Bambini nel tempo di Fabio Geda
Posted by redazione on Wednesday Jan 13, 2010 Under Bambini nel tempoIl bambino Bollani
“A sei anni ho detto ai miei genitori che da grande avrei voluto fare il cantante. Il fatto era che non avevo per nulla una gran voce. Così, loro mi hanno risposto che se volevo fare il cantante era meglio che studiassi musica”
Illustrazione di Marco Marella
Stefano Bollani è rock. L’ho intuito la prima volta che l’ho visto su un palco, lui e il suo jazz, ne ho avuto parziale conferma rivedendolo suonare in teatro con la Banda Osiris, Enrico Rava e Gianmaria Testa nello spettacolo Guarda che Luna!, ma la certezza assoluta è giunta nel momento in cui mi ha confidato - io al telefono, fermo a un autogrill, lui a casa sua, credo, e credo pure stesse mangiando - che, da bambino, voleva essere Adriano Celentano.
Chiunque lo abbia visto suonare dal vivo, camaleontico, ironico e strabordante, si sarà chiesto, senza dubbio, quale fosse il suo riferimento artistico, non tanto strettamente musicale, quanto da performer, da animale del palco. Ora lo so, e posso confidarvelo: Adriano Celentano. E quindi, attraverso una vibrazione cosmica: Elvis Presley. Insomma, è più rock Stefano Bollani quando suona il jazz che molti gruppi che il rock puro tentano di farlo, senza riuscirci.
Stefano Bollani comincia presto. Inizia a battere sui tasti bianchi e neri del pianoforte che ha poco più di sei anni ed esordisce professionalmente a quindici. A venti, subito dopo il diploma di conservatorio conseguito a Firenze, subito dopo aver messo in piedi un gruppo con Irene Grandi giusto per conquistare una ragazza - così dice lui -, si fa le ossa come turnista nel giro della musica pop, con Raf e Jovanotti, tra gli altri. Da quel momento, dopo aver scelto la Repubblica Democratica del Jazz come patria d’elezione, non si contano più le collaborazioni eccellenti - da Richard Galliano a Pat Metheny, da Bobby McFerrin a Chick Corea - pestando con i piedi, le dita e il cuore i palchi più prestigiosi del mondo.
Ma tutto ha inizio da lì. Dalla fine degli anni Settanta. Da uno Stefano Bollani seienne che mette sul piatto il vinile di Yuppi du oppure di Il ragazzo della via Gluck o il quarantacinque giri di Ventiquattromila baci, che allarga le gambe davanti allo specchio e canta in playback le canzoni del Molleggiato. “A sei anni ho detto ai miei genitori che da grande avrei voluto fare il cantante. Il fatto era che non avevo per nulla una gran voce.
Così, loro mi hanno risposto che se volevo fare il cantante era meglio che studiassi musica, che cominciassi da uno strumento. Poco dopo ho iniziato a prendere lezioni di pianoforte, e non erano trascorsi neppure sei mesi che avevo deciso che, da grande, non avrei fatto il cantante, ma il pianista. Ma a essere onesti, il punto non era né l’una né l’altra cosa. Il punto era stare su un palco, credo. Che poi ci stessi come cantante o come pianista, come attore o come presentatore, o per fare del teatro, o perché avevo scritto un libro, aveva poca importanza. Io da grande - pensavo - voglio stare su un palco.”
E a salire su un palco ce l’ha fatta, su questo non c’è dubbio. Ma non solo. Stefano Bollani ha fatto anche un gran giro di giostra su quell’ottovolante dei mestieri attorno al quale ruotavano i suoi sogni di bambino. “Di tanto in tanto mi capita di andare in televisione” dice. “Di recitare. E poi ho scritto alcuni libri, tra cui un romanzo: La sindrome di brontolo. Anche a teatro mi ci sono ritrovato spesso.”
Il jazz, nella vita di Stefano Bollani, arriva a metà degli anni Ottanta, attorno ai dodici anni. Fino agli undici suona molta musica classica, per motivi scolastici, ma in realtà sogna di fare musica leggera. “Avevo una passione assoluta per Carosone. Io sono arrivato al jazz tramite Carosone, al quale, tra l’altro, ho anche dedicato un piccolo saggio. Ora, certo, amo anche la musica classica, ma è stato un amore tardivo.
Per lungo tempo l’ho suonata solo perché dovevo, perché i miei insegnanti me la facevano studiare.” All’epoca non pensava che si sarebbe esibito come solista con orchestre come la Filarmonica del Regio di Torino o la Santa Cecilia di Roma.
“Ho fatto le medie all’interno del conservatorio. Ognuno aveva il suo insegnante di strumento. Suonavo tutto il giorno. Non ho mai pensato a una vera alternativa al fare quello che faccio: il musicista.
A quindici anni ho cominciato a guadagnare i primi soldini suonando nei gruppi - cosa, per altro, gradita ai miei genitori, dato che ho smesso di chiedere loro la paghetta settimanale. Non saprei bene cos’altro potrei fare. Negli sport sono sempre stato un disastro. Non solo. Da bambino avevo problemi anche a viaggiare: davo di stomaco ogni volta che salivo in macchina. Era terribile.
Volevo solo starmene nella mia stanzetta a suonare o fare le mie cose. Agli spostamenti mi sono dovuto abituare: fare il musicista significa trascorrere un sacco di tempo in macchina o in aereo, rimbalzando da una città all’altra.”
Gli amici geniali in qualcosa. Quelli con certe qualità che tu li guardi e dici: perche io no? Li abbiamo avuti tutti. C’è quello bravo a calcio, che viene scelto per primo ai giardinetti quando si fanno le squadre, c’è quello a cui implorare i compiti di matematica o di latino, e c’è quello che suona.
“Quando andavo alla feste, da ragazzino, e in casa c’era un pianoforte, mi chiedevano sempre di suonare. Solo che non capitava spesso. All’epoca invidiavo molto chi suonava la chitarra perché loro potevano portarsela dietro, mentre io non potevo certo infilarmi il pianoforte nello zainetto. Ma non avrei fatto cambio.”
Strumento ingombrante, il piano, e anche rumoroso. “Sì, ma da quel punto di vista sono stato fortunato. Nel mio palazzo, al piano di sopra abitava un signore appassionato di jazz, al piano di sotto una famiglia molto amica dei miei genitori e l’inquilina dell’appartamento di fianco era sorda. Cosa chiedere di più? Per un certo periodo ho anche abitato in campagna e lì sì che era fantastico. Potevo suonare alle tre di notte senza disturbare nessuno. In città, per lo meno dopo cena, dovevo starmene buono.”
A vent’anni Stefano Bollani si innamora di una ragazza. Per tentare di fare colpo su di lei accetta di entrare in un gruppo rock-soul o quant’altro. La cantante del gruppo è una ragazza che ha conosciuto da poco, si chiama Irene Grandi, e sul palco ha un’energia pazzesca. “Eravamo in sette” ricorda Stefano Bollani.
“Il gruppo si chiamava La Forma. Ed è stato mentre suonavo con quel gruppo lì che mi hanno notato e mi hanno chiamato a fare il turnista con Raf prima e con Jovanotti poi. È stata un’esperienza molto, molto divertente, quella con Irene, anche se, alla fine, la ragazza di cui mi ero innamorato non sono riuscito a conquistarla. Una sera l’ho invitata a venirci a sentire, le ho detto: Dai vieni, c’è questa ragazza che canta, si chiama Irene ed è bravissima, e lei mi ha risposto: Sì sì, è brava, ma sai che ti dico? Fate un genere che non mi piace…”
Una delle cose di cui va maggiormente fiero, Stefano Bollani, è la copertina che gli ha dedicato il settimanale Topolino, rivista di cui è stato ufficialmente nominato Ambasciatore e che nel numero di agosto 2009 lo ha visto partecipare a un’avventura di Paperino con il nome di Paperefano Bolletta. “Da bambino amavo follemente i fumetti.
Ho quaderni interi di fumetti inventati da me e attorno agli otto anni ho persino creato una striscia, originale, tutta mia. Ma sulla qualità dei disegni non mi pronuncio: temo siano tremendi.
I miei preferiti erano i Peanuts e Mafalda. Mi ero anche comprato un libro sulla storia del fumetto, e sapevo tutto di tutti, da Yellow Kid in poi. In edicola, della Bonelli, acquistavo solo Zagor. Oggi mi capita di leggere Dylan Dog.
In assoluto preferisco le strisce, anche quelle vecchie di Topolino, di prima della guerra. Tra quelle nuove, non perdo nulla dei Doonesbury o dei Boondocks.” Stefano Bollani è rock, sì. Ma anche tanto altro, e credo si sia capito.




January 18th, 2010 at 6:08 pm
[...] Il pezzo è fruibile dalle vostre pupille in codesto luogo. [...]