Oppio dei popoli di Bruno Ballardini

Il Carnevale è una cosa seria

Dai riti in maschera alla realtà virtuale passando per il progressismo conservatore:
le sorprese non finiscono mai

ballardini_1Vignette di Maurizio Minoggio

In questa stagione, gli indigeni del Nord del Mondo escono dalle loro capanne in cemento armato e, per strada, vengono investiti da manciate di pezzetti di carta colorati lanciati da giovani selvaggi che indossano strane maschere rituali.

I pezzetti di carta, detti “coriandoli”, sostituiscono i semi di coriandolo che venivano lanciati nei riti più antichi. Furono inventati nel 1876 da un ingegnere triestino, tale Ettore Fenderl, con un notevole passo avanti tecnologico che portò a ulteriori fondamentali invenzioni, come quella dei cerchi di carta dell’ingegnere Enrico Mangili di Crescenzago.

Al di là dello scarso senso dell’umorismo che impediva (e impedisce tuttora) agli ingegneri di analizzare la portata culturale del fenomeno, agli antropologi invece appare del tutto evidente la sua funzione: è un rito di conferma dei ruoli sociali. A Carnevale, e soltanto a Carnevale, il popolino aveva il permesso di sfogarsi liberamente al di fuori dei rapporti stabiliti, in opposizione a tutto ciò che veniva imposto normalmente come assoluto, indiscutibile, immutabile. Tanto poi tutto era destinato a tornare come prima.

Dunque, una grande festa della repressione, non certo della liberazione. Il “permesso” di rovesciare i ruoli tra popolo e istituzioni ha origini medievali, e risale all’epoca in cui un bambino veniva nominato episcopellus ed esercitava temporaneamente il potere, come vendetta rituale per la strage di infanti compiuta da Erode. Allo stesso modo, nel medioevo, la cerimonia del buffone che viene proclamato re offriva la rappresentazione di un mondo alla rovescia. Lasciar trasgredire le regole per una volta sola, durante la festa comandata, serviva a farle riconoscere per tutto il resto dell’anno.

Lo strumento chiave che consentiva il sovvertimento delle regole, il cambio dei ruoli, la simulazione dell’altro da sé, era la maschera. Fin dall’era primitiva, la maschera permetteva a ciascuno di diventare virtualmente qualcos’altro, di acquisire poteri che in realtà non si hanno.

Ma basta il Carnevale a esaurire l’insopprimibile bisogno di mascherarsi che gli indigeni del Nord del Mondo ancora manifestano? Certo che no. Oggi, il progresso delle tecnologie permette di accedere a una colossale mascherata in qualunque ora del giorno e della notte, in un luogo dove tutti, proprio tutti, possono godere della libertà di essere qualcos’altro: Internet. Sembrava che, con il Web 2.0 e i social network, i trucchetti e i doppi giochi tipici della prima era internettiana fossero ormai dimenticati. Invece, su Facebook sono ancora in molti a preferire un’identità fittizia piuttosto che comparire con il vero nome e sono molti anche quelli che rubano identità altrui, travestendosi da personaggi del jet set, da star dello spettacolo, per ottenere forse il consenso e la simpatia che nella vita reale non riescono ad avere. Il fenomeno era iniziato circa 18 anni fa nelle chat IRC di tutto il mondo.

Milioni di persone giocavano a nascondino dietro a un monitor con nickname e identità recitate, come in un colossale psicodramma di gruppo. Poi, la virtualità si è estesa all’ambiente dove avviene l’interazione e oggi, su Second Life, otto milioni di persone si travestono tutti i giorni simulando identità fisiche, caratteriali e sessuali diverse dalle proprie, vivendo una vita che non potrebbero vivere nel mondo reale.

ballardini_2Alla fine, il Carnevale diventa un’abitudine, una modalità cognitiva. Il concetto di “maschera” si estende fino a modificare le nostre stesse categorie di pensiero. Ci stiamo abituando a indossare maschere permanenti, a ricorrere alla chirurgia plastica anche a livello ideologico, facciamo restyling in molti campi: dall’industria automobilistica alla gastronomia, dalla finanza alla politica.

L’importante è divertirsi. E qui, nel Nord del Mondo, nonostante tutto, ci si diverte ancora un sacco. Abbiamo una maschera per ogni occasione. Ne abbiamo una per il rito della democrazia, una per il rito dello “sviluppo sostenibile”, e una perfino per il rito degli aiuti ai Paesi del Sud del Mondo quando vengono colpiti dalle calamità.

In quelle occasioni si organizza subito un gran ballo di beneficienza (in maschera, ovviamente: fingendo di essere umanitari) e si fa a gara a chi riesce a mettersi più in mostra sul dissestato palcoscenico della tragedia, esprimendo sincero dolore per popolazioni di cui a nessuno prima di quel momento era mai importato nulla. Visione che non sfugge al think tank della “nuova destra” in una recente riflessione sul modo in cui metabolizziamo le grandi tragedie del pianeta attraverso i mass-media: “Può succedere – e sta già succedendo – che milioni di persone versino lacrime, guardando il nuovissimo superfilm Avatar, per la sorte dei nativi del pianeta Pandora – i Na’vi – massacrati dai terrestri cattivi nella loro foresta.

Lacrime di commozione sincere ma suscitate da una finzione. Mentre quasi nessuno piange per la sorte, per lo più ignorata, di tante popolazioni indigene che sulla nostra Terra – dal Brasile, all’Africa al Borneo – subiscono davvero quella sorte” (Marco Brando su Fare Futuro WebMagazine, 18/01/2010).

In questa come in altre occasioni, pare incredibile che da giovani critici appartenenti a uno schieramento politico conservatore possa provenire un pensiero così vicino a quello progressista. O forse si tratta di avatar di una destra conservatrice e burlona che onora in modo nuovo e attuale l’eterno spirito carnascialesco? Prima o poi, occorrerà togliersi le rispettive maschere e guardarsi negli occhi.

Perché uno dei pericoli più grandi che comporta l’eccesso di farsa è stato già indicato da Neil Postman citando la profezia di Huxley secondo cui, nell’era della tecnologia avanzata, la devastazione spirituale viene più probabilmente da un nemico col sorriso sulle labbra: “Quando una popolazione è distratta da cose superficiali, quando la vita culturale è diventata un eterno circo di divertimenti, quando ogni serio discorso pubblico si trasforma in balbettio infantile, quando, in breve, un intero popolo si trasforma in spettatore, e ogni affare pubblico in vaudeville, allora la nazione è in pericolo, la morte della cultura è chiaramente una possibilità”.*

Allora, se vogliamo cambiare le cose sul serio, e se è vero che il Carnevale serve a mantenerle come sono, cominciamo ad abolire dai riti delle nostre tribù tutto ciò che è Carnevale. Ma sul serio, non per scherzo.

*Neil Postman, Divertirsi da morire, Marsilio

One comment

  1. Marco Brando

    Ciao. Grazie per aver citato il mio intervento su Farefuturo Web Magazine. Vorrei chiarire che non sono così giovane (ahimé… beh, neppure “vecchio”… ma diciamo che ho appena superato i 50). Inoltre non appartengo “a uno schieramento politico conservatore”. Ho una storia di sinistra (anche militante) e – pur nel casino politico e intellettuale dei nostri tempi – sono ancora – ammesso che certe etichette abbiano ancora un senso, “di sinistra”. Tuttavia mi è piaciuto scrivere quell’intervento su FfWebMagazine, dove spesso leggo interventi che condivido, nonostante il mio imprinting di sinistra. Non solo: mi pare assai significativo che FfWeb Magazine abbia ospitato questo ed altri miei interventi pur sapendo quali sono le mie radici. Lì c’è disponibilità al dialogo. E non è poco, di questi tempi. Quindi – anche se non sono né “giovane” né “conservatore” – resta valida la vostra considerazione finale: “Prima o poi occorrerà togliersi le rispettive maschere e guardarsi negli occhi”. Ciao ! Marco

Post a comment

You may use the following HTML:
<a href="" title=""> <abbr title=""> <acronym title=""> <b> <blockquote cite=""> <cite> <code> <del datetime=""> <em> <i> <q cite=""> <strike> <strong>