Scribi, profeti e selvaggi digitali
Di Bruno Ballardini. Vignetta di Maurizio Minoggio.
È la seconda volta dall’epoca di Mosè che delle tavolette provano a dettare legge. Sarà questa la volta buona?
I computer sono morti, evviva i computer. L’ha dichiarato Steve Jobs, e se lo dice lui non occorre fare un atto di fede per credergli. Le sue profezie si sono sempre avverate (facile: era sempre lui a decidere). La prima volta, quando ha detto che erano morti i floppy disk c’era perfino qualcuno che si era messo a ridere. Ma quello a cui stiamo per assistere è un altro passaggio epocale nella storia della comunicazione: il primo era stato il passaggio dalla comunicazione orale a quella scritta, e adesso sarà da quella scritta a quella digitale (nel senso che si digita a colpi di vere e proprie ditate su touch screen). Finita la lunga e oscura epoca di mezzo in cui a dettare legge era quello strano connubio fra una macchina da scrivere e un televisore che era il computer, si apre l’era della tavoletta. Niente tastiera, solo un trionfo di trompe-l’oeil per simulare pulsanti virtuali, periferiche virtuali, profondità di campo e forse anche di pensiero rigorosamente virtuali. Ma è qui il problema. Con la scrittura abbiamo realizzato capolavori eterni, di una profondità reale, tangibile. Con l’iPad non si scrive quasi più, ma si lavora direttamente col pensiero. E quanto sarà profondo questo pensiero? E, soprattutto, sarà profondo realmente o virtualmente? Perché non dipende soltanto dal mezzo, dipende da quanto vogliamo lasciarci abbindolare dalle estensioni della nostra intelligenza che noi stessi creiamo. Ed eventualmente da quanto siamo rimasti stupidi.

Nell’antichità, i messaggi che si materializzavano dai segni scolpiti sulla pietra nella mente di chi li leggeva riempivano di stupore gli animi delle persone semplici, e gli scribi che operavano questo prodigio erano visti come depositari di straordinari poteri magici poiché erano in grado di “far parlare le pietre”. Le tavole che Jahvè consegnò a Mosè resero ancora più autorevole la parola scritta, perché non solo era scolpita nella pietra ma addirittura era la parola di Dio. La tavoletta che Steve Jobs sta consegnando ai primitivi di oggi è ancora più pericolosa: che effetto farà ai selvaggi moderni vedere materializzarsi il loro stesso pensiero da una tavoletta? Rimarranno allocchiti per la seconda volta oppure si accorgeranno che non è la parola di Dio? Come ricorda Walter Ong, la scrittura ha trasformato la mente umana più di qualsiasi altra invenzione: “Molti si sorprendono quando vengono a sapere che quasi le stesse obiezioni che oggi sono comunemente rivolte ai computer venivano mosse alla scrittura da Platone, nel Fedro (274-7) e nella Settima lettera. La scrittura, Platone fa dire a Socrate nel Fedro, è disumana, poiché finge di ricreare al di fuori della mente ciò che in realtà può esistere solo al suo interno. La scrittura è una cosa, un prodotto manufatto. Lo stesso, naturalmente, viene detto dei computer. In secondo luogo, incalza il Socrate di Platone, la scrittura distrugge la memoria: chi se ne serve cesserà di ricordare, e dovrà contare su risorse esterne quando mancheranno quelle interiori”.* Dunque, se per Platone la scrittura indebolisce la mente, e così i computer, ci aspettiamo da un momento all’altro un filosofo moderno che si scagli contro l’iPad. Perché sta accadendo tutto molto rapidamente. Però a questa velocità non ci siamo accorti che mentre la tecnologia andava avanti noi siamo rimasti indietro, quasi fermi a uno stadio infantile. Sarà questo il senso del passaggio dal puntatore del mouse all’uso delle dita per puntare gli oggetti sullo schermo? Non farebbero così anche i bambini?
* Walter J. Ong, Oralità e scrittura, il Mulino, Bologna.
(Da Linus luglio 2010. © Tutti i diritti riservati. Riproduzione vietata)





