Il luogo del delitto di Giorgio Scianna

Posted by redazione on Tuesday Feb 2, 2010 Under Rubriche, Scritti

Buon compleanno Mr Spade

Compie 80 anni il detective creato da Dashiell Hammett e immortalato al cinema da John Huston. A metà strada tra il reportage e il pellegrinaggio, cronaca di un viaggio per le strade della città forse più noir del mondo: San Francisco

ill_spade© Illustrazione di ALE+ALE

San Francisco è una città a colori, anche se c’è la nebbia, anche se fa freddo. Basti pensare che il suo simbolo, il Golden Gate, è arancione, international orange a essere precisi. Quante città hanno un simbolo color arancione? E per tenerlo così arancione c’è una squadra di 25 operai che ci spennella sopra 1000 galloni di vernice ogni settimana. Ma è ancora niente. Ci sono le lanterne rosse e i dragoni di Chinatown, la case vittoriane pastello di Alamo Square, il verde di Dolores Park…

La città noir che avevo nella mia testa, la città prediletta da Hitchcock per Birds e Vertigo, la città che è stata lo sfondo bianco e nero dietro al cappello di Humphrey Bogart oggi è dunque una città arcobaleno. Anche nell’epicentro del noir, anzi proprio lì, non riesco a pensare che a questo. Perché un epicentro del noir c’è ed è 111 Sutter Street, il palazzo dove tutto comincia.

“Pronunciata e ossuta, la mascella di Sam Spade presentava un mento a V che sporgeva da sotto l’arco più dolce delle labbra.” E’ l’inizio del Falco maltese, ed è sopra la mia testa, nell’ufficio dei detective Spade & Archer, che si apre il romanzo. Dashiell Hammett quando nel 1930 pubblica questa storia su una donna misteriosa che insegue una statuetta antica a forma di falco, assoldando Sam Spade e facendosi largo tra furti e omicidi, non può immaginare che sta consegnando all’Olimpo un detective così nuovo, così diverso dai Maigret e dagli Sherlock Holmes che lo hanno preceduto da spalancare la porta a quella che sarà la scuola dei duri. Bene, proprio lì, nel cuore nero di San Francisco, davanti all’ingresso di Sutter Street al numero 111 (identificato dagli appassionati come sede dell’ufficio di Spade) ogni giovedì mattina c’è un mercato della frutta e ci sono delle ragazze sorridenti che ti allungano delle mele rosse come quelle di Biancaneve.

Accidenti sembra un angolo di Provenza! Ma è solo il primo dei rovesciamenti. Perché questa è una città col doppio fondo. Il Golden Gate stesso, il simbolo solare di cui va orgogliosa questa città, è anche il luogo della terra con il più alto numero di suicidi. 1300 da quando fu costruito negli anni 30. Quello di cui si è dibattuto a lungo di recente è se istallare una barriera di acciaio per fermare le cadute con il rischio però di minare il design del ponte. John Kevin, che si è salvato dopo essersi buttato giù dalla campata a diciannove anni, descrive con precisione il tragico fascino che il Golden Gate esercita su chi è gravemente depresso.

Credo di aver sbagliato indirizzo, ma l’ho letto decine di volte: Sutter Street 111. Perché mentre fisso i marmi dell’ingresso arriva il secondo rovesciamento: le tasche di Sam Spade. L’idea infatti che uno si porta dietro è quella di un detective che ha un ufficio illuminato con una luce al neon, affondato in un seminterrato, che arranca per sbarcare il lunario. Beh, l’Hunter-Dulin Building (perché il palazzo è tanto elegante da meritarsi persino un nome), con il suo atrio decorato, le sue guglie sul tetto, è molto più solenne e lussuoso di quanto potessi neppure immaginare. Ma è un errore che fanno in molti. Non è colpa del romanzo, è colpa dei film, di quello di Huston, dei noir degli anni 40 che ci hanno lasciato nel cervello i fotogrammi che proiettiamo mentre leggiamo o rileggiamo Hammett. Impermeabili stropicciati e arredi economici.

Invece Sam Spade di un ufficio così opulento doveva averne bisogno, per irretire i clienti facoltosi, perché lui non è un eroe romantico come Philip Marlowe. L’eroe di Chandler poteva anche occuparsi di un caso senza compensi. Spade no. L’inseguimento alla statua del falco (o falcone che sia) è un rilancio continuo di dollari e Sam Spade sta cinicamente al banco, anche se alla fine la sua dignità gli impedisce di arricchirsi.

Ho scelto l’albergo per un motivo solo: perché era il Vertigo, l’hotel dove Hitchcock fa rifugiare Kim Novak dopo che scompare per la prima volta. Da lì a Sutter Street si va a piedi. Ma scopro subito, ed è il terzo rovesciamento, che a piedi si va dappertutto. L’atmosfera del Falco maltese (non me la sono sognata) è quella di una metropoli, San Francisco negli anni 30 una metropoli la era già, la storia del Falco poi è una storia che dà respiro, legata ai traffici internazionali. Eppure è tutto lì: Bush Street, St. Francis Hotel, Geary Theatre. Pochissimi isolati. A percorrere a piedi quelle strade, di colpo i movimenti, gli spostamenti di Sam Spade sembrano quelli di un poliziotto di quartiere.

L’unico modo per riconciliare il mondo che ho in testa con quello che ho davanti agli occhi è andare sulla vera crime scene, il luogo del primo delitto, cioè quello dove Miles Archer, il socio di Sam Spade, viene ucciso. Burritt Street è esattamente quello che mi aspetto di trovare. Una strettoia con il retro dei palazzi, le scale antincendio e tutto il resto, una specie di cortile nascosto da tutto, ma a due passi dal traffico del tunnel di Stockton e dai vicoli di Chinatown. Qui per la prima volta mi aspetto che cali la nebbia e finalmente mi accorgo che sto vedendo in bianco e nero. Non deve essere successo solo a me se è vero quello che dicono da queste parti.

Anni fa non c’era nessuna indicazione che il luogo fosse questo, poi una notte su un marciapiede di Burritt Street è comparsa una scritta fatta con lo spray “Qui hanno sparato a Miles Archer”. Il proprietario del ristorante giapponese, quando al mattino se l’è trovata davanti alle vetrine, si è grattato la testa, stava per cancellarla, forse per chiamare la polizia, finché qualcuno gli ha spiegato che effettivamente lì avevano sparato a qualcuno, ma era stato quarant’anni prima e dentro a un libro. La scritta è rimasta e i giornali, i cittadini ne hanno parlato talmente tanto che alla fine l’amministrazione ha dovuto mettere una targa per celebrare quel posto.

A San Francisco cose così succedono, la gente fa propri gli eroi, li tiene in vita e i loro luoghi rimangono, non come reliquie, sono piuttosto simboli, ricordi affettuosi di una città che si reinventa sempre, ma che è legatissima al suo passato brevissimo. è successo a un personaggio letterario come Sam Spade. è successo a un personaggio in carne e ossa come Harvey Milk, consigliere comunale dichiaratamente gay ucciso da un ex poliziotto. Milk è stato mitizzato dalle celebrazioni e scoperto dal cinema grazie a Sean Penn.

La gente sa quali sono i loro luoghi, i turisti li vanno a visitare. Nel caso di Hammett esiste addirittura un Dashiell Hammett tour organizzato da uno scrittore con impermeabile e cappello che ogni settimana accompagna decine di persone nelle strade, nelle piazze, negli hotel dove si muovevano i suoi personaggi.

Le guide patacche per il circo turistico ormai si riproducono in continuazione. A San Francisco come altrove ci sono un itinerario letterario, un percorso gastronomico, un circuito gay, un sentiero da architetti, una gita tra i set dei film ambientati nella baia. Vedere, guardare non basta più, al paesaggio bisogna appiccicarci sopra decalcomanie che rendano più intrigante, più curiosa l’atmosfera. Fa parte del pacchetto. Tutto questo è vero, ma è vero anche che per i noir i luoghi non sono un pretesto, sono carne e sangue della storia.

Ha ragione Jonathan Lethem, presentando un libro di fotografia su Marlowe appena uscito negli Usa, dice: “in Chandler lo stile hard boiled diventa soprattutto un modo di osservare, non molto differente da quello di una macchina fotografica”. Ma se la Los Angeles di Marlowe è un bluff, una città coi marciapiedi di gomma dove l’unica cosa reale è il crimine, la San Francisco di Hammett (e di Huston) è una città, colorata forse, dove però le strade e i palazzi sono ancora di mattoni e cemento.

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