Laboratorio Esordienti a cura di Matteo b. Bianchi
Posted by redazione on Saturday Jan 30, 2010 Under ScrittiDal momento che questo è un “laboratorio” ogni tanto vale la pena di sperimentare. Questa volta dunque ho scelto di non pubblicare un racconto ma un estratto da un romanzo ancora in gestazione. Gli esordienti Francesco Cozzolino e Marco Grasso mi hanno inviato l’inizio del libro che stanno scrivendo a quattro mani e trovo che si tratti di un attacco convincente, di quelli che fanno venire voglia di proseguire con la lettura. Chissà che questo assaggio non incuriosisca anche qualche editore al punto di voler valutare tutto il resto. (L’ho detto che era un esperimento, no?)
illustrazione di Marco Cazzato
Scatafascio
di Francesco Cozzolino / Marco Grasso
Crac.
Vai a sapere perché ad un certo punto, in un muro qualsiasi di una qualsiasi casa, si forma una crepa. Infiltrazioni, assestamenti del terreno, microfrane sotterranee, il tutto mi ha dato da pensare per un buon quarto d’ora. Dopodiché ho smesso di chiedermi il perché e ho cominciato a ragionare sullo stato delle cose.
Esistono due tipi di persone: quelli che le crepe le stuccano e quelli che le lasciano aperte.
Chiudere le crepe è avere un hobby per passare la giornata, abbinare la cintura alle scarpe, comprare l’antiruggine. è pregare gli oggetti, invidiare la ricchezza, scambiare la paura per una malattia. In una parola sola, continuare ad assolversi.
Lasciarle aperte invece è rimanere sotto la pioggia, invidiare la ricchezza ma anche la stupidità, essere pronto a perdere le persone che ami, togliersi di dosso quello che ti hanno dipinto a costo di usare l’acquaragia. In una parola sola, avere il coraggio di sognarsi addosso.
Il Colonnello mi ha detto che non è una cosa da sottovalutare, non per farmi paura, ma dicono che se trovi il giusto punto di tensione puoi fare crollare qualsiasi cosa. Crac. E il tuo mondo frana rovinosamente. E io mi chiedo dove sarà quel punto giusto. Forse semplicemente nella paura di trovarlo.
Piacere, siamo il mondo della crisi di panico.
Una generazione piena zeppa di crepe. Afflitti da problemi che inventiamo, curati da sciamani che spacciano verità colorate. In un mondo che va sempre progredendo, che vuole sorrisi e mira sempre al meglio, non c’è spazio per chi ha dei dubbi. Ecco perché gli spaventati sono insopportabili, perché non vedono quanto bello e radioso sia il mondo che gli uomini hanno costruito loro.
La paura nasce come qualcosa di connaturato all’istinto di sopravvivenza. Pericolo, iniezione di adrenalina, l’animale scappa. Poi a un certo punto questa funzione è venuta meno. Una parte privilegiata della società ha via via eliminato tutti gli ostacoli che rendevano difficile la vita e necessaria la paura. La guerra, la malattia, la povertà, la fame, la morte. Ed è rimasta solo la paura, una cosa scomoda, come i disoccupati, che spaventano le famigliole ordinate perché non hanno niente da perdere.
Comunque il Colonnello mi ha assicurato che è un lavoro da niente, un attimo e il mio muro sarebbe tornato liscio come quando è stato creato. Ma sono mesi che va avanti questa storia e io non ci credo più. Non credo neanche che abbattere l’intera casa sia più una soluzione.
Questo è il grande sottointeso del Futuro: noi non possiamo, non siamo e non potremo mai essere liberi. Per quanto stucco hai, la paura è lì a dimostrarcelo.
Perché la paura è il motore più forte della storia. Qualunque storia sia.
C’è uno scalpello che mi martella la testa.
Dovrei dormire un po’ e invece sempre quel sogno dove sto dormendo, mi alzo e una crepa nel muro mi inghiotte. Guardo la sveglia, le quattro e venti. Fra meno di quattro ore arriverà il Colonnello con il suo armamentario per mettere le mani sul mio muro. So già come andrà a finire, si piazzerà qui e mi farà perdere tutta la mattina. Ed è l’unica in cui posso scrivere un po’.
Io glielo avevo detto che dovevo lavorare, ma lui niente. è una faccenda da cinque minuti, e tanto scrivere sulle bustine di zucchero non è lavoro, devi farti passare questi grilli per la testa prima che sia troppo tardi, prima di finire come tutti quegli altri. Su chi fossero gli altri ho sempre avuto dei dubbi.
Forse quei figli che non avevano seguito le sue orme all’accademia militare, quelli che non apprezzano le tonnellate di libri gialli che ammuffivano sui suoi scaffali, o forse è solo una categoria indefinita che comprende tutto il resto del mondo che non ha una divisa in naftalina e non sa riparare una crepa nel muro.
Io so farlo. Il fatto è che non costituisce una priorità. Potrebbe muoversi, contagiare gli altri muri, trovare finalmente quel giusto punto di tensione e far crollare tutto il palazzo. Ma continua a non essere una priorità.
“È l’aiuto reciproco che fa andare avanti il mondo, ragazzo mio. è l’ultima cosa che ci rimane. Senza un po’ di buon senso il mondo precipiterebbe nel caos in men che non si dica”.
Io sono in bilico e lui vuole tirarmi dalla parte dei giusti. Io che la odio pure questa casa. Quattro piani pericolanti, una matta come amministratrice e un ex militare in pensione. Il suo cane dal nome ridicolo che mi piscia tutte le mattine sullo zerbino e un bar immortale al piano terra.
Il Colonnello è in pensione. Ed è mattiniero. Pessima combinazione, sotto la bandiera del buon vicinato si possono fare gli atti più oltraggiosi.
“Dove tieni la spatola?” Un flash. Il Colonnello bianco di calce, con la fronte sudata si alza su un monte di calcinacci e mattoni rotti.
“Allora questa spatola?”
“Ehm, spatola”
“Vuoi dire che non ce l’hai, vero? Ho capito, tienimi questo, vado a prendere la mia. Torno subito.”
Un momento. Stavo dormendo, un sogno così raro. Sprofondo nella mia poltrona e aspetto l’inevitabile ritorno. Comincio a pensare che la mia crepa nel muro sia come un ospite indesiderato, una volta che appare non se ne va più via veramente.
“Allora che fai lì impalato? Beata gioventù. Ma qui faccio tutto io, ormai ho quasi finito. C’è voluto solo un po’ più del previsto”
Il mazzuolo non smette di picchiare. Quattro ore non sono un po’ più del previsto. I cattivi calcinacci si arrendono. La mia testa ci va a tempo. Domenica mattina di solidarietà condominiale.
Pantaloni di velluto verde, scarpe da ginnastica da discount e camicia di flanella arancione e blu. Il Colonnello passa le giornate affaccendato in cose inutili. Io guardo la sua operosità come un ozioso turista allo zoo safari, e per giunta non ho neppure pagato il biglietto, ho scavalcato. Sbraita, suda e bestemmia. E parla. In continuazione. Come se parlasse da solo, ma consapevole di avere un interlocutore. Se ti lasci coinvolgere, finisce anche che ci vedi dei legami logici. Pericolosissimo.
Perennemente incazzato. Il prototipo dell’uomo tuttofare del condominio. Con una peculiarità, aggiusta sempre tutto ciò che non avrebbe bisogno di essere aggiustato. Hai una crepa nel muro? Entra, ti butta giù lo zoccolo, ti ridà sopra il cemento, nel frattempo la crepa si è allungata nella parte ancora sana della parete, la giornata è finita, lui deve dare da mangiare al cane e la casa è un bordello di calcinacci.
Ma in fondo non è che l’estremizzazione combattente e meschina, o più semplicemente pietosa e goffa di tutti noi. Lo specchio della miseria in cui sguazziamo tutti. Se non ci arrangiamo a trovare qualcosa che ci faccia passare il tempo in maniera inutile, finisce che ci sentiamo inutili. Laboriosi coglioni. Questo nel migliore dei casi. Brulichiamo come formiche, infestiamo le strade e le piazze. E scriviamo articoli, titubiamo a mettere il nostro nome sotto a una petizione, studiamo grandi sistemi o martelliamo uno zoccoletto. Finché un meteorite ci seppellisce tutti, con i telegiornali, le guerre, i quiz, la cultura generale, la preparazione specializzata e lo stucco che non prende mai.
E io lo guardo riempirmi la casa di calcinacci. Spore bianchicce che trasudano vita. No, non lasciatemi figli miei! I barbari sono alle porte, e i generali che fanno? A quanto pare l’unico rimasto a Roma si trastulla su una poltrona.
“Colonnello”
“Non mi dire niente. Questa casa è uno schifo. Lo so, lo so”
Sono l’abbattimento fatto persona.
“Mi è bastato grattare appena e guarda, viene giù tutto”
“Ecco appunto, io non credo che la padrona ne sarebbe troppo entusiasta”
“Eh certo, i padroni sono tutti uguali. Ti strozzano, e se hai un problema, ti arrangi! Che con quello che paghiamo, dovremmo metterci tutti insieme, e reclamare affitti umani a quella cravattaia da condomini!”
Eroico, reclama i diritti dei più deboli, me in questo caso, mentre il muro di Berlino, il mio, gli casca rovinosamente dietro. Lui l’affitto non lo paga da sei mesi.
“Ma è forse odore di caffè questo?” Umorismo da caserma.
Mi alzo in un impeto di energia e vado verso la cucina per preparare la difesa finale. “Quante zollette, signore?” urlo lasciando dietro di me la caduta dell’Impero.
Un’azione da manuale, con un blitz fulminante sbuco dalla cucina, gli sfilo l’oggetto contundente, e lo metto alla porta con tazzina vuota, piattino e bustina che legge distrattamente. “I sogni sono il vero lavoro in nero della mente”.
Il vecchio ci rimane piuttosto abbacchiato.
“Non te la sarai mica presa con il Colonnello, ragazzo mio?” geme marzialmente da dietro alla porta.
“No Colonnello, non è per lei, è che devo lavorare e non ho molto tempo”
Mi ha appena buttato giù mezza casa e già mi fa pena.
“Sai, io voglio rendermi utile. Forse qualche volta esagero, ma lo faccio con passione”
“Ma no, non dica così”
Uno strano prurito mi punge da qualche parte tra gola e intestino. Deve essere il mio vecchio catechista. Digestione più lenta di quella dei leoni, dieci-quindici anni pressappoco.
“Sai, a una certa età la gente finisce per evitarti. E la solitudine è un nemico a cui non ti preparano nell’esercito”
Ah, il pragmatismo della signora Wanda, padrona e amministratrice dello stabile, portinaia per uso capione della posta del condominio. Se ci fosse stata lei al mio posto, altro che pietà.
“Senta le concedo un caffè, a patto che per oggi basta lavori”
“Sei un caro ragazzo - dice con un piede già nella porta, come un vero testimone di Geova - ma ti manca la disciplina”
In un turbinio di macerie e polvere di varie origini, io e il Colonnello sediamo uno di fronte all’altro sorseggiando un pessimo, pessimo caffè. Lui a schiena ritta su una sedia di legno, io addossato alla mia poltrona sfondata. Uno strano torpore mi ricorda di essere in possesso di un corpo. Il mio, teoricamente. Cosa fa quest’uomo in casa mia? E soprattutto, quando è cominciato questo libro?
Avevo venti anni e rotti e non ne parlavo mai. I rotti li usavo come chi cerca di fregare qualcuno sul prezzo alla fine di un affare.
Tabù. Con gli amici, i conoscenti, la famiglia. E soprattutto con me stesso. L’età di chi perde l’età. Avevo smesso di guardarmi nello specchio dei miei coetanei da un bel po’. Buono studente, impegnato politicamente, informato quotidianamente. Quando ancora ero convinto che il sapere fosse il grimaldello con cui avrei forzato ogni tipo di porta. Ecco come a cominciare da un sogno di giustizia universale si piomba nell’incubo dell’inquietudine. Per necessità o per simpatia, in ogni caso non è una libera scelta.
Era finito il grande sogno. Tramontata la grande promessa. Anche l’ultimo baluardo delle mie convinzioni mi aveva abbandonato. Pensare che anche se non hai molti soldi, con una buona testa puoi fare tutto, arrivare dappertutto. Puoi essere felice.
Vedi alla parola crisi. Nel vocabolario cinese si usano due ideogrammi per definirne il significato: cambiamento e opportunità. Nel vocabolario di un giovane occidentale si vince o si perde. E quando non sai bene a che punto sia la tua partita, un’espressione racchiude il meglio delle filosofie del pianeta: essere nella merda.
“Lo stucco dovrebbe essere asciutto per domani. Mi raccomando, non toccarlo”
“Grazie signor Colonnello”
“Ripasso domattina per vedere come è venuto”
La porta si chiude. E ho già voglia di lasciare questo posto.
Francesco Cozzolino è nato a Genova nel 1982, si è laureato in Scienze Politiche tra Genova e Milano. Fotografo, fa parte di DeadManTalking, associazione che si occupa della promozione di eventi culturali e della produzione di documentari e cortometraggi. Vive a Torino dove frequenta la Scuola Holden.
Marco Grasso, 27 anni, è un giornalista genovese e attualmente scrive di cronaca per il quotidiano Il Secolo XIX. Insieme ad Alberto Cozzutto ha girato due documentari: L’Anima migrante e Il Colore della Memoria, vincitore del premio Memorie Migranti. Anche lui fa parte dell’Associazione DeadManTalking.
Scatafascio è il primo romanzo per entrambi.
E-mail: francis_co@tin.it, marco.gras@gmail.com



