Oppio dei popoli di Bruno Ballardini

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Maurizio Minoggio

E liberaci dal dono, così sia

Il modo migliore per festeggiare il Natale è cambiare significato alle solite cose. Oppure guardarle da un’angolazione diversa

Ormai non ci si fa più caso ma quando è il momento di iniziare a pensare ai regali per il 25 dicembre si può arrivare a provare perfino un lieve senso di ribellione. È solo un momento, poi passa. Pochi però ammetterebbero di averlo provato. La questione non è il far regali in sé: in genere, quando li facciamo spontaneamente, è un piacere. Ma è l’obbligo sociale di farli, di riceverli e di ricambiarli. Siamo stanchi anche degli altri obblighi collettivi che ci portano a ripetere ogni anno gli stessi gesti, ci costringono allo stesso consumo coatto, ci fanno rivedere per forza persone che non frequentavamo da un anno: i parenti. Talvolta, si riesce addirittura a dribblare il cenone previsto con parenti o amici eppure facciamo in modo di far arrivare ugualmente i nostri regali sotto l’albero.

Questo proprio non riusciamo a evitarlo. Ebbene, quell’impercettibile reazione di insofferenza, che non capita mai di avere in tutti gli altri casi in cui si faccia liberamente un regalo, ha in realtà origini lontane. L’obbligo del dono nasce dalla notte dei tempi. È una forma rituale che precede le religioni e di cui esse hanno continuato a sfruttare il potere. Suona finta perché imposta, come il gesto che l’officiante ordina durante la messa: “Scambiatevi un segno di pace”. Per gli antropologi, il dono è inteso da sempre come un pericolo e il potere della cosa donata risiede nel legame che crea, nel bene e nel male. Insieme all’obbligo di donare e all’obbligo di ricevere, esiste l’obbligo di ricambiare il dono perché crea debito (tra le frasi di circostanza più ipocrite che pronunciamo c’è: “Non dovevi sentirti obbligato!”). Il dono può comunicare un senso di sfida, può diventare esibizione di potere con l’obiettivo di annientare chi lo riceve infliggendogli un’umiliazione. Per alcune scuole, il dono rappresenta una violenza simbolica, per altre costituisce una finzione e addirittura un sostitutivo di un’ostilità più profonda cioè, in pratica, un’alternativa alla guerra. Non c’è da stupirsi. Gli archetipi del dono che sono alla base della cultura occidentale sono tutti piuttosto “avvelenati”: quello che c’è dentro al vaso di Pandora, dentro il cavallo di Troia, o nella coppa di benvenuto che Circe offre a Ulisse, è sempre un’insidia, una trappola che va a vantaggio di chi fa il dono e a svantaggio di chi lo riceve.

C’è un pericolo già nella mela che Eva offre ad Adamo. In tempi più recenti, la civiltà delle buone maniere ha introdotto (in realtà solo rinnovato) l’obbligo dell’accettazione del dono e, quel che è peggio, l’obbligo di accettarlo davanti alla comunità, affinché tutti possano testimoniare che il dono è stato ricevuto e il rito si è compiuto. Se si collegano queste concezioni con la moderna “teoria dello shopping” si possono fare interessanti scoperte. Lo shopping è stato visto da Daniel Miller come una moderna forma di rito sacrificale in cui l’oggetto del rituale viene consumato.* Con questo atto non si acquisisce semplicemente un feticcio ma uno strumento capace di creare relazioni. Attraverso il consumo, il bene diventa parte della persona. Ma se il bene viene regalato, l’obbligo di ricambiare il dono mette in moto una catena di consumo. Quindi, in un modo o nell’altro, gli oggetti di devozione che vengono consumati finiscono in realtà per consumare i devoti. Per noi, questa è la stessa logica cannibale che sottende tutto il consumismo, la cui fine consiste esattamente nel divorare se stesso. Libri come quello di Miller dovrebbero essere regalati proprio in questo periodo per ristabilire un’etica laica del dono, o meglio per tentare di spezzare il legame della tradizione liberando il gesto dalla sua obbligatorietà. Liberiamoci dunque dal dono, è il regalo più bello che potremmo farci a Natale.

* Daniel Miller, Teoria dello shopping, Roma, Editori Riuniti

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