LinusMondiale. FEBBRE 2010
Ke nako. È giunta l’ora, come dicono in Sudafrica. Il mondiale di calcio è qua. Proviamo a mescolare Pepe Carvalho, Garage Olimpo, l’omicidio Terreblanche, Clint Eastwood e una misteriosa ala destra. Ma si potrebbe metterci qualsiasi altra cosa, perché, si sa, i mondiali sono così: si prendono tutto.
Testo di GIORGIO SCIANNA illustrazione di ALE+ALE
Il calcio è l’ultima rappresentazione sacra del nostro tempo. È rito nel fondo, anche se è evasione. Mentre altre rappresentazioni sacre, persino la messa, sono in declino, il calcio è l’unica rimastaci. Il calcio è lo spettacolo che ha sostituito il teatro.
Chi l’ha detto? Indizio: era una fantasiosa ala destra. Era uno che nella vita faceva tutt’altro, ma che al calcio finiva per tornarci sempre. “Il calcio si sta trasformando in una religione sostitutiva di tipo laico, con la sua ritualità, i suoi simboli, le sue cattedrali, le sue sette”. Questo lo diceva Manuel Vázquez Montalbán, lo scrittore che a Barcellona ha creato il detective- gourmet Pepe Carvalho e che tra l’altro ha scritto il romanzo Il centravanti è stato assassinato verso sera. E se sono in due a dirlo la religione deve c’entrarci davvero qualcosa col calcio. Di certo di fedeli ne ha un sacco. Calcio e religione. Calcio e letteratura. Calcio e noir. Calcio e giornalismo. Calcio e politica. Il calcio è un mito che si può declinare in mille modi. Adesso però… calcio e Sudafrica. Mito più mito. Impossibile dire cosa succederà questa volta, di cosa si finirà per parlare davvero.
Il Sudafrica è un paese di media importanza economica, di medie dimensioni, di storia recente, piantato nel mezzo del lontano emisfero australe. Eppure lo conosciamo da sempre, non solo per l’apartheid, non solo per il vino. Lo conosciamo dalla cronaca, dai libri. È un Paese molto raccontato, uno di quei Paesi fortunati dove i suoi scrittori sono riusciti a imporsi al mondo raccontando la loro terra. Basta pensare ai suoi romanzieri, anzi solo ai suoi Nobel: J.M Coetzee, Nadine Gordimer, Doris Lessing (anche se lei è più vicina allo Zimbawe).
Quanto sia mito questo Paese, quanto riesca a trasformare in mito qualsiasi cosa tocchi lo abbiamo visto a febbraio. In tutto il mondo le prime pagine dei giornali, le scuole, i telegiornali hanno parlato di una partita di rugby di quindici anni fa. Il rugby. Un gioco di cui mezzo mondo non capisce le regole. Eppure tutti, giustamente, a parlare di Invictus, il film di Clint Eastwood che ha spaccato e ha mandato in mondovisione la storia degli Springboks, i ragazzi della nazionale di rugby, di come loro, insieme a Mandela, siano riusciti a vincere i mondiali, e per la prima volta a unire i neri e gli afrikaaner, almeno nel tifo. Mito. Nient’altro.
L’incontro tra calcio e Storia c’è sempre stato. A volte glorioso. A volte sordido. A tanti è rimasto addosso il film di Marco Bechis Garage Olimpo. Racconta un altro mondiale di calcio, quello del 1978 in Argentina, quello che l’Argentina ha vinto. Finale Argentina-Olanda. 3-1. Goal di Kempes, Nanninga, Bertoni. Ma la storia di Garage Olimpo non è quella del trionfo argentino, di un campionato voluto a tutti i costi dalla Giunta militare per sbattere in faccia al mondo la sua maschera sorridente, la storia è quella delle torture e dei desaparecidos. La scena più sconvolgente, che rimane addosso appunto, è quella delle scariche elettriche sulla parti delicate del corpo, mentre in sottofondo, lontano, si sentono le telecronache delle partite dei mondiali.
Fa un po’ schifo pensare a queste cose, anche perché, tornando alla religione, il mondo è rotondo perché Dio è tifoso di calcio. Lo dice Eduardo Galeano che di calcio ha diritto di parlare, perché è un scrittore che lo ha capito davvero questo gioco. “Come tutti gli uruguagi, avrei voluto essere un calciatore. Giocavo benissimo, ero un fenomeno, ma soltanto di notte mentre dormivo; durante il giorno ero il peggiore scarpone che sia comparso nei campetti del mio paese”.
È sempre lui che ci invita a non fidarci dell’enfasi retorica intorno al pallone, e dei dittatori quando vogliono illustrare, con la complicità di un Mundial, il finto benessere del loro Paese. Galeano torna sulla Coppa del mondo in Argentina, nel tempo di Videla e delle mamme di piazza di Maggio: “Parteciparono dieci Paesi europei, quattro americani, Iran e Tunisia. Il Papa inviò la sua benedizione. Al suono di una marcia militare, il generale Videla decorò Havelange durante la cerimonia di inaugurazione nello stadio Monumental di Buenos Aires. A pochi passi da lì era in pieno funzionamento la Auschwitz argentina, il centro di tortura e di sterminio della Scuola di meccanica dell’esercito. E alcuni chilometri più in là, gli aerei lanciavano i prigionieri vivi in fondo al mare”. Detto come lo dice lui fa ancora più impressione. Ma questa volta siamo in Africa. È un’altra storia. Il calcio africano lo amiamo tutti. Dalla prima coppa d’Africa per Nazioni del 1957 a quando la Tunisia strapazzò il Messico 3 a 1 in Argentina.
Purtroppo forse saranno i mondiali più blindati della storia. Pare che ci siano oltre 100.000 poliziotti a vigilare sul torneo, perché il Sudafrica ha grossi problemi sociali, con una disoccupazione del 24%, e ha grosse questioni di sicurezza ancora aperte, perché alcune città, come Johannesburg, restano pericolose. Il recente assassinio del leader estremista bianco Eugene Terreblanche non l’ha dimenticato nessuno. Il calcio è uno sport per neri. I mondiali vadano a farsi fottere. Sono le scritte che compaiono da queste parti. Eppure il Sudafrica sa di non poter fallire. Lo stadio tra la Table Mountain e l’oceano, la sua erba perfetta, i suoi settantamila posti sono lì per far vedere al mondo quanto questo sia un Paese moderno. Lo spettro dei posti vuoti si aggira da queste parti, il timore di non riuscire a ripetere il miracolo di coesione tifosa vissuto con gli Springboks anche. Eppure c’è mezzo mondo che vorrebbe essere lì, una sbirciatina ai voli low cost di giugno hanno provato a darla tutti e c’è da giurarci che la febbre per la finale, come è sempre stato, crescerà di giorno in giorno. Non possono toglierci anche questa certezza. La finale con le strade vuote, la gente in casa con le pizze e gli snob che vanno al cinema a vedere l’ultimo film di Cannes facendo incazzare le maschere che vorrebbero vederle loro le partite.
Ma adesso basta. Tappeto verde e fischio di inizio. Un’ultima cosa. Dato che quando si parla di religione va di moda parlare di segreti, voglio chiudere rivelando per una volta anch’io un grande segreto. Il mistero dell’immortalità del gioco del calcio. Ma, alla fine, non deve essere poi un gran mistero, almeno Galeano la fa facile: “Per quanto i tecnocrati lo programmino perfino nei minimi dettagli, per quanto i potenti lo manipolino, il calcio continua a voler essere l’arte dell’imprevisto. Dove meno te l’aspetti salta fuori l’impossibile, il nano impartisce una lezione al gigante, un nero allampanato e sbilenco fa diventare scemo l’atleta scolpito in Grecia”. Se è così Dio c’entra davvero. Buona partita a tutti.
PS A proposito. La frase all’inizio, quella che dice che il calcio è l’ultima cosa sacra, è di Pier Paolo Pasolini.
(Da Linus giugno 2010. © Tutti i diritti riservati. Riproduzione vietata)






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