Il luogo del delitto di Giorgio Scianna

Posted by redazione on Thursday Mar 18, 2010 Under Scritti

Se il carcere scompare

ill_carcereIllustrazione di Ale+Ale

Esce il 19 marzo nelle sale il film di Jacques Audiard “Un prophète”, che ha affascinato e turbato Cannes sbattendo sotto gli occhi di tutti la drammatica situazione delle carceri francesi. Di quelle italiane invece ultimamente si conosce solo una cosa: come evitarle

I luoghi vanno di moda. E come le mode passano. Non è un grosso problema. Anche i luoghi chiusi (manicomi, carceri, campi di concentramento) seguono le mode e qui le cose si complicano perché da soli in posti così non possiamo entrarci se non c’è qualcuno (regista, scrittore) che ci apre le porte. Diventano invisibili fino a scomparire. Trent’anni fa i manicomi tiravano. Potevano uscire tre film l’anno, insieme a biografie e a trattati scientifici sui disturbi mentali che venivano smerciati (e letti) come se fossero romanzi avvincenti. C’era Basaglia, c’erano i “matti da slegare”, c’era Bellocchio, c’era il ghigno di Nicholson in Qualcuno volò sul nido del cuculo, e non è certo finita lì. I campi di concentramento di tutti i tipi sono una specie di long seller, il carcere invece scompare e riappare come un fiume carsico.

Ho visto l’ultimo film di Audiard, Un prophète, e oggi ho due certezze: di aver visto un buon film e di sapere qualcosa in più sulle carceri francesi. è la storia di Malik El Djebena che a diciotto anni viene condannato a sei anni di prigione. Entra in carcere con una banconota e dei vestiti talmente mal ridotti che tanto vale buttare via, uscirà proprietario di un impero con addirittura delle macchine per fargli da scorta. La storia dentro il film è il suo romanzo di formazione: formazione criminale perché Malik impara a uccidere, a fare il doppio gioco con il boss corso che lo protegge, ma anche formazione vera perché impara a leggere e scrivere. Studia la geografia complicata delle relazioni umane dentro il carcere, studia gli arabi, studia per negoziare come un trafficante, studia talmente tanto che diventa non solo un boss, ma una sorta di profeta, come prendono a chiamarlo, che riesce a parlare la lingua di tutti.

Il film non è un documentario, per quanto critichi aspramente l’intero sistema della mala educación carceraria, il film è cinema e basta, eppure ci portiamo a casa qualcos’altro. Una mappa di luoghi, di abitudini, di facce possibili che potremmo trovare dentro un carcere. Ci portiamo a casa insomma le immagini, la vita di un luogo che altrimenti non conosceremmo.

Che c’è di nuovo? Niente. Il carcerario è un genere cinematografico, lo era già nelle pellicole francesi del dopoguerra sulla mala, a Hollywood lo è sempre stato. Da Brubaker a Fuga da Alcatraz a un’infinità d’altre pellicole il carcere appartiene al cinema. Forse ci sono persino sottogeneri: le storie di detenzione per condanne a morte come Dead man walking, i legal thriller, i film politici, gli incroci magici di queste cose come Nel nome del padre dell’irlandese Jim Sheridan. La letteratura non ha sempre saputo fare arrivare le immagini, spalancare le porte delle celle come ha fatto il cinema. Sicuramente lo ha fatto Edward Bunker nei suoi romanzi, ma lui le peggiori prigioni della California le conosceva bene, le aveva cucite sulla pelle per esserci stato quando lo hanno condannato per partecipazione a un progetto di rapina a mano armata.

Non so perché il carcere sia stata un’ambientazione così popolare, di sicuro c’entra la sua naturale contiguità con il poliziesco, polar, noir i cui personaggi entrano ed escono continuamente dalle celle, ma forse c’è qualcosa di più profondo, e al tempo stesso banale, che rende così naturale la suggestione delle storie in un istituto di pena. C’entrano Aristotele e regole come il 41 bis: in carcere l’unità di azione, luogo e tempo non è un’artificiosità utile per raccontare la tragedia, è una situazione di vita imposta dalle norme di sicurezza. Lo spazio è quello, il tempo è fermo e l’azione può solo andare avanti. Niente viene dall’esterno a interrompere e pasticciare il corso degli eventi, se qualcosa riesce ad arrivare questa è triturata e metabolizzata dall’organismo penitenziario, riportata al suo ritmo lento, tradotta nei suoi codici.

Prima che cinema è teatro allo stato puro, stupisce che le storie penitenziarie non entrino poi così tanto nelle pièce teatrali. è invece spesso il teatro a uscire (o almeno dare voce di sé) dal carcere, attraverso gli spettacoli, le drammatizzazioni che capita che i detenuti facciano. Di recente qualcosa è successo. Guantanamo dal 2001 e poi l’Abu Ghraib irachena sono state un set sparato ovunque dalla rete, le immagini delle torture, con il loro digitale sfuocato, hanno fatto il giro del mondo, allontanando dal nostro mondo l’idea stessa della reclusione, certo d’altro tipo, ma sta di fatto che è accaduto che si parlasse più di violente “carcerazioni esotiche” che delle domestiche carcerazioni nelle nostre periferie.

Perché le nuove carceri, le supercarceri, i carceri di massima sicurezza non li incontriamo più passeggiando per strada, li vediamo dalle tangenziali distinguendoli a fatica tra un capannone dell’Ikea e un Bricocenter, discretamente digeriti dallo skyline suburbano per non turbarci troppo le coscienze. Forse il punto è questo. Conosciamo meglio la vecchia Alcatraz, San Quentin, persino Abu Ghraib di quanto conosciamo gli istituti italiani. Ma anche nei Paesi più vicini a noi qualcosa si muove. Nell’ultimo festival di Berlino la detenzione è diventata quasi un tormentone, è stato lo sfondo di film che vengono dall’Austria, dalla Danimarca, dalla Norvegia, dalla Romania. In Italia no. Il carcere di casa nostra non fa audience. Un sacco di gente, di volontari si sbattono ogni giorno perché i due mondi, quello dentro e quello fuori, comunichino, perché le attività dei detenuti abbiano non solo dignità, ma anche significato. Sono sforzi silenziosi, come quelli dei giornalisti che fanno cronaca.

Episodi come quello di Stefano Cucchi, il ragazzo arrestato qualche mese fa a Roma e morto nel reparto detenuti dell’ospedale, fanno esplodere per pochi giorni immagini di luoghi e di vite che di solito sono spazzati sotto il tappeto, l’anima nera delle nostre coscienze che si vuole perdere di vista. Il tema politico dominante di questi tempi è come evitare il carcere, come costruire artifici giuridici per far sì che le azioni criminose non abbiano nessuna conseguenza per certe categorie di persone.

Con la colpa si può viverci benissimo, magari risciacquandola all’estero, è la pena, qualsiasi tipo di pena, a essere inaccettabile. Chi per sfiga dentro ci finisce, o va tirato fuori subito, altrimenti peggio per lui. Io credo che molti italiani, molti ragazzi oggi un carcere non abbiano idea di come sia fatto, di cosa si faccia dentro. Sono sicuro che se chiudono gli occhi riescono a immaginare le brande di un campo di concentramento tanto le hanno viste al cinema, non credo che col pensiero riescano a immaginare una cella, una giornata nel carcere di Opera o a Rebibbia. Perché in Italia nelle storie del cinema, forse anche nei libri, il mondo carcerario è quasi scomparso. L’ultima storia che viene in mente a tutti è Mery per sempre che è del 1989 e non descrive neppure un carcere vero ma un riformatorio.

Eccezioni ci sono, basta pensare a una pellicola dello scorso anno, quel Tutta colpa di Giuda di Davide Ferrario che ha fatto un lavoro interessante su una Casa circondariale di Torino, ma il carcere nostrano rimane un ospite scomodo nell’immaginario collettivo. Non so perché. Con Gomorra, con Il Divo il nostro cinema ha dimostrato di avere senso civico, e allora perché le storie fanno oggi fatica ad abitare il carcere? Quei film raccontavano cose vicinissime, che condizionano ancora adesso le nostre vite, ma in qualche modo cose che possiamo fingere di sentire lontane. Casal di Principe è lontana nello spazio e gli anni di Andreotti sono lontani nel tempo, i carceri invece li abbiamo a poche centinaia di metri, sono una parte sommersa delle nostre vite. Una parte di cui non si va fieri, una parte che nella marcetta trionfante di quest’Italia non fa tendenza per niente.

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