Fumetti di Michele R. Serra
Posy Simmonds
Tamara Drewe
Nottetempo, Roma
pagg. 136, euro 18,00
La doppia vita di Tamara
Le radici letterarie e i frutti cinematografici di Posy Simmonds
Sembrava roba detestabile, Tamara Drewe. Uno di quei libri che, a una prima occhiata, mi fanno accendere diverse spie di rossa diffidenza da qualche parte nel retro del cervello. Commedia sentimentale di amori e tradimenti in provincia, colori tenui, tratto gentilmente spezzato, lunghe didascalie quasi da racconto illustrato. Non è il mio genere, per quel poco che significa. Ancora più disturbante, il fatto che l’autrice usi una bassa tattica per compiacere il pubblico colto, quella che si riassume nella frase “i protagonisti del mio romanzo sono scrittori”. Tipico di chi vuole uscire dal ghetto ed entrare nel giro della Vera Letteratura. No?
Dunque. La vicenda di Tamara Drewe prende corpo in un piccolo paese della campagna inglese, rifugio di un gruppo di letterati. Una trama che si potrebbe definire prevedibile, visto che a idearla è Posy Simmonds. Anche riducendo all’osso il curriculum vitae di questa signora cento per cento inglese, originaria del Berkshire, non si può evitare di citare l’educazione parigina nella vivace (…) Sorbona dei Sessanta e l’altro romanzo grafico, Gemma Bovery, che dichiara sfacciatamente dal titolo l’ispirazione flaubertiana. Soprattutto, la sua serie Literary Life, pubblicata dal 2002 al 2005 sul Guardian: tavole settimanali in cui si prendeva gioco dell’universo umano e dell’apparato industriale che girano intorno ai libri. L’intero archivio è ancora disponibile sul sito del quotidiano inglese. Un godimento, se si sorvola sulle dimensioni microscopiche delle tavole: le mie preferite raccontano di processi decisionali nelle case editrici, schermaglie dialettiche tra scrittori, ciclo di vita del libro (dall’acquisto fiero all’esposizione nel salotto del proprietario, fino all’archiviazione di fianco al cesso).
Insomma, il profilo di Posy è quello dell’autrice perfetta per proporre assaggi di fumetto al palato raffinato di chi legge il dorso culturale del Guardian. In Tamara Drewe, i riferimenti letterari sono ben più di un pretesto, diventano trama pazientemente intessuta, una scia di indizi destinati a chi li sa cogliere. Portano dritti verso un nobile feuilleton inglese di fine Ottocento: Via dalla pazza folla di Thomas Hardy, autore riecheggiato anche nel cognome della coppia protagonista di Tamara Drewe, Beth e Nicholas Hardiman. Da Hardy, Posy Simmonds preleva “sei personaggi e parti della trama”, come dichiarato in alcune interviste. Anche la serialità è un punto di contatto: Via dalla pazza folla venne pubblicato sullo storico Cornhill Magazine – che ospitava anche Henry James e Arthur Conan Doyle – Tamara Drewe sul Guardian, una tavola alla settimana. La forma editoriale ha costretto la Simmonds a un notevole lavoro di pre-produzione, per cercare di coinvolgere anche il lettore occasionale. A questa esigenza probabilmente risponde la struttura narrativa, disseminata di riprese e piccoli cliff- hanger, tratti che sono stati attenuati nel corso della revisione preventiva alla pubblicazione in volume.
Dicevo della mia diffidenza, nei confronti di Tamara Drewe. Be’, l’ho superata. Posy Simmonds costruisce personaggi immediatamente riconoscibili come stereotipi, eppure veri, capaci di evolversi e di appassionare. L’empatia nei loro confronti e l’interesse per i loro destini sono meccanismi che scattano nella testa del lettore senza richiedere preventiva simpatia e immedesimazione. Bene. Certo, è evidente che la Simmonds abbia costruito il suo libro per farlo piacere a un pubblico più ampio possibile. Ma stavolta, non ce la prenderemo per questo. Non è materiale rivoluzionario, ma narrazione fluida, precisa, brillante. Fosse poco.
A proposito. Lo stratagemma narrativo più evidente è l’uso di lunghi testi scritti, che si prendono molto spazio fra una vignetta e l’altra: articoli, copertine di rotocalchi, e-mail, sms, lettere e manoscritti vari. Posy Simmonds sembra essersi divertita a compilare un catalogo delle modalità di divulgazione della parola scritta. Così, da una parte dichiara implicitamente che anche un semplice annuncio economico (come quello che apre il libro) può svelare la nostra persona al mondo: affermazione che contiene un monito – “Attenzione a ciò che scrivete!” – indirizzato in particolare a chi, con la scrittura, ci campa. Dall’altra, rende la sua opera perfettamente contemporanea. Ai tempi in cui studiavo all’università, era molto popolare la teoria della remediation formulata dagli studiosi americani Jay Bolter e Richard Grusin. Discorso relativamente complicato che, sperando non ci siano accademici in ascolto, mi permetto di riassumere grossolanamente così: appropriazione e reinvenzione del linguaggio proprio di un medium, all’interno di un altro. Qualcosa di simile all’operazione compiuta da Posy Simmonds, in fondo.
Resta fermo il fatto che queste sarebbero solo inutili pippe, se Tamara Drewe non fosse un gran divertimento. Il che ci porta all’ultimo, ineludibile argomento. Oggi parliamo dell’opera di Posy Simmonds – e la vediamo pubblicata in italiano – perché c’è il film. L’ha girato Stephen Frears, è ben confezionato, spassoso. E piuttosto fedele nell’adattamento della trama, a parte il finale edulcorato che ti fa rimanere lì a chiederti come mai. Comunque, bello. Vorrei sprecare qualche parola sul fatto che Tamara Drewe, la pellicola, fa parte di una nicchia ancora poco frequentata: adattamenti cinematografici (live-action) di fumetti non avventurosi e non supereroici. Finora, pochi titoli, nella lista, ma tutti da ricordare: Una storia violenta di David Cronenberg, Era mio padre di Sam Mendes, Ghost World di Terry Zwigoff, Quartieri lontani di Sam Garbarski. Ah, e American Splendor di Shari Springer Berman e Robert Pulcini (questo me l’ha ricordato Filippo Mazzarella. Grazie, io l’avevo cancellato: pensare che stravedo per le storie di Harvey Pekar). Ne consegue una significativa banalità: il cinema ha intercettato il recente fiorire del graphic novel – fenomeno che ha preso forma compiuta solo nell’ultimo decennio – e preso a sfruttare il materiale narrativo offerto, amplificandone la popolarità e contribuendo così alla nuova primavera, artistica e industriale, del fumetto.





