Scuola migliore per tutti di Fabio Geda
Posted by redazione on Tuesday Sep 15, 2009 Under ScrittiI racconti sulla scuola di cinquanta, cento anni fa e le modifiche continue e magmatiche apportate dalle diverse riforme scolastiche di questi anni. L’apporto della tecnologia che qualcuno ha d’eccellenza e qualcun altro non vedrà mai.

Illustrazione di Marco Cazzato
Ho sempre amato settembre, e uno dei motivi per il quale l’ho sempre amato era che si tornava a scuola. Ora, molti di voi staranno pensando che sono matto. Che la maggior parte dei ragazzi sani odia settembre per lo stesso identico motivo.
Ma io sono un nostalgico, e fin da piccolo la liturgia settembrina del ritrovarsi davanti alla porta del proprio istituto scolastico dopo aver scelto con accuratezza la maglia, i jeans, le scarpe più adatte a rimandare agli amici l’immagine coerente di un “me” modificato nel corso delle vacanze, incontrare i compagni persi di vista durante l’estate, raccontarsi le novità, sfogliare e foderare i libri di testo nuovi (o anche quelli usati, con le sottolineature di chi mi aveva preceduto, le note a margine), be’, tutto questo, per il sottoscritto, era una specie di primavera dell’animo. Una porta aperta su un periodo gravido di possibilità – che sarebbe presto rientrato nella sua dimensione di quotidianità, e persino di noia, certo.
Ma lì, in quel momento, il primo giorno di scuola, era magnifico lasciarsi trasportare dalla fantasia, sognando un anno diverso da tutti gli altri.
Non ero consapevole, allora, di essere all’interno di un meccanismo in continua trasformazione. Sapevo che la scuola alla quale avevo accesso era diversa da quella frequentata dai miei genitori. Per non parlare dei miei nonni. Ascoltavo stupito e interessato i racconti di mio padre circa le Scuole di avviamento professionale, le scuole che, fino al 1965, permettevano a chi aveva conseguito la licenza elementare – bambini di undici anni, quindi – di continuare gli studi ottenendo una formazione utile all’inserimento nel mondo del lavoro o in altri corsi professionali e tecnici. Pensavo che fosse davvero un po’ presto, undici anni, per decidere cosa fare nella vita. Ma lui rispondeva che, allora, non era una questione di scelta.
Era così e basta. C’era chi andava all’avviamento e chi no. E in certi casi era quasi un dato anagrafico, qualcosa che ti portavi scritto in fronte dalla nascita. C’erano i corsi biennali e le scuole di durata triennale, e si distingueva tra indirizzo industriale e commerciale. Come non bastasse – orrore degli orrori – gli insegnamenti erano diversificati per genere: i maschi da una parte, le femmine dall’altra, secondo la tradizionale suddivisione delle mansioni, tipica della società d’inizio Novecento. Con lo stesso stupore ascoltavo i racconti di mio nonno, soprattutto quelli legati alla disciplina della scuola degli anni Trenta, il rapporto dogmatico con gli insegnanti e quella particolare relazione unidirezionale che prevedeva che il docente parlasse e l’alunno ascoltasse. Punto.
Di passi avanti ne sono stati fatti, eccome. Ma oltre alla scuola, è cambiata anche la società. E ogni nuova generazione porta con sé il carico di alcune caratteristiche peculiari che le istituzioni tentano di assecondare e gestire. Per cui, con lo stesso stupore con il quale ascoltavo i racconti sulla scuola di cinquanta, cento anni fa, ora seguo le modifiche continue e magmatiche apportate dalle diverse riforme scolastiche dei nostri ministri dell’istruzione.
Il continuo dondolare tra voti e giudizi, ad esempio, come se davvero il numero o la parola potessero modificare la verità di una preparazione sufficiente o insufficiente (minore o superiore al 6). Lo sbandierare l’importanza dell’inglese, della cultura d’impresa e dell’informatica – le tre I, ricordate? – che dovrebbero rendere gli studenti italiani competitivi, in futuro, sul piano del lavoro. Salvo poi consegnare questo know how alle scuole private – dato che nei confronti della scuola pubblica la parola d’ordine sembra essere tagliare, tagliare, tagliare – decidendo, di fatto, che competitiva sarà la solita élite che già lo era, e assecondando il vecchio adagio che ricorda che piove sempre sul bagnato, oppure che, se non piove sul bagnato, piove a caso. E chi becca, becca. Nel bene e nel male.
Prendiamo una delle tre I, ad esempio. Prendiamo l’informatica. Non se n’è parlato molto, ma i ministri Gelmini e Brunetta hanno inaugurato quest’anno, a Galatina, in Puglia, in provincia di Lecce, quella che è stata definita “la scuola del futuro”, realizzata con tecnologie Microsoft. I fortunati prescelti per questo esperimento sono stati gli studenti di un Istituto tecnico commerciale e per il turismo, all’interno del quale Microsoft – senza chiedere soldi allo stato, ma con un abbondante ritorno d’immagine e radicamento del marchio, of course – ha installato una piattaforma dotata di numerose applicazioni utili allo svolgimento delle attività dell’istituto.
In questo “centro di eccellenza scolastica” (non è una definizione mia), che immediatamente, per contrapposizione, fa sembrare obsoleti tutti gli altri, studenti e insegnanti avranno a disposizione dei computer con il pacchetto Microsoft Office 2007 (ma guarda un po’), lavagne interattive per integrare i libri di testo tradizionali con contenuti didattici multimediali e un portale con funzionalità e-learning.
Le famiglie potranno controllare i rendimenti scolastici dei propri figli, effettuare colloqui con i docenti on line e via dicendo. Coinvolgimento della Microsoft a parte – sono convinto che le tecnologie gratuite offerte da Linux siano più etiche, oltre che molto più economiche, all’interno di qualunque apparato pubblico – l’informatizzazione è certamente una strada da perseguire. Sogno, e non lo sogno solo io, il giorno in cui i testi scolastici non saranno più scritti su carta e acquistati a botte di centinaia di euro dalle famiglie, ma disponibili, riciclabili e modificabili con un clic su un server installato all’interno della scuola, e trasferibili su mini-pc per poter andare a casa e fare i compiti.
Peccato che chi con una mano dà, con l’altra in qualche caso toglie. Ed ecco, allora, che nel monte ore delle scuole medie inferiori – se non il luogo, certamente uno dei luoghi nel quale l’informatica avrebbe più senso, vista la difficoltà di concentrazione dei pre-adolescenti e il loro spasmodico interesse per le nuove tecnologie – da quest’anno sarà pressoché impossibile inserire delle ore di informatica, dato che la riforma Gelmini prevede che le ore del docente di Tecnologia (o Tecnica, chiamatela come volete) siano decurtate di un terzo – ossia, da tre passino a due.
Quell’unica ora che in molte scuole era stata utilizzata da presidi e insegnanti di buona volontà, andando a caccia di sovvenzioni e finanziamenti per acquistare i computer, per alfabetizzare i propri giovanissimi studenti a un uso consapevole e fruttuoso dell’informatica, dovrà essere cancellata, pena l’impossibilità di completare il programma curricolare. Ecco, questa politica del tutto o niente, che costruisce cattedrali ma poi si scorda delle case, be’, se in generale la trovo detestabile, la giudico criminale quando è applicata alla formazione. Perché la formazione è il futuro di una persona.
E perché in un mercato sempre più aperto, come quello al quale andiamo incontro, è una carta che non possiamo giocare male. Non ci è concesso. Uno slogan del tipo la scuola migliore per tutti non è solo uno slogan. È un dovere dal quale non è possibile prescindere. Ai nostri politici il compito di attuare. A tutti noi quello di vegliare.





September 17th, 2009 at 8:46 am
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