Bambini nel tempo di Fabio Geda
Il bambino Celestini
Ascanio Celestini non ha mai avuto una visione profetica durante la quale da bambino, una sera, ha visto se stesso adulto, allo specchio, il pubblico davanti, il sipario che si chiude, e non ha mai detto: da grande farò l’attore

Illustrazione di Marco Cazzato
Mi chiamo Ascanio Celestini” dice lui. “Figlio di Gaetano Celestini e Comin Piera. Mio padre rimetteva a posto i mobili, mobili vecchi o antichi. È nato al Quadraro e da ragazzino l’hanno portato a lavorare sotto padrone, in bottega, a San Lorenzo. Mia madre è di Tor Pignattara e da giovane faceva la parrucchiera da uno che aveva tagliato i capelli al re d’Italia, e a quel tempo ballava il liscio. Quando s’è sposata con mio padre ha smesso di ballare. Quando sono nato io ha smesso di fare la parrucchiera. Mio nonno paterno faceva il carrettiere a Trastevere. Con l’incidente è rimasto grande invalido del lavoro, è andato a lavorare al cinema Iris a Porta Pia. La mattina faceva le pulizie, pomeriggio e sera faceva la maschera, la notte faceva il guardiano. Sua moglie si chiamava Agnese, nata a Bedero. Io mi ricordo che si costruiva le scarpe coi guanti vecchi. Mio nonno materno si chiamava Giovanni e faceva il boscaiolo con Primo Carnera. Mia nonna materna è nata ad Anguillara Sabazia e si chiamava Marianna. La sorella, Fenisia, levava le fatture, e lei raccontava storie di streghe.”
Noi oggi lo sappiamo, chi è Ascanio Celestini. Un autore teatrale, un attore, un cantante, un cantore della memoria. Ma quando Ascanio Celestini era solo Ascanio, per gli amici e i compagni di classe (avrà avuto un soprannome? non gliel’ho chiesto), o quand’era, per i professori, soltanto Celestini, un nome sul registro, un cognome da chiamare alla lavagna, ecco, anche allora era già quell’Ascanio Celestini? I suoi insegnanti – ad esempio – se n’erano accorti?
“Ora dicono di sì, che già lo sapevano. Che si vedeva che ero un piccolo genio, che avevo tutta una sfilza di qualità. Ma mica è vero. Alle elementari e alle medie sono andato benino; ma uno studente brillante, credimi, è un’altra cosa. Poi mi sono iscritto al liceo classico Marco Tullio Cicerone, di Frascati. Ma il classico l’ho scelto solo perché facevo nuoto. Mi spiego: io andavo in piscina, e in quello ero bravino, e il padre del mio allenatore di nuoto era il direttore del liceo classico, e quindi, quando si è trattato di scegliere le scuole superiori, ho deciso per il liceo, perché c’era lui e perché era vicino casa. Non è stata una scelta vera e propria: più una cosa che è capitata così.”
I genitori di Ascanio Celestini pensavano che il loro figliolo sarebbe finito a lavorare nella bottega del padre. Ma prima: la scuola. “La loro idea era che dovessi studiare, prendere una laurea e poi, comunque, fare l’artigiano. Tanto per dire: in cinque anni di liceo, negli scritti di latino o di greco, ho preso una sufficienza soltanto. Una sola. Me la cavavo in lettere, e infatti, all’università, mi sono iscritto a lettere. E di tutti i miei insegnanti, alla fine, quello al quale sono rimasto più legato è l’insegnante di educazione fisica delle medie. Con lui mi allenavo nel salto in alto. Sì, facevo anche quello, oltre il nuoto. In quel periodo, ora non sembra, ma ero abbastanza alto. Insomma, alto come sono alto adesso. Che per un ragazzino delle medie era parecchio, mentre per un uomo di trentasette anni mica tanto.”
Nell’immaginario collettivo, il futuro attore è un bambino che strappa applausi a scena aperta a ogni recita scolastica, che intrattiene i parenti a Natale e a Pasqua con imitazioni esilaranti, che scappa di nascosto per andare al cinema o per spiare le prove dei teatranti intrufolandosi dalle porte sul retro. “Io, nulla di tutto questo. Prima di frequentare l’università sono andato a teatro tre volte. E sono andato a vedere quegli spettacoli che da ragazzo, quando vai a vederli, sei convinto che sarà noioso prima ancora di entrarci. E il fatto è che poi è vero, che è noioso. A quindici anni ho visto per la prima volta Giorgio Gaber, ma non è che lo considerassi teatro: canzoni, monologhi. Sono andato a diversi spettacoli suoi. Ma non andavo a vederlo pensando: ora vado a teatro.”
Ascanio Celestini non ha mai avuto una visione profetica durante la quale da bambino, una sera, ha visto se stesso adulto, allo specchio, il pubblico davanti, il sipario che si chiude, e non ha mai detto: da grande farò l’attore. No. Da ragazzino, piuttosto, voleva vendere le bombole del gas. Nella sua borgata c’era uno che vendeva bombole del gas e che aveva l’Ape (sul quale caricava le bombole) e a lui piaceva molto l’Ape del venditore di bombole del gas e quindi, insomma, pensava che fosse un bel lavoro. In alternativa non gli sarebbe spiaciuto fare il bidello. “Sembrava un’occupazione poco faticosa” dice. “Almeno per quello che avevo potuto vedere stando a scuola.” E poi, c’era sempre suo padre, artigiano. “Restaurava mobili e aveva la bottega sottocasa, in un garage: un posto davvero malsano. Io l’ho sperimentato di persona solo l’anno scorso, perché c’ho passato tre mesi, per finire il lavoro di riscrittura del mio libro Lotta di classe. Da ragazzino ci andavo spesso per dargli una mano, ma in modo discontinuo. Quando aveva urgenza, più che altro nel fine settimana. Capitava che lo accompagnassi nelle case quando andava a restaurare i mobili a domicilio. Tre mesi dentro la bottega non c’ero mai stato…”
Niente destino segnato, quindi. Ma le storie, quelle sì. Di storie in casa Celestini se ne sono sempre raccontate. Anche se non c’era un momento codificato, per farlo. Semplicemente, la sua, era una famiglia in cui si chiacchierava tanto, il racconto era inserito nel flusso della quotidianità, come fare da mangiare o lavare i panni o lavorare nei campi. “La visione bucolica del contadino che racconta fiabe appoggiato al bastone vicino al camino è una forzatura. Le storie sono sempre state raccontate in qualunque momento della giornata. Durante i pasti o mentre si sbrigavano le faccende di casa. Mio padre aveva vissuto la sua infanzia durante la guerra e raccontava spesso avvenimenti di quegli anni. E i suoi ricordi, poi, sono stati alla base non soltanto di una serie di studi che ho fatto e di una trasmissione radiofonica, ma anche del libro Storie di uno scemo di guerra.”
Suo padre i racconti della guerra. Sua nonna quelli delle streghe. “Apparentemente sembravano fiabe di magia, ma chi racconta una fiaba la racconta sempre con la consapevolezza che si tratta di un’illusione, e questa consapevolezza riecheggia nel modo di raccontare. Invece, le streghe di cui parlava mia nonna non erano le streghe bruciate in piazza dall’Inquisizione, erano semplicemente donne. Donne viste in un contesto domestico, trasformato dai racconti: la donna aveva la scopa in mano per fare le pulizie, anzitutto, ma sulla scopa ci volava anche; nel calderone cucinava la minestra, ma ci faceva anche le pozioni. E quindi, in qualche maniera, erano donne emancipate quelle dei racconti di mia nonna.
Raccontare storie di donne come quelle era, per lei, una specie di emancipazione per interposta persona. Ma non è finita qui. In casa si diceva anche che sua sorella, la sorella più grande, fosse in grado di fare e togliere fatture, e di curare le persone con la semplice imposizione delle mani. E per quanto ne so io, per quello che ho saputo da bambino, questa cosa lei l’aveva imparata da un’altra zia. Era una tradizione femminile. Una donna la insegnava a un’altra donna, una soltanto; e questo passaggio di sapere doveva avvenire un certo giorno, che credo fosse la notte di Natale, o giù di lì. Infatti, mia zia Fenisia ha imparato tutto da una vecchia del paese, poi lei lo ha insegnato a mia zia Morina e mia zia Morina lo ha insegnato a mia zia Bruna.”
Chi ha insegnato ad Ascanio Celestini a raccontare, be’, non lo sappiamo. Ma quello che è certo è che ci piace ascoltarlo.
Ascanio Celestini in scena a novembre
“Canzoni Impopolari” concerto 10 e 11 Terni, Teatro Verdi. Radio clandestina 12 Terni, Teatro Verdi. Radio clandestina 12 Terni, Teatro Verdi – 14 Recanati, Teatro Persiani – 14 Cervignano del Friuli (Ud), Teatro Pasolini. Il razzismo è una brutta storia 18 Arci Macerata, Teatro Lauro Rossi – 19 Arci Piacenza, Camera del lavoro -20 Arci Cà del Bosco di Sopra (Re), L’Altro Teatro – 21 Arci Carpi (Mo), Teatro Comunale – 22 Arci Ravenna, Teatro Sociale di Pangipane – 27 Arci Mantova, Teatro Ariston – 29 Arci Bagno di Romagna (Fc), Teatro Garibaldi. Fabbrica 28 Correggio (Re), Teatro asili. Pecora nera 30 Genova, Teatro Archivolto





