Chissà nel federalismo
Le ideologie sono tramontate? Non tutte. Un novello Gaber potrebbe aggiornare “Chissà nel socialismo” e raccontare che il federalismo in arrivo entro il 30 giugno 2010 ci renderà tutti più giusti e più sani.
Testo di MARCO ESPOSITO. Vignette di MAURIZIO MINOGGIO
Scegliere un lavoro è il mio problema, ma è colpa del sistema, la mia immobilità…” cantava Giorgio Gaber per poi concludere ironico: “Chissà nel socialismo… che lavori!”. Sembra mille anni fa e in effetti di tempo ne è passato: Chissà nel socialismo è una canzone del 1978. Altra epoca, altre ideologie. Poi le ideologie sono cadute, tutte tranne una: il federalismo. In Italia si pagano troppe tasse? L’amministrazione pubblica si inceppa? La sanità spreca soldi? “Chissà nel federalismo…”
Il federalismo fiscale, di per sé, è un tema di una noia mortale, tale da appesantire la palpebra persino ai dottori commercialisti. Eppure, condito del sale e delle passioni che accompagnano ogni ideologia, in nome di tecnicismi come il federalismo demaniale o quello fiscale “orizzontale” e “verticale” si sono in questi mesi combattute battaglie e raggiunte intese in Italia impensabili. Addirittura si è visto in Parlamento Di Pietro votare come Berlusconi e Bossi e ormai la data-chiave del 30 giugno 2010 per l’approvazione dei decreti delegati è alle porte.
Le ideologie hanno il pregio di accendere i cuori ma tendono a ottenebrare i cervelli. E così persino un professore serio e competente come Luca Ricolfi quando ha scritto il suo “saggio sulla giustizia territoriale” lo ha titolato brutalmente Il sacco del Nord accusando i meridionali di depredare la parte più ricca del Paese. Sacco consentito, si sottintende, dall’Italia centralista e però… chissà con il federalismo. Una ruberia che ha portato scarsi risultati, evidentemente, visto che (lo si vede in una tabella del libro) 150 anni fa il divario Nord-Sud era inesistente e adesso è abissale.
Per capire come si possano piegare i fatti alle passioni sono sufficienti due esempi. Il primo: Ricolfi giudica un “trucco” dei meridionalisti accusare società come le Fs di effettuare investimenti più al Nord che al Sud perché le Ferrovie dello Stato sono una società per azioni e quindi tecnicamente non sono lo Stato. Vero, ma se le Fs – controllate al 100% dallo Stato – al Sud vanno peggio con chi bisogna prendersela?

Secondo esempio: Ricolfi ammette che il potere di acquisto nel Sud Italia sia più basso (2mila euro in meno a testa), concede che i servizi pubblici garantiti ai meridionali abbiano minore valore (altri mille euro in meno a testa) per un totale di 3mila euro; tuttavia scopre – uovo di Colombo – che, a causa della disoccupazione elevata, nel Sud c’è più tempo libero. Da qui il colpo di scena: assegnando un valore di 6,30 euro per ogni ora libera, il cittadino del Sud ha in media 7.000 euro in più di ricchezza da non-lavoro. Letterale dal testo: “Conclusione: il divario c’è, ma è a favore del Sud”.
Che dire? È di tutta evidenza che il tempo libero ha un valore per chi lavora, ma non per chi non lavora. Esiste persino una teoria economica, vecchia di trecento anni e mai contestata, che parla della “utilità marginale decrescente”. Applicata al tempo libero vuol dire che chi perde il posto il primo giorno si rende utile a casa con qualche lavoretto, il secondo giorno gioca a carte con gli amici al bar e il decimo giorno, se non ha animo saldo, medita il suicidio. Se una mente lucida come Ricolfi dimentica le nozioni di base dell’economia e assegna 6,30 euro fissi a tutte le ore del disoccupato, figurarsi cosa può accadere in cervelli già piuttosto eccitati.
La prova del nove c’è sui costi del federalismo fiscale. Qui la confusione è massima. Chi teme la svolta federalista fa conteggi privi di ogni senso: per esempio se la scuola va trasferita dal centro alla periferia e la scuola costa oggi 40 miliardi si sostiene che il federalismo costerà 40 miliardi. Ciò sarebbe vero se gli insegnanti attuali continuassero a lavorare per lo Stato e le Regioni dovessero assumerne altrettanti mentre è di tutta evidenza che non sarà così. Tuttavia sostenere che spostare il centro di spesa verso la periferia abbia un costo zero è (quasi) altrettanto errato. Perché? Lo dimostra la legge stessa sul federalismo fiscale, nel passaggio in cui prevede un finanziamento aggiuntivo per le regioni piccole. Più spezzetti una funzione, infatti, più il costo unitario sale. Non a caso il peso dei servizi pubblici per abitante è più alto in Liguria che in Piemonte, più in Umbria che in Toscana, più in Basilicata che in Puglia. Anche questa è una legge economica antichissima e spiega perché banche, case automobilistiche, catene di supermercati, aziende farmaceutiche e così via tendano ad accorparsi per realizzare economie di scala. Spezzettare e creare tanti piccoli sistemi fiscali ha inoltre un costo di gestione per chi nella sua attività ha un raggio d’azione superiore a quello del singolo comune. Tutto lavoro per i tributaristi, certo, ma i tributaristi andranno pur remunerati.
Ci sono poi affermazioni date per certe, come il fatto che al Sud si possano tagliare gli stanziamenti perché tanto la vita costa meno. La Banca d’Italia ha addirittura fornito la cifra: il 16,5% in meno. E se lo dice la massima istituzione economica del Paese sarà giusto. Poi si scopre che la Banca d’Italia ha ignorato una ricerca della Nielsen dal titolo “Fare la spesa al supermercato? Al Sud costa di più” e che per l’istituto guidato da Mario Draghi buona parte del divario è dovuto al diverso valore delle case di proprietà. Il meccanismo funziona così: si chiede a una famiglia milanese e a una palermitana che vivono in una casa di proprietà quanto pagherebbero di affitto. La famiglia milanese in media dà un valore più alto (il valore di una casa è legato alla qualità dei servizi della zona) per cui si sostiene che la famiglia milanese “paga” di più per vivere nella propria casa, mentre in realtà non spende nulla ed è solo più ricca.
Ma il vero mito del “chissà nel federalismo” è che la riforma consentirà di controllare gli sprechi perché se si avvicinano ai cittadini gli enti che decidono la spesa ci sarà una maggiore vigilanza democratica. E quando si parla di sprechi si punta il dito sulla sanità. La quale però è federale da tempo immemore, regionalizzata addirittura nel 1978. Sì, proprio l’anno di Chissà nel socialismo.
I cittadini, peraltro, non sempre possono cacciare gli amministratori che sbagliano. Per esempio in Campania – una delle regioni commissariate proprio per il deficit sanitario – la giunta di centrosinistra di Bassolino ha registrato lo scorso marzo una sonora sconfitta. Solo che la sanità locale era gestita non da Bassolino bensì dagli uomini scelti da Ciriaco De Mita, il quale alle ultime elezioni era schierato con il centrodestra e adesso è tra i vincitori e ha collocato alla vicepresidenza della Giunta regionale il nipote Giuseppe, allevato alla politica sin da piccolo.
A proposito: chi volesse ascoltare Chissà nel socialismo lo trova nell’album Polli di allevamento. Da non confondere con i “Polli di Renzo”. O con quel Bossi Renzo, che pure è uno dei più riusciti prodotti d’allevamento. Gaber non poteva immaginare anche questo.
(Da Linus giugno 2010. © Tutti i diritti riservati. Riproduzione vietata)





