Il bambino Enaiatollah Akbari

gedamaggioIllustrazione di Sergio Ponchione

“Posso parlarti di quando i talebani hanno chiuso la scuola, Fabio?”. “Nel mare ci sono i coccodrilli”.  Storia vera di Enaiatollah Akbari e del suo incredibile viaggio

Un pomeriggio piovoso di alcuni anni fa, ho dato un passaggio a un ragazzino romeno. Ero andato a prendere Luca, un piccolo ospite della comunità alloggio presso la quale lavoravo, alla fine del suo allenamento di calcio, e il ragazzino romeno in questione era un suo compagno di squadra. Disse di abitare fuori Torino e che uno strappo fino al capolinea dell’autobus era più che sufficiente. Risposi che non c’era problema, e salì sul furgone. Ora, sarà stato perché lui, quel giorno, aveva voglia di chiacchierare, o perché io ero particolarmente ben disposto, non saprei dirlo, fatto sta che cominciò a raccontarmi la sua vita, così, dal nulla, senza che io gli facessi una sola domanda. Disse di essere arrivato in Italia come clandestino, con suo padre. Che suo padre, poco tempo dopo il loro arrivo, era stato preso e chiuso in un Centro di permanenza temporanea e, alla fine, rimpatriato. Disse che alla polizia, suo padre, non aveva detto di avere un figlio con sé, e che quindi, di fatto, lo aveva abbandonato in Italia. Da allora, era ospite di una casa-famiglia. Poco prima che scendesse, ricordo di avere ancora avuto il tempo di chiedergli cosa stava facendo, e che cosa avrebbe fatto in futuro, o voluto fare. Ricordo perfettamente la sua risposta. Ricordo le pause e le parole. Disse: “Se mio padre mi ha lasciato qui, un motivo ci sarà. E questo motivo, secondo me, è la scuola. Lui mi ha sempre detto che per me era meglio studiare in Italia che studiare da noi, in Romania. Quindi, io per ora resto qua, e studio. Ma appena ho finito, scappo e vado a cercarlo”.

Diversi anni dopo, presentando un libro nato da quell’incontro – e quindi possiamo dire: grazie a quell’incontro – ho conosciuto Enaiatollah Akbari. Era una serata estiva, piacevole e profumata. La presentazione era organizzata presso il Centro Interculturale di Torino e a fare da controcanto alla storia di Emil, ragazzino romeno che viaggia per l’Europa alla ricerca del padre, era stato chiamato questo adolescente afghano di circa diciassette anni. Ricordo che, prima che cominciasse a parlare, la sala era percorsa dal tipico brusio dei luoghi affollati, quando molti dei convenuti si conoscono e quindi approfittano dell’occasione per aggiornarsi, scambiarsi aneddoti o quant’altro. Fatto sta che appena la voce calma e tranquilla di Enaiatollah, in un italiano pulito, ma a tratti imprevedibile, con scarti leggeri e improvvisi, ha cominciato a narrare la propria storia, nella sala è calato un silenzio intenso. Non era quello che stava raccontando (quanti ragazzi hanno storie simili, se solo trovassero un orecchio in grado di ascoltarle) e nemmeno la sua capacità narrativa (gli avvenimenti erano pieni di curve, buche e digressioni improvvise), ma era lo sguardo sereno e ironico – direi auto-ironico – con il quale colorava quegli avvenimenti drammatici, che era incredibile. Restammo tutti sbalorditi.

I parallelismi possibili tra Emil, bambino romeno, e Enaiatollah, bambino afghano, sarebbero molti. Ma ce n’è uno in particolare che mi interessa. Entrambi, a un certo punto, parlano della scuola e lo fanno in un modo che, nella mia esperienza, è estraneo a gran parte dei ragazzi che conosco.

“Se mio padre mi ha lasciato qui, un motivo ci sarà” dice Emil.” E questo motivo, secondo me, è la scuola. Ha sempre detto che per me era meglio studiare in Italia che studiare da noi, in Romania. Quindi, io per ora resto qua, e studio”. Sic! Ed Enaiatollah, un giorno, lavorando al libro nel quale raccontiamo la sua storia, Nel mare ci sono i coccodrilli, mi dice: “Posso parlarti di quando i talebani hanno chiuso la scuola, Fabio?” Io dico: “Certo”. E lui racconta quanto segue:

“Non ero granché attento quella mattina. Ascoltavo il maestro con un orecchio e con l’altro davo retta ai miei pensieri sul torneo di Buzul-bazi che avevamo organizzato per il pomeriggio. Il maestro parlava di numeri e ci stava insegnando a contare, quando abbiamo sentito una moto che girava attorno alla scuola come per cercare l’entrata, anche se non era molto difficile da trovare. Il motore si è spento. Sulla porta è apparso un talebano enorme, con quella barba lunga che hanno loro, e che invece noi hazara non possiamo avere perché siamo tipo i cinesi o i giapponesi, che hanno pochi peli in faccia. Il talebano, con il fucile, è entrato in classe e ha detto ad alta voce che bisognava chiudere la scuola, punto. Il maestro ha chiesto perché. Lui ha risposto: ‘È stato il mio capo a deciderlo, dovete ubbidire’. E se n’è andato senza aspettare una risposta o dare altre spiegazioni. Il maestro non ha aggiunto nulla, è rimasto immobile, ha atteso di sentire il rumore del motore che spariva lontano e ha ripreso a spiegare matematica dal punto esatto in cui si era interrotto, con la stessa voce tranquilla e il sorriso timido. Perché il mio maestro era anche una persona un po’ timida, non alzava mai la voce e quando sgridava sembrava spiacesse più a lui che a te.
“Il giorno dopo il talebano è tornato, lo stesso, con la stessa moto. Ha visto che noi eravamo in classe, con il maestro che faceva lezione. È entrato e ha chiesto al maestro: ‘Perché non avete chiuso la scuola?’.
“‘Perché non c’è motivo di farlo’.
“‘Il motivo è che lo ha deciso il mullah Omar’.
“‘Non è un buon motivo’.
“‘Tu stai bestemmiando. Il mullah Omar dice di chiudere le scuole hazara’.
“‘E dove andranno a scuola i nostri ragazzi?’
“‘Non ci andranno. La scuola non è fatta per gli hazara’.
“‘Questa scuola sì’.
“‘Questa scuola va contro il volere di Dio’.
“‘Questa scuola va contro il vostro, di volere’.
“‘Voi insegnate cose che Dio non vuole siano insegnate. Menzogne. Cose che contraddicono la sua parola’.
“‘Insegniamo ai ragazzi a essere delle brave persone’.
“‘Cosa significa essere delle brave persone?’.
“‘Sediamoci. Ne parliamo’.
“‘Non serve. Te lo dico io. Essere una brava persona significa servire Dio. Noi sappiamo cosa vuole Dio dagli uomini, e come servirlo. Voi no’.
“‘Insegniamo anche l’umiltà, qui’.
“Il talebano è passato tra di noi, respirando forte com’era capitato a me una volta che mi ero infilato una pietruzza nel naso e non riuscivo più a toglierla. Senza aggiungere altro, è uscito ed è risalito in sella alla moto.
“La terza mattina, dopo quel giorno, era una mattina d’autunno, di quelle con il sole ancora caldo che la prima neve sciolta nel vento non riesce a raffreddare, ma solo a insaporire; una giornata perfetta per far volare gli aquiloni. Stavamo ripetendo una poesia in lingua hazaragi, un dialetto persiano, per prepararci al sherjangi, la battaglia dei versi, quando sono arrivate due jeep piene di talebani. Siamo corsi alle finestre per vederli. Tutti i bambini della scuola si sono affacciati, anche se avevano paura, perché la paura è attraente, quando non sai riconoscerla. Sono scesi dalle jeep venti, forse trenta talebani armati. Sono scesi e lo stesso uomo dei giorni precedenti è entrato in classe e ha detto al maestro: ‘Ti abbiamo detto di chiudere la scuola. Tu non hai ascoltato. Ora saremo noi a insegnare qualcosa’.
“L’edificio scolastico era spazioso e noi eravamo tanti, forse più di duecento. Per costruirlo, anni prima, ogni genitore aveva dato diverse giornate di lavoro, ognuno per come poteva, per fare il tetto o per chiudere le finestre in modo che il vento non entrasse e si potesse fare lezione anche d’inverno, ma in realtà contro il vento non si era mai riusciti a fare granché: li strappava sempre, i teloni che usavamo. La scuola aveva diverse classi, e c’era anche un preside.
I talebani hanno fatto uscire tutti, bambini e adulti. Ci hanno ordinato di metterci in cerchio, nel cortile, i bambini davanti, perché eravamo più bassi, e gli adulti dietro. Poi, al centro del cerchio hanno fatto andare il maestro e il preside. Il preside stringeva la stoffa della giacca come per stracciarla, e piangeva e si voltava a destra e a sinistra in cerca di qualcosa che non trovava. Il maestro, invece, era silenzioso come suo solito, le braccia lungo i fianchi e gli occhi aperti, ma rivolti dentro se stesso, lui che, ricordo, aveva dei begli occhi che dispensavano bene tutt’intorno.
” ‘Ba omidi didar ragazzi’, ha detto. Arrivederci.
“Gli hanno sparato. Davanti a tutti”.
A quel punto Enaiatollah fa una pausa. Mi guarda serio. Gli chiedo: “E poi?”. Lui accavalla le gambe, lentamente, dice: “Da quel giorno la scuola è stata chiusa. Ma la vita, senza scuola, è come la cenere”.

2 comments

  1. Teresa D'Oronzio

    libro stupendo l’ho letto e riletto tantissime volte. ho imparato molto da Ena questo passaggio del libro sulla scuola ha lasciato traccia nel mio cuore come hanno lasciato traccia moltissimi altri episodi.

  2. jane Savoie

    Sì, devo concordare con il commento di cui sopra, questo è davvero un libro meraviglioso, i miei figli è piaciuto molto, la ringrazio per questo,

    Jane

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