Il luogo del delitto di Giorgio Scianna

2011: Prontuario di Parole per l’uso

Tra ricorrenze nuove e parole vecchie incontro con il linguista Andrea Moro per mettere insieme un kit di sopravvivenza per comprendere cosa e come si può ancora “essere” nel nuovo anno

Illustrazione di ALE+ALE

Intanto non è un anno, ma un decennio quello che sta per iniziare. Quindi un’opera di pulizia e di riassetto dei cervelli deve essere fatta, almeno bisogna provarci. E bisogna partire dai cassetti. Dalle parole. Ogni tanto bisogna far ordine, conservare quello che serve e buttare via il resto, altrimenti le parole non tengono più. E quelle che si tengono bisogna registrarle, accordarle come i pianoforti. Per questo, per affrontare il nuovo anno, un linguista è più utile di un astrologo. Andrea Moro poi, studioso vicino a Noam Chomsky, che ha scritto un libro affascinante (Breve storia del verbo essere, Adelphi 2010), può forse illuminare le parole con un grimaldello potente, quello dell’essere.

Ci sono oggi una quantità importante di parole che non si capisce più cosa vogliano dire. Che ne so… essere pacifista, piuttosto che essere rivoluzionario o essere conservatore. Sono parole che se non vengono rimesse in asse rispetto ai tempi rischiano di restare scatole vuote, sarchiaponi o ga-bibbi dentro i quali ognuno mette ciò che vuole. Ma leggendo Moro ho capito, spero, una cosa più sottile e profonda rispetto a quella dell’usura delle parole. A tutte queste parole un significato si potrebbe anche riuscire a darlo. Con un po’ di appunti, ricordi, wikipedia, cos’è un pacifista si riuscirebbe ad abbozzarlo, così un rivoluzionario o un conservatore. Il segreto, la cosa più difficile da capire, sta invece nel verbo: cosa vuol dire oggi essere pacifista o rivoluzionario o conservatore.

Nell’analisi grammaticale il verbo essere fa generalmente parte di un predicato nominale, non di un predicato verbale. è un verbo, ma non è un verbo, perché piuttosto che inseguire un’azione preferisce accostarsi al mondo dei nomi, specificare, far vivere i nomi.

Nel suo studio Moro ha fatto qualcos’altro di molto più profondo, coprendo venticinque secoli di storia del pensiero e scavando tra i misteri filosofici di questo verbo fondante per l’uomo, ma forse può aiutarci in questo gioco dell’anno nuovo. Provare a capire cioè che cosa vuol dire essere un po’ di cose a cui ricorrenze, celebrazioni e conferme ci faranno pensare nel 2011 e più in là.

Giochiamo.
Beh, l’inizio più scontato: la celebrazione dei 150 anni d’Italia, una data fondamentale, ma della quale s’è parlato (giustamente) talmente tanto che l’idea che l’anno delle celebrazioni stia partendo solo adesso sembra incredibile. Che potranno dirci e farci vedere d’altro? Ma in un Paese dove tutto si reinventa ogni giorno e nulla cresce, anche il concetto di cittadinanza è qualcosa su cui si deve discutere e schierarsi.

essere italiano
In una lettera qualcuno scrisse: “l’Italia è solo un’espressione geografica”. Questo qualcuno era il conte Metternich che si rivolgeva al ministro degli Esteri britannico ed era il lontanissimo 1847. Sentendo certe pretese di oggi, vien da chiedersi se ben più di 150 anni dopo l’Italia è almeno un’espressione geografica. Consola il fatto che i confini non sono dettati dalla terra ma tracciati dalle persone che ci vivono sopra: dunque più che munirsi di filo spinato e tirar su nuovi muri, essere italiano oggi dovrebbe voler dire (ri)conoscere almeno con chi si abita per fare in modo di essere di più che un pezzo dell’atlante a forma di stivale.

Sono passati invece novant’anni anni giusti da quando il Partito comunista è nato in Italia, da quando il 21 gennaio del 1921 la prima sezione italiana è nata staccandosi dal Partito socialista. Per qualcuno è uno spettro che si aggira ancora dappertutto, per qualcun altro una bandiera in soffitta e la nostalgia del gusto unico della salamella.
essere comunista
Gli spettri servono: basta vedere quello che è capitato ad Amleto. Solo che come ha fatto lui non bisogna lasciarsi spaventare ma parlarci, capire cosa vogliono e come spesso capita nelle storie gotiche vedere se ci chiedono di essere lasciati finalmente in pace o se vogliono essere vendicati. Se non lo si fa il rischio è che ci contagino e alla fine gli spettri diventiamo noi. Quanto alla salamella, ormai il catering del Festival dell’Unità è lo stesso di quello della Lega, o quasi. Ah no, forse la polenta cambia.

Sono passati cento anni dalla prima Giornata internazionale della donna, almeno del suo sbarco in Europa: marzo 1911. 100. Un numero che fa impressione se lo si mette accanto a quelli di altre feste di lotta contro le discriminazioni. In qualche decennio i movimenti antirazzisti hanno avuto successi impensabili come le elezioni di Mandela e Obama. In dieci anni la vita pubblica dei gay ha svoltato in maniera irriconoscibile. I discorsi a favore invece dell’emancipazione delle donne assomigliano sinistramente molto a quelli che sentivo da bambino.
essere donna
Anch’io le sentivo da bambino e non capivo perché ci dovessero essere delle differenze, se non per il fatto che i più bravi a scuola erano sempre bambine. Poi, alle medie, mi son sentito dire che bisognava scrivere la ministra o la ministro se ci si riferiva a una donna perché il ministro era discriminatorio: vai tu a spiegare che maschile e femminile sono solo due metafore per rappresentare due opposti, come se lo sgabello fosse maschio e la sedia femmina e che si poteva anche usare altri elementi bipolari se non fosse che i più immediati per la nostra specie sono quelli legati al sesso. E intanto, attecchiva la ministra ma la minestra non cambiava: sempre poche donne sono primari, ministri (insisto), ordinari, direttori di banca e sempre molte, troppe donne sono blindate tra casa, figli e lavoro. Ma c’è anche un mistero o, forse, un complotto: se è vero che i gay (ma non solo loro) votano per i gay e che i neri (ma non solo loro) votano per i neri, perché le donne (almeno loro) non votano per le donne? Non sono la maggioranza demograficamente parlando? Dimenticavo: com’è che cazzata è una cosa brutta e stupida e figata una cosa bella e intelligente? Essere donna è facile solo nelle parolacce?

Nel 2011 ci sono anche i cent’anni dalla nascita di Reagan. E qui un bel chissenefrega non può mancare. Però gli Stati Uniti non è pensabile che cedano il passo così in fretta alla superpotenza cinese, quindi conviene tenerli ancora un po’ d’occhio. Tu, scientist al Mit di Boston, un po’ americano lo sei.
essere americano
Non si può non essere americani: era come non essere Romani nell’Atene dell’età imperiale. Mica l’abbiamo scelto noi. Però parlare di America è come parlare della cucina italiana, è diversissima: dipende da dove ti fermi ad assaggiare. C’è un’America che vorremmo non vedere: quella che ammazza per legge una psicopatica che ha commesso un reato, quella che ha inventato il parlare politicamente corretto e lascia 30 milioni di bambini senza assistenza sanitaria, quella dove siccome possono aver ragione tutti nessuno può sperare di aver ragione; ma c’è anche un’America dove se ti rimbocchi le maniche riesci a trovare un posto in università o dove per pagare le tasse non devi anche pagare qualcuno che ti spieghi come si fa. Per il resto, si parva licet, l’America è solo un’espressione geografica…

A proposito di istituzioni che non mostrano i segni del tempo, c’è la Chiesa. Con le questioni etiche che rimangono questioni negli anni, senza risolversi mai, la voce della Chiesa è destinata a non parlare mai solo ai fedeli, a non parlare mai solo di fede.
essere cattolico
Aspetta. Sei sicuro che si possa parlare solo di fede? Non è che per caso la fede investe tutto? Che ti costringe a vedere tutto in un modo speciale? Certamente su una cosa la tua domanda fa capire che aveva ragione quel prete milanese che diceva che “la Chiesa ha vergogna di Cristo”: di modelli etici ce ne sono tantissimi ma se si riduce il cristianesimo a un’etica è già morto. Ecco essere cristiano oggi vuol dire tra l’altro accorgersi di un fatto – il fatto che ne giustifica l’origine – e non accettare una lista di divieti (morali). Essere cristiano vuol dire partire da qui. Partire, non finire qui.

Scusa se chiudo con una domanda personale.
essere interista

Essere interista oggi? Per uno come me che si intende di calcio come una gallina di reattori nucleari (ma che fa il linguista) essere interista vuol dire esser certo che in italiano la possibilità di formare nuove parole con suffissi come –ista è ancora produttiva: futurista (a volte ritornano), escortista (perché no?), istista (barocco ma pertinente), ecc. E poi, ricordando il grande Giorgio Gaber, meglio interista che conformista. O no?

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