti. C’è però una differenza sostanziale tra l’elegante e il bello.

Il bello è qualcosa di assoluto, che dura nei secoli. Così dicono. L’elegante, invece, è un bello che dura circa tre mesi, più o meno la durata media che hanno le stagioni nel campo della moda. Come scriveva Kant nella Critica del Giudizio, il bello è “la forma della finalità di un oggetto, in quanto questa vi è percepita senza la rappresentazione di uno scopo”.* Per questo, quando vedete sfilare gli abiti di una nuova collezione avete la sensazione che quelle forme assurde non abbiano proprio nessuno scopo, perché quella dovrebbe essere appunto la massima espressione della bellezza. Se qualcuno osasse contestare il cattivo gusto o la mancanza di idee che, da una stagione all’altra, si fanno sempre più imbarazzanti, i sacerdoti di questo culto ti snocciolano dati e statistiche. Con i numeri si risolve sempre qualunque disputa perché l’autorevolezza dei numeri è quella delle scienze esatte.

Nel 2008 la moda italiana contava su 508.200 addetti, 56.608 aziende, con un fatturato complessivo di 54.116 milioni di euro ed esportazioni per 27.774 milioni (dati Sistema Moda Italia). Ecco la dimostrazione: con un fatturato del genere la moda italiana dev’essere bella per forza. Anche se per definire “belle” le puttanate che si vedono sfilare occorre veramente un atto di fede. Ricordate quell’annus horribilis in cui le scarpe femminili avevano punte acuminate talmente lunghe da costringere a muoversi goffamente come quando si cammina fuori dall’acqua con le pinne? Bene, quest’anno sono di rigore i tacchi alti e zeppe da supertroia. Senza se e senza ma. La nuova foggia delle scarpe da donna che si vedono in giro è volgare, volgarissima. Di un genere che fino a poco tempo fa si trovava solo nei pornoshop su internet (vedi alla voce “platform”). Poi gli stilisti hanno stabilito.

Adesso, e per un anno almeno, “le donne, tutte troie” loro malgrado. Così vorrebbe una “lobby gay” che si diverte a infierire su di loro. Quello della “lobby gay” è un mito che nessun giornalista prima di Klaus Davi era mai riuscito a sfatare. Perché nessuno come lui ha il coraggio di fare le domande giuste alle persone giuste. Come ad esempio chiedere di che colore è il cavallo bianco di Garibaldi, non a uno qualsiasi ma proprio a Garibaldi. Davi passerà alla storia del giornalismo per aver fatto a Franca Sozzani, direttore di Vogue Italia e somma sacerdotessa della moda, la domanda che tutti farebbero (e che quindi tutti sarebbero capaci di fare): non è vero che la moda è governata da una lobby di gay, vero? Eh?

La sacerdotessa ha risposto ecumenica ma certo che no, “non sono assolutamente d’accordo che esista, in generale, una lobby di questo tipo, se è vero che ancora oggi si sente in giro di tanti giovani che hanno paura a rivelare la loro omosessualità ai genitori”. Ah beh, allora. Non è d’accordo sulla sua esistenza, quindi la lobby non esiste. Questo sì che è uno scoop. Come chiedere a Zu’ Totò se esiste la mafia. Le donne possono stare tranquille. La loro fede non è in pericolo.

* Immanuel Kant, Kritik der Urteilskraft, Critica del Giudizio, Sezione I, Libro I, 17, Laterza

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