Oppio dei Popoli di Bruno Ballardini

Posted by redazione on Sunday Mar 7, 2010 Under Scritti

Promesse, promesse

Torna il grande festival delle elezioni: la nostra politica rischia la bancarotta per il suo indebitamento di promesse da mantenere

ballardini-marzoVignetta di Maurizio Minoggio

Inutile minimizzare, il mondo è in crisi. Questa volta si tratta forse della più grande crisi mai occorsa da secoli perché è globale e perché è basata sul debito. Un indebitamento globale di tutti con tutti. Stavo per scrivere “il capitalismo è in crisi”, ma mi sono fermato in tempo: il debito coinvolge non solo i Paesi del capitalismo, ma anche quelli dell’ex area comunista e il terzo mondo che viene trascinato a sua volta nel baratro da entrambi. Dunque, il mondo.

E da cosa viene originato tutto questo debito?
Da un eccesso di promesse, è ovvio. Perché ogni promessa è debito. Tutto inizia quando qualcuno ha un bisogno e lo comunica. Il fatto che lo comunichi significa che non è in grado di soddisfarlo autonomamente e si rivolge agli altri per chiedere aiuto. Quindi, direttamente o indirettamente, esprime un desiderio. Ma sta tutto qui l’inghippo, perché il bisogno è un fatto reale e concreto mentre il desiderio è solo la sua espressione psicologica. Le due cose non coincidono affatto e spesso non sono nemmeno collegate. Lo dimostra il sistema della moda e quello della pubblicità, che fanno desiderare il più delle volte cose di cui non abbiamo affatto bisogno.

Così, uno ha bisogno di coprirsi ma chissà perché desidera proprio quella giacca di Armani. E magari era in cassa integrazione. Qualcuno gli aveva fatto credere che anche per lui c’era una possibilità di possedere quell’oggetto soddisfacendo sia il desiderio sia il bisogno. Le promesse hanno qualcosa in comune con i desideri: vengono formulati entrambi attraverso il linguaggio. Sono soltanto parole.* Viviamo in una società in cui i desideri vengono alimentati da promesse fatte in anticipo, e poi gestiti e soddisfatti da altre promesse.

In definitiva, le promesse sono un dispositivo inventato per spostare nel tempo la risposta. Questo slittamento, questo ritardo nel soddisfare le domande, crea debito. Debito che, venendo a sua volta spostato in avanti e “rifinanziato” con nuove promesse, porta a un indebitamento etico, politico, culturale, psicologico, totale ed esponenziale.

L’esempio più evidente è dato dalla politica italiana. Dal dopoguerra a oggi, questo Paese sembra costantemente impegnato in una infinita, interminabile, assemblea di condominio in cui, a cadenze regolari, viene chiesto ai condomini di votare per il rinnovo dell’amministrazione. E gli amministratori lo fanno organizzando una specie di festival. Il festival delle promesse. Si esibiscono per settimane sui manifesti e in televisione, e alla fine vince chi recita meglio le solite promesse di sempre. Chi le ha rese più credibili.

Come in tutti i festival, c’è anche una sezione “giovani” dove sono ammesse le nuove promesse. Ma siamo in un Paese conservatore e le nuove promesse hanno ben poco credito. Oltre a valere poco, come a Sanremo. Tanto lo sanno tutti che non importa che cosa si promette in sede di campagna elettorale. Perché agli italiani, fondamentalmente, non gliene frega niente che le promesse vengano mantenute. A loro piace l’arte per l’arte, vanno matti per le infinite variazioni sul tema che i maestri della promessa politica creano per catturare l’attenzione e ottenere consenso. Amano essere corteggiati da chi di volta in volta si trova al governo, ma senza pretendere che costui governi. Come diceva Mussolini, “governare gli italiani non è difficile, è inutile”. La politica gioca sui nostri desideri facendoci credere di voler soddisfare i nostri bisogni. Tanto promettere non costa nulla.

*Ugo Volli, in Figure del desiderio. Corpo, testo, mancanza, Raffaello Cortina Editore, Milano

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