La bambina Licia Troisi di Fabio Geda

“Elliott il drago invisibile è stata la chiave che ha spalancato, nel mio immaginario, la finestra sul fantasy.” Finestra dalla quale, affacciandosi, Licia Troisi ha visto un mondo di mondi: un Mondo Emerso

troisi1Illustrazione di Sergio Ponchione

Se cominciassimo dicendo che stiamo parlando di una scrittrice che ha già pubblicato due trilogie intere – che, per chi non fosse in grado di fare i conti, vuol dire sei libri – più i primi due libri di altre due trilogie – e siamo a dieci – più svariate trasposizioni a fumetti, un romanzo ecologista e alcuni racconti, e che, prima di cominciare a scrivere, si è specializzata in astrofisica con una tesi sulle particelle nane, be’, voi pensereste che stiamo parlando di una donna dalle molte primavere, over cinquanta, over quaranta, per lo meno, di qualche genio che scende dal Nord. Invece no. Stiamo parlando di una under trenta, e per giunta italianissima. Stiamo parlando di Licia Troisi.

Licia Troisi nasce a Roma nel 1980. Non da un uovo di Viverna, no. E neppure viene adottata da uno strambo professore che le spiega che dentro di lei sopravvive lo spirito di un drago, come accade all’orfana Sofia, presa in casa dal professor Schlafen nel primo libro della saga dedicata alla Ragazza drago.

Nasce in una famiglia come tante, Licia Troisi, che come tante, all’inizio degli anni Ottanta, le regala un pupazzo di gomma di Elliott il drago invisibile, intramontabile protagonista del film diretto da Don Chaffey nel 1977. “L’ho recuperato qualche settimana fa da casa dei miei genitori, quel pupazzo, e adesso è nella stanza di mia figlia Irene, che ha appena due mesi di vita. Credo di aver ricevuto una sorta di imprinting, da quel giocattolo. Elliott è stata la chiave che ha spalancato, nel mio immaginario, la finestra sul fantasy.” Finestra dalla quale, affacciandosi, Licia Troisi ha visto un mondo di mondi: un Mondo Emerso. “Ma intendiamoci, non è stato subito tutto un pullulare di animali fantastici, aure magiche e pietre dai poteri soprannaturali.

Da bambina, quando ho cominciato a leggere, ero molto più orientata sui classici per l’infanzia. Ero appassionata di Piccole Donne, che è stato a lungo il mio libro preferito, leggevo Arthur Conan Doyle, Kipling, il Grahame de Il vento tra i salici. Il fantasy l’ho scoperto molto dopo, anche se la mia antologia delle medie conteneva un brano da Il Signore degli Anelli che probabilmente è la prima cosa prettamente fantasy che abbia mai letto.”

Quindi, all’inizio, fu la fantasia, più che il fantasy. Spazi vuoti da riempire di immaginazione e di creatività – quegli stessi vuoti che si ha l’impressione che manchino, oggi, nella quotidianità di alcuni bambini, assillati dai genitori che temono la noia, assediati da richieste di prestazioni fuori scala. “Giocare con i confini della realtà, negli anni della mia formazione, è stato fondamentale.

Ho scritto le prime favolette tra i sette e gli otto anni. Avevo la Barbie, certo, che faceva l’insegnante a una classe piuttosto eterogenea fatta di sorprese degli ovetti Kinder, alternandosi con la Signora Pinguinotti, un peluche di pinguino che mio padre aveva portato da Londra. Ma più che i giocattoli mi piaceva inventare storie, e recitarle da sola, nella mia stanza.

Avevo un lenzuolino di quando ero neonata che per me era un po’ una coperta di Linus: lo usavo per inventarmi vestiti e fare ipotetiche sfilate, oppure ci disegnavo su finestre e porte, lo attaccavo alla scrivania, e mi ci nascondevo sotto, trasformandolo in una casetta tutta mia. Raccontare è sempre stato nel mio dna. Ho avuto la fortuna di avere qualcuno che le storie me le ha lette, prima che io fossi in grado di farlo da sola.

Mio padre. Insieme, ecco, avevamo questo rito della lettura dei fumetti: Il Corriere dei Piccoli prima, Topolino poi. Ogni domenica mi infilavo nel lettone, e lui leggeva ad alta voce. Come tutti i bambini amavo ascoltare all’infinito alcune avventure in particolare, che preferivo ad altre. Alla fine, certe puntate, le avevo sentite talmente tante volte da poterle recitare a memoria. Una volta, l’ho fatto. In vacanza, finsi di leggerle davanti ad alcuni amici del mare, che restarono a bocca aperta.”

L’infanzia di Licia Troisi scorre lungo il Tevere, a Roma, principalmente nella sua vecchia casa in periferia. “Lasciare quella casa per trasferirmi in città, a quindici anni, per certi versi ha segnato la fine della mia fanciullezza.” Le mancava particolarmente la campagna, e quando sua mamma raccontava della propria infanzia in un piccolo paese, lei un po’ la invidiava. Che da grande, invece della scrittrice, Licia Troisi volesse fare la contadina?

“Quand’ero piccola e mi chiedevano cosa avrei fatto da adulta, io rispondevo: il soldato di pace. Non riesco neppure a ricostruire esattamente cosa intendessi, quando dicevo così. Ma era una specie di ossessione. Quando sono cresciuta, ho iniziato a rispondere lo scienziato, anche se l’oggetto di studi è cambiato spesso nel corso degli anni: prima biologa, poi archeologa, poi paleontologa, geologa, e finalmente astrofisico.”

Ora, è un astrofisico mamma, che ai ragazzini, però, è già abituata. “Mi è capitato di fare un paio di presentazioni in una bella libreria di Roma specializzata in libri per ragazzi. È stata un’esperienza fantastica e totalizzante: a volte i bambini ti fanno osservazioni più acute di quelle di un adulto, e soprattutto non hanno remore a dirti quel che davvero pensano delle tue storie. In genere mi chiedono soprattutto particolari sulla trama, o cercano di sapere come finiscono le mie saghe, anche quelle che devo ancora scrivere. Sono molto curiosi. Nei loro commenti si nascondono sempre delle sorprese.

Ora, ho in casa qualcuno a cui potrò raccontare le mie storie, tentando di raggiungere tutti quegli obiettivi che, penso, un genitore debba porsi nei confronti di una figlia: aiutarla a sviluppare i propri talenti, perché possa realizzarsi al meglio come persona; insegnarle il valore dell’onestà e dell’impegno; sostenerla e stimolarla nel diventare un essere umano appassionato e, quindi, con tante e diverse passioni da coltivare; insegnarle a far fronte alle difficoltà della vita senza abbattersi. Insomma, una persona serena. Ho amato molto essere bambina, e anche se ora sono mamma ci sono volte in cui il mio essere figlia, come allora, un po’ mi manca.”

Be’, per narrare le storie che inventa Licia Troisi, credo non si debba mai smettere di essere un po’ bambina, un po’ figlia. La stessa della prima storia raccontata a due anni, e che sua madre ha trascritto sull’album delle foto, tra le immagini di una Licia a quattro zampe. Faceva pressappoco così, quella storia: C’era una volta un pupazzetto che aveva le zampette perché camminava e andava a casa sua. Fine.

Ecco la nascita di una scrittrice. La stessa delle favolette scritte a sette anni, e finite, insieme ad altre, in un libricino che si intitolava Le Mille e Una… Licia, che i suoi genitori fecero rilegare, perché non si perdesse, e che è ancora nella loro libreria. La stessa che a scuola se l’è sempre cavata egregiamente. “Più che altro per il mio spiccato senso del dovere” aggiunge. Ora ha un blog, Licia. E in quel blog racconta di se stessa e dei suoi mondi (emersi e sommersi).

Molti commenti – ad andarli a leggere, a vedere l’età – ci si accorge che sono di lettori giovani, alcuni giovanissimi. Ragazzi entrati in risonanza con l’immaginario che ha creato, e che tra le righe, tra le sue parole, così come nelle vite dei personaggi e nelle loro avventure, trovano personali tragitti di fuga, e di consapevolezza. Trovano parti sepolte di loro stessi. Frammenti di sé, che solo in quei mondi fantastici possono essere ricuciti.

L’ultimo romanzo di Licia Troisi è Figlia del sangue (Mondadori), il secondo libro della trilogia delle Leggende del Mondo Emerso.

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