Laboratorio esordienti a cura di Matteo b. Bianchi
L’ultimo anno delle medie: due cugine, in una desolata periferia urbana, si scambiano le prime confidenze in fatto di ragazzi mentre fanno i compiti. Il paesaggio emotivo che Chiara Dotta vuole raccontare sembra lo specchio di quella terra di nessuno dove è ambientato, uno spazio di confine dove la città perde le sue caratteristiche e diventa uno sfondo incerto. Allo stesso modo queste due ragazze, che non sono più bambine, da sole, faticosamente, ingenuamente, cercano la strada per la maturità affettiva. Un racconto tenero e amaro
illustrazione di Ale+Ale
Cugine
di Chiara Dotta
Partivo da casa di mia nonna alle due del pomeriggio con la borsa della pallavolo, alle cinque c’era l’allenamento. I miei genitori mi lasciavano da lei di giorno perché dovevano lavorare. Prendevo la statale che dalla periferia portava al centro della città e dopo un centinaio di metri giravo in una strada in mezzo ai palazzi. I binari del treno correvano paralleli alla statale e la via più breve per arrivare a casa di Laura era attraversarli. Poi quella strada in mezzo ai palazzi diventava un sentiero di terra, che finiva davanti a una recinzione con i riquadri di ferro grigio abbastanza larghi da potersi arrampicare. La scavalcavo, attraversavo veloce i binari e uscivo finalmente dalla porta a vetri della stazione. Non era un bel posto, non c’era mai nessuno. Davanti un vialetto di cipressi un po’ scuro, poi negozi, finalmente i palazzi si aprivano in un cortile piccolo con un cancello rugginoso, sempre aperto.
Laura abitava al primo piano, con suo padre – mio zio -, sua madre e due sorelle più grandi, che lavoravano già. Io andavo lì per fare i compiti con lei, Laura era la mia compagna di banco. Facevamo la terza media, ma lei era più grande di me, era stata bocciata l’anno prima. Quel primo piano con tutti i palazzi intorno rimaneva un po’ buio, e la casa era piccola, due stanze da letto, una cucina e un bagno. Un corridoio con per terra ammassate pile di Tex, il fumetto che leggeva suo padre. Quando arrivava dal lavoro suo padre si chiudeva sempre in bagno a leggere Tex. Quando aveva finito di leggere si preparava e usciva. Mia nonna diceva che lo zio aveva delle amanti, e credo fosse vero, perché usciva di casa sempre con la giacca e profumato. La madre di Laura invece era sempre in casa. Stava in cucina ma non l’ho mai vista fare qualcosa. Zio si lamentava che non era mai pulito, diceva: “Sara, scusa lo sporco, ma Rosa è stupida e non fa mai niente.”
“Antonella viene tardi stasera. Ha il fidanzato” rispondeva zia Rosa con un ghigno, poi cambiava canale alla televisione, sempre accesa.
Stava seduta su un divano in ferro battuto, che era anche il letto della figlia Antonella, e ormai il materasso aveva preso la forma del suo sedere, che stava stretto in una tutina nera un po’ corta. Dicevano che da giovane Rosa era una bella donna, in effetti aveva le gambe lunghe e gli occhi chiari, solo che adesso era gonfia in faccia e sul corpo, un gonfio innaturale. Entravo dalla porta e mi diceva sempre la stessa cosa: “Ciao Sarina! Come sta la nonna? Laura è di là”.
Laura era in camera sua, sdraiata sul letto che ascoltava la musica, oppure inginocchiata davanti al letto che pasticciava il diario. I professori per non bocciarla in terza media mi avevano chiesto di darle una mano con i compiti, mia mamma aveva subito detto di sì perché in fondo era la figlia di suo fratello, mio padre invece era meno d’accordo. Ma poi abbiamo fatto così, anche perché lei abitava vicino alla scuola media Peirano, e mi era comodo per andare agli allenamenti di pomeriggio. Di solito stavamo chiuse in camera per una mezz’ora a far finta di studiare, poi Laura diceva: “Mamma, vado ad accompagnare Sara agli allenamenti.”
“Ma è presto!” ho detto io la prima volta.
“Tanto non sa neanche che ora è!” E uscivamo.
Andavamo lì vicino, in un triangolo di prato con due panchine, in mezzo ai palazzi delle case popolari. Laura conosceva tutti, perché le sue sorelle più grandi ogni tanto la portavano lì con loro. Anche io provavo a fare amicizia con qualcuno, soprattutto quando capitava che lei mi lasciasse sola per andare a fare un giro con qualche ragazzo che aveva già la moto e la portava via sgommando con la marmitta truccata. Io rimanevo seduta sulla panchina a guardare il suo corpo allontanarsi aggrappato alla vita di qualcuno. A volte chiedevano anche a me di andare a fare un giro ma io non salivo, “Sei ancora troppo piccola” mi dicevano allora, e io diventavo rossa. Non andavo perché avevo troppa paura che mio padre lo venisse a sapere. Lui mi aveva detto: “Guai a te se vai in moto”, magari qualcuno aveva visto Laura salirci. Per fortuna lì c’era sempre un ragazzo della mia età che aspettava con me. Laura mi aveva detto che una volta gli aveva dato un bacio, e lui per questo era innamorato di lei, anche se non lo ammetteva.
Un giorno ho chiesto a Laura se baciava tutti i ragazzi con cui andava fare i giri. “Solo qualcuno” mi ha risposto.
“Ma eri innamorata quando li hai baciati?”
“Mica di tutti!” e si è messa a ridere.
Poi le ho confessato che io non avevo mai baciato nessuno con la lingua. Eravamo sedute a gambe incrociate sul suo letto, le tapparelle erano sempre giù nella sua stanza.
“Vuoi provare?”
Ha disteso le gambe e si è avvicinata a me. Sentivo il suo naso sottile vicino, l’alito caldo, i suoi occhi neri, i colpi sempre più veloci del mio cuore. Ero rigida, avevo caldo alla faccia. Ho aperto un po’ le labbra e la sua lingua ha toccato la mia, prima piano, poi è entrata dentro. Un sapore troppo dolce. Tutti i miei muscoli erano molli, quando lei si è staccata. “Vedi, è bello. Coi ragazzi è uguale.”
Dopo mi è capitato di baciare altri ragazzi, e veramente è stato più o meno la stessa cosa. Ad un certo punto ho iniziato ad uscire con Valerio, uno della terza E che era stato con Laura prima che con me. Ma un giorno le aveva detto: “Mi piace tua cugina”, e così ho iniziato a uscirci io. Io ero una bambina rispetto a Laura, lui invece dimostrava più anni e si vestiva con il giubbotto di pelle. Ma aveva gli occhi dolci e un bel viso, con una piccola cicatrice sopra il labbro. Dopo poco tempo però l’ho lasciato perché non potevo sopportare di camminare per il viale della scuola guardandomi intorno di continuo, per paura che qualcuno mi vedesse con lui e lo dicesse a mio padre. Credo che a Laura piacesse ancora, anche se mi aveva detto che per lei potevo benissimo uscirci, per questo mi aveva allontanata ed era diventata molto amica di Jessica, una ragazza della mia classe. Stavano insieme anche il sabato e la domenica che mio padre non mi faceva uscire. In classe vedevo che si scambiavano bigliettini, a me non li facevano leggere. Così un giorno ho scritto una lettera a Laura. La sua risposta ce l’ho ancora: “Carissima Sara, tu sei, l’amica e la cugina più cara, che io abbia mai avuto. Ti voglio bene come una sorella e non voglio perderti. Sto bene insieme a te, perché mi diverto, e soprattutto, perché mi aiuti molto. Non devi essere gelosa di Jessica, perché dovresti sapere, che io ti considero molto di più di lei, e che per me, sei la migliore. Nessuno ci dividerà, perché noi stiamo bene insieme. Tua cugina Laura”.
“Sono innamorata”, mi ha detto un lunedì. Era la prima volta che lo diceva. Aveva conosciuto un ragazzo il giorno prima, era più grande di lei, aveva diciannove anni. Lavorava nel reparto formaggi e salumi di un supermercato nella zona industriale, vicino a casa di mia nonna. Quel pomeriggio mi ha chiesto di accompagnarla dove lavorava lui e io ho deciso di andarci soprattutto perché ero curiosa di vederlo, questo Maurizio. Così dopo la scuola ho attraversato i binari della stazione per andare a casa sua e li ho riattraversati poco dopo, insieme a lei. Abbiamo superato il muro del cimitero, poi un paio di capannoni, una concessionaria d’auto, un mobilificio e finalmente il supermercato. Era un magazzino che vendeva le cose scontate, ed era impossibile guardarci dentro da fuori perché le vetrate erano rivestite da carta plastificata con il marchio Lidl. Dovevamo entrare. Laura era emozionata e abbiamo girato un po’ in mezzo agli scaffali vuoti di gente prima di arrivare al fondo, dove era il reparto salumi.
“è lui.”
“Quale?”
“L’unico carino che c’è.”
A me non sembrava ce ne fossero di carini. Ci siamo avvicinate ancora e ci siamo fermate davanti ad un ragazzo dal viso regolare e senza barba, con una cuffietta bianca in testa e gli occhi grigi, grandi e un po’ segnati. Magrolino, con un grembiule bianco. Stava finendo di servire una signora. Era evidente che noi stavamo lì ad aspettare che si girasse, ma lui faceva finta di non vederci. Davanti al banco non c’era più nessuno e lui non poteva più fare a meno di accorgersi di noi, si è girato. “Ciao piccolina” ha detto rivolto verso Laura, non le ha chiesto cosa ci facesse lì. Ha aggiunto: “Ci vediamo presto, eh?”. Laura ha fatto sì con la testa, poi un ciao con la mano e ci siamo girate per andarcene.
Laura non veniva più a scuola. Le prime settimane i professori mi chiedevano: “Che fine ha fatto tua cugina?”. Io non ne sapevo niente, non mi chiamava più. Le ho telefonato un paio di volte ma era fredda, mi parlava come a una sconosciuta. Però faceva ancora la scuola dell’obbligo e gli assistenti sociali dopo un mese l’hanno chiamata a casa. Sua madre ha detto che a scuola Laura non ci poteva più venire perché doveva stare con lei, che era ammalata. Pare che abbia anche scritto una lettera alla Preside. Così sono rimasta sola nel banco, pensavo che per adesso andava bene così, alla fine dovevo studiare per l’esame di terza media, ma che nell’estate ci saremmo riviste. Io avrei finito le medie e mio padre mi avrebbe finalmente lasciata uscire. Magari saremmo anche potute andare qualche giorno al mare insieme.
La domenica prima degli esami mia nonna era a pranzo a casa nostra. Lei e i miei genitori si sono messi a parlare male di Laura, io per il fastidio guardavo fuori dalla finestra. Mia nonna voleva dire qualcosa, ma ci girava intorno. A un certo punto ha fatto un respiro rumoroso e ha detto: “Ho saputo che Laura è incinta”.
Mio padre mi ha guardato dritta. E io ho abbassato gli occhi. n
Chiara Dotta ha trentatré anni, vive a Rivoli, in provincia di Torino e ha due figlie. Insegna lingua francese nelle scuole medie e superiori. Ha pubblicato per Harlequin Mondadori un romanzo Harmony sotto pseudonimo. Attualmente sta scrivendo un romanzo, dal titolo provvisorio Tu, separata con due figlie.
E-mail: chiaradotta2002@yahoo.com






