Fumetti di Michele R. Serra
Chris Ware - Il ragazzo più in gamba sulla terra
5 buoni motivi per leggere “Jimmy Corrigan”,
l’ultimo Grande Romanzo Americano
Proprio quando non ci sperava più nessuno, è arrivata la traduzione. Sono passati quasi dieci anni dalla pubblicazione di Jimmy Corrigan, The Smartest Kid on Earth, IL romanzo grafico americano dei Duemila: adesso lo possiamo leggere nella nostra lingua. Tutto. Comprese quelle scritte microscopiche sparse per la copertina. Ma soprattutto, ora possiamo fare le pulci all’edizione italiana. Che soddisfazione.
Meglio non farsi trascinare dall’entusiasmo. Andiamo con ordine.
1) Chris Ware is God.
Questo dovrebbero scriverlo sui muri di Chicago, come qualcuno faceva a Londra nei Sessanta riferendosi a Eric Clapton (ai tempi dei Cream, non era un’eresia). L’autore di Jimmy Corrigan è uno dei più grandi artisti americani della nostra epoca, definizione valida in tutti gli ambiti di riferimento: fumetto, illustrazione, grafica commerciale, calligrafia, quello che vi pare. Fine art? Certo, anche. Nonostante Ware abbia sempre mal sopportato l’arte appesa ai muri (“Non ha mai avuto un gran senso, per me”, disse in un’intervista del lontano 1997), e abbia sempre preferito quella stampata sulla carta povera dei quotidiani statunitensi. In particolare, il fumetto delle origini (“I fumetti non si sono evoluti granché, dal 1920 in poi”, e su questa però non siamo d’accordo): Winsor McCay (Little Nemo), Frank King (Gasoline Alley), George Herriman (Krazy Kat) sono i suoi punti di riferimento dichiarati, ma c’è molto di più.
Basta guardare le tavole: linea iperclaire, non modulata, colore dato a grandi campiture uniformi, texture quasi zero. Uno stile che sembra derivato dalla tradizione europea: Hergé, poi Joost Swarte, che lo teorizzò. Eppure rimane personale, altamente riconoscibile.
2) Jimmy Corrigan, un grande passo per l’umanità.
Almeno, per quella che ama i libri disegnati. Con questo romanzo, Ware prende in mano un secolo di storia, plasma un’opera che rappresenta una dichiarazione d’amore verso il linguaggio del fumetto, e allo stesso tempo ne denuncia i limiti: se il fumetto vuole riflettere la complessità e la profondità della vita, deve aggiornare il suo vocabolario.
Intento tradotto in pratica con Jimmy Corrigan. Che diventa un’esperienza di lettura diversa, e richiede uno sforzo interpretativo ben superiore alla media. Il racconto procede in maniera poco lineare, con frequenti salti temporali anche di decenni, tagli e cambi di scena, repentine irruzioni fantastiche. Il tutto, su tavole che si leggono procedendo in ogni direzione, mica necessariamente da sinistra verso destra. Qualcuno ha detto: troppo denso, crea un effetto respingente. Potrebbe anche esser vero, e in effetti Ware ci ha messo un po’ a trovare il giusto equilibrio. Ho l’impressione che avvenga intorno al primo quarto del libro: da lì in poi avviene uno scatto, il meccanismo prende a muoversi svizzero.
Il talento di Ware è un’incredibile padronanza del mezzo, e della sua storia. La creazione di secondi livelli di lettura, messaggi per chi ha tempo e voglia. Macroscopici quelli lanciati con le sequenze che vedono protagonista un sedicente Superman: nel mondo di Jimmy Corrigan non esistono supereroi, ma solo attorucoli in calzamaglia, che nel migliore dei casi fanno sesso con tua madre, nel peggiore si suicidano sulla pubblica piazza.
3) L’ultimo Grande Romanzo Americano.
Bando alle discussioni sull’utilità o meno di questo ideale letterario, l’opera di Ware ne possiede senza dubbio le caratteristiche. La vicenda che vede protagonista Jimmy – uomo sui quaranta la cui esistenza si riassume in: solitudine, alienazione, sfiga – si allarga presto a tre generazioni della sua famiglia, attraversando la storia americana dall’Ottocento a oggi. Dunque, con il respiro dell’epica nazionale. Fra i temi portanti, il rapporto con il padre (che ritorna all’improvviso nella vita di Jimmy dopo un abbandono durato decenni) e la famiglia. Facile ritrovarlo, nell’opera di molti autori che hanno inseguito il Grande Romanzo Americano, da Faulkner a Steinbeck, a Philip Roth.
Dunque, great american novel sia: ma declinato in chiave affatto antiepica, postmoderna, nerd. Così, in fondo, fotografa perfettamente lo spirito del nostro tempo.
4) Il momento è catartico (per chi legge).
Se è vero – fin da tempi antichi – che le storie tragiche aiutano ad affrontare la tragedia quotidiana, pensavo non ci potesse essere niente di più triste, e di conseguenza rincuorante, dei Peanuts: un fumetto in cui l’amore non è mai corrisposto; le partite di baseball finiscono sempre (o quasi) con sonore sconfitte; costantemente il pallone viene sfilato da sotto il piede a Charlie Brown, un attimo prima del calcio liberatorio. Ma la disperazione di Jimmy, sempre più patetico pagina dopo pagina; il vuoto affettivo della sua esistenza; il suo confrontarsi, disarmato, con i demoni familiari; la spirale di odio, angoscia e rimorso che caratterizza ben tre generazioni di una famiglia… Là, ecco un libro che riporta tutto nella giusta prospettiva. Charlie Brown non è poi così triste. Jimmy Corrigan, quello sì che è un tipo davvero sfortunato.
5) Objet d’art non identificato.
Quale altro autore può esercitare un tale controllo sulla sua opera? Ware ha progettato il libro nei minimi particolari, dentro e fuori, ossessivamente alla ricerca della forma perfetta. Nella pratica, significa che prima di arrivare a leggere davvero, si passa un bel po’ di tempo alle prese con la copertina, su cui prende corpo una piccola strip, e con i minuscoli commentari scritti fitti fitti dall’autore, all’inizio e alla fine dell’opera. Che soddisfazione, rigirarsi in mano un oggetto di carta del genere. I vostri fottuti Kindle possono pure esplodervi in faccia, per quel che mi riguarda.
Tutto ciò, possiamo affermare tranquillamente, vale anche per l’edizione italiana. Realizzata dalla Coconino Press, nelle vesti di service per conto di Mondadori Strade Blu: un libro fortemente voluto dal responsabile della collana, Edoardo Brugnatelli; e chissà se l’azzardo pagherà, sul piano commerciale. Tradotto (forse con eccessiva dolcezza, in alcuni casi) da Francesco Pacifico ed Elena Fattoretto. Curato da Orsola Mattioli, che racconta di aver spedito passo per passo tutti i materiali a Chris Ware, affinché l’autore imponesse il suo imprimatur ufficiale. Letterato a mano da Francesco Mattioli, impossibile non fargli i complimenti: non vogliamo neppure pensare alla difficoltà di un lavoro del genere… Che, nel complesso, è assai ben riuscito.
Del resto, i capolavori è giusto trattarli con i guanti bianchi.






Gentile Sig. Serra,
invio la seguente per segnalarle che l’opera “Barney et la note bleue” di Loustal e Paringauxe , a differenza da quanto da lei dichiarato nel numero di Dicembre di Linus, è stato pubblicato, in Italia, dalla rivista “La Dolce Vita” nel 1988.
Sono a Sua disposizione per ulteriori informazioni.
Saluti