Le luminarie della camorra di Rosaria Capacchione
Posted by redazione on Friday Dec 11, 2009 Under ScrittiIl Natale resta un buon affare per riempire le casse della camorra casalese, delle paranze napoletane, dei vicoli che campano di mezzucci, contrabbando ed estorsioni. Un autentico bazar dell’illegalità travestito da bancarelle multicolori, perché in occasione delle feste il contributo deve coprire le tredicesime degli affiliati

vignetta di Riccardo Marassi
Don Luigi si ritrovò con mille calendari da distribuire ai clienti. E chi ce l’ha mille clienti? si chiese sconsolato, mentre apriva il pacco che gli aveva appena consegnato Pasquale. Forse sarebbe stato meglio prendere le penne, quelle che scrivono solo per dieci minuti e poi finiscono: gialle con il cappuccio blu, imitazioni. Almeno le poteva regalare a Marittella, per far giocare i bambini, ma lei avrebbe preferito i duemila euro che quegli inutili calendari gli erano costati. Aveva pagato subito, per levarsi il pensiero. E avevano pagato anche tutti gli altri, artigiani e commercianti come lui. Qualcuno aveva comprato i cesti natalizi, qualche altro le provviste di caffè, qualche altro ancora aveva pagato e basta, perché di quella roba non sapeva proprio che fare. Agli amici di Casale non potevano dire di no. Pure se quella roba era autentica schifezza. Pasquale gliel’aveva detto, al capo: “Il caffè non lo vogliono, e hanno pure ragione. è una fetenzia di caffè”. Ma il principio è principio, e il caffè della camorra lo dovevano ritirare. Almeno a Natale. Per salvare le apparenze e fare finta di non aver mai chiesto la tangente a nessuno. In fondo, erano soltanto grossisti.
Mancava poco alla fine del 2003. A Casal di Principe, Capua, Grazzanise e pure a Castelvolturno, il paese della strage, i camorristi casalesi giravano negozio per negozio, dovevano raccogliere la rata di fine anno e non c’era sconto per nessuno. Un pezzo di quella storia, una storia durata almeno quindici anni, è stata raccontata in un’inchiesta della Procura di Napoli che si è chiusa con la condanna di tutti gli imputati. Gente che aveva venduto acqua rubata, gestito il racket degli allacciamenti abusivi alla condotta pubblica. E che aveva strappato il monopolio delle stelle di Natale e anche degli abeti. Un anno fa, la stessa gente – legata a filo doppio al killer Giuseppe Setola, quello che diceva di essere cieco e che ammazzava senza sbagliare un colpo – continuava a fare lo stesso lavoro. Pure l’autista del capo degli assassini vendeva il caffè e i cesti natalizi. La qualità non era migliorata ma le mitragliate nelle saracinesche erano una straordinaria campagna pubblicitaria. I piazzisti di Setola avevano la lista di attesa, stavano tutti là a chiedere la consegna della merce.
Niente sconti neppure alle ditte che allestiscono le luminarie alle feste patronali e gli addobbi luminosi in occasione del Natale. Cinquemila euro di tangente, per stare tranquilli quattro mesi. Altrimenti? Altrimenti si fa la fine dell’imprenditore di Parete, che oggi il deposito di pali e di luci non ce l’ha più, bagnato con la benzina e bruciato in una notte di ottobre. Che l’installazione delle luminarie e l’addobbo delle strade sia un affare di camorra lo sa bene la Direzione distrettuale antimafia di Napoli, che se ne occupa da diversi anni. E lo sanno bene anche le varie municipalità: dal quartiere Mercato al Vomero-Arenella. Lo scorso anno, per esempio, i negozianti del centro antico per evitare pressioni e ingerenze, non illuminarono le strade ma solo le vetrine e l’interno dei singoli negozi.
Resterà alla storia per anni anche il tira e molla di due anni fa, al Vomero, quando la mancata esibizione della certificazione antimafia da parte della ditta incaricata degli addobbi natalizi provocò la rimozione delle luminarie e poi la nuova installazione. Mano severa della macchina comunale che però non aveva evitato l’intervento della camorra. Nello stesso periodo – aveva denunciato il comitato di quartiere – alcune persone si presentarono nei negozi del Vomero, offrendosi di installare le luci, e chiedendo il versamento di 100 euro a ogni interessato. In via Tino di Camaino circolava anche il progetto degli addobbi: una grossa stella sostenuta da due filari di lampadine.
Anche nel Borgo di Sant’Antonio Abate la girandola di luminarie tolte reinstallate in pochi giorni segnò le feste natalizie di quattro anni fa. Da un giorno all’altro, molto prima delle feste, nel quartiere erano stati montati luci, lampadine, apparati coreografici. Tutto in modo abusivo e senza alcuna richiesta di allacciamento. Scattarono i sequestri e la denuncia contro ignoti, la valanga di interrogatori tra i commercianti della zona della vecchia Pretura partenopea non servirono a scoprire chi aveva avuto interesse ad abbellire il Borgo. Qualcuno suggerì che fosse stato un camorrista che voleva festeggiare la scarcerazione, ma non si trovò nessuna prova.
In tempi di magra, dunque, il Natale resta un buon affare per riempire le casse della camorra casalese, delle paranze napoletane, dei vicoli che campano di mezzucci, contrabbando ed estorsioni. A Pasqua, in cambio della tangente, i clan ti danno qualche uovo di surrogato di cioccolato. Alla festa della mamma ecco pronta la rosa con bigliettino personalizzato. E a Natale c’è di tutto un po’: i gadget, caffè, liquori, stelle rosse e gialle, abeti veri o di plastica, palline, decorazioni di tutti i tipi, eserciti di Babbo Natale pensili da appendere ai balconi, tracchi, bombe, bengala, miccette, artifici orientali e fuochi vietatissimi. Al già vastissimo campionario di fabbricazione locale, si è aggiunto quello proveniente dalla joint venture con i cinesi: giocattoli, luci, addobbi e, a Capodanno, fuochi e botti. Un autentico bazar dell’illegalità travestito da bancarelle multicolori.
Un affare a nove zeri. Gli ultimi dati forniti dalle associazioni dei commercianti e dagli sportelli di SoS Impresa stimano in nove miliardi di euro il fatturato annuo del settore estorsioni nei bilanci di mafia, camorra, ‘ndrangheta e sacra corona unita. Uguali per tutte le organizzazioni criminali le modalità di riscossione: una tantum o una volta al mese, a seconda degli accordi presi con imprenditori e commercianti. A volte è una cifra consistente, per sostenere le famiglie, le cosche, le ‘ndrine, i carcerati: sono le percentuali sui grandi appalti, specialità casalese. A volte, alla maniera cutoliana, è una cifra simbolica, per certificare il potere del clan nell’area. Tutti, ma proprio tutti, in occasione delle feste devono pagare doppio perché è festa pure per le famiglie dei carcerati. A Natale il contributo è ancora più alto: deve coprire le tredicesime degli affiliati, almeno cinquemila persone tra le province di Napoli e Caserta. Un fenomeno che non accenna a calare. Secondo le rilevazioni del dicembre 2008, a Napoli il 50 per cento delle imprese paga il pizzo.Un negozio a Palermo paga tra i 200 e i 500 euro al mese, mentre a Napoli tra i 100 e i 200. Ma se il negozio è elegante o al centro la cifra tocca i mille euro. Nel capoluogo campano si può pagare anche tremila euro al mese se si possiede un supermercato. Dal conteggio sono escluse le imprese-lavanderia, che riciclano i soldi di mafia e camorra.
Don Luigi abbassò la saracinesca del magazzino. Linuccia se n’era andata il mese prima, ammazzata da una brutta malattia. I figli si erano fatti grandi e vendevano le macchine in Germania. E chiodi e viti nessuno li comprava, andavano tutti al centro commerciale. Era il 23 dicembre. Non lo aveva ancora detto a nessuno ma non avrebbe aperto mai più. n





April 29th, 2010 at 9:50 pm
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