Casinò totale: E’ qui la festa? di Gianmarco Bachi

Vignetta di Bertolotti&De Pirro

Come si fa a festeggiare l’Unità nazionale con il terzo debito pubblico del mondo? Chi li compra i bicchieri? E i pasticcini? E i dischi? Per venire incontro alle ragioni di bilancio si è deciso di sacrificare altre feste e di riformare il 25 aprile

E’ una follia festeggiare in un Paese che ha il primo debito pubblico europeo e il terzo a livello mondiale…”.
“…Oh cazzo… l’ho detto…”
Ebbene sì. Quella voce dal sen fuggita che snocciola le magagne dei conti pubblici italiani non appartiene a una Camusso infervorata.
Quella voce scolpita nella pietra è quella del ministro Roberto Calderoli.
Uno che ha sempre parlato schietto. Pane al pane, grappa alla grappa.
Uno intelligente, preparato, serio, laureato con il massimo dei voti e che parla anche il burgundo madrelingua.

Come si fa a festeggiare l’Unità nazionale con il terzo debito pubblico del mondo? Chi li compra i bicchieri? E i pasticcini? E i dischi?
Buon argomento. Soprattutto se ti offre il destro per affossare un evento che non avresti mai celebrato in ogni caso, nemmeno con una balestra alla tempia, nemmeno se avessi avuto in tasca il Pil della Cina e tutti i tesori del Gran Khan.

Sì, perché festeggiare costa. Due miliardi di euro secondo Confindustria.
Bella cifra, non c’è dubbio. Qualche spicciolo in più del costo annuo della missione in Afghanistan. Ma vuoi mettere il quoziente patriottico di un La Russa in mimetica a Kabul rispetto a quei sepolcri imbiancati del Mazzini e del Cavour?

Roba da vecchia politica, tricolori da bocciofila buoni per Napolitano e qualche suo coetaneo.
Stanti tali presupposti è risultato più naturale convincere i membri del governo che Ruby è la nipote di Mubarak piuttosto che votarli tutti alla causa delle celebrazioni unitarie. Nel consiglio dei ministri a favore dei festeggiamenti hanno votato gli italiani.
Bossi e Calderoli invece hanno votato contro ribadendo che il 17 marzo andranno a caccia come in un qualsiasi giorno feriale.
Altro che sentimenti antiitaliani. Piuttosto una sana dimostrazione di pragmatismo lombardo. Perché, come ha chiarito La Russa, non ci sono fratture nella maggioranza. “Con la Lega c’è solo una diversità di opinioni”. E poco importa se la divergenza sia su dove finisca l’Italia e cominci l’Africa. La cultura non si mangia, figuriamoci la geografia.
Del resto anche il ministro Gelmini ha avanzato qualche riserva sull’opportunità di festeggiare.

E’ notorio che nel Risorgimento a scendere in piazza fu uno sparuto gruppo di radical chic cisalpini, mica le masse.
E poi, se proprio si vuole fare festa, le formule ci sono. La migliore l’ha trovata il ministro Sacconi, uomo all’apparenza un po’ dimesso, ma capace di assoluti lampi di genialità. “Si può festeggiare lavorando”. Ma certo! Come abbiamo fatto a non pensarci prima?
Festeggiare lavorando. In fondo basta trovare un lavoro ed è fatta. La perfetta quadratura del cerchio.
Peccato che a rompere le uova nel paniere ci sia sempre il solito Borghezio.
Lui sì che l’Unità d’Italia, pure gratis, non la manda giù. Quasi che lo scontrino fiscale lo abbia inventato Garibaldi.
“Per noi il 17 marzo sarà un giorno di lutto” ha dichiarato il gioviale europarlamentare, che quel giorno deporrà una corona di fiori sul feretro di Obelix e ricorderà le gesta di Gunruz II, indimenticato eroe dell’età del ferro che già nel XII secolo a.C. si oppose al pagamento del canone Rai.
Eppure Borghezio o non Borghezio la festa si farà. A targhe alterne, ma si farà.

Per venire incontro alle ragioni di bilancio si è deciso di sacrificare la festa delle Forze Armate. Ma per non far sentire la mancanza della tradizionale parata del 4 novembre si è scelto di schierare i carri armati in piazza fin dal 6 di aprile.
Calderoli non è però soddisfatto. Non contento di aver sforbiciato via anche l’annessione del Veneto al regno d’Italia ha dichiarato che, fosse per lui, abolirebbe pure il Primo maggio. Un progetto ambizioso che accarezza da tempo insieme all’abolizione dei noccioli dalle olive e alla cancellazione dei numeri romani dalle meridiane.
L’abolizione del Primo maggio avrebbe certo un valore di per sé, ma sarebbe soprattutto lo strumento per mettere sotto pressione il 25 aprile, ricorrenza che la maggioranza intende da tempo riformare.
Vediamo come.

Da sempre il ministro Bondi accarezza l’idea di una radicale revisione storica della Resistenza con il mito fondativo di una nuova Italia liberata dalle tre zie suore di Berlusconi. Le perplessità di Gianni Letta, che preme per una soluzione maggiormente condivisa, stanno spingendo i maggiorenti del partito a mediare su un’opzione aperta a più larghe convergenze: un’Italia liberata sì dalle zie suore di Berlusconi, ma anche dagli americani e da Don Lurio.
Allo studio anche un 25 aprile col doppio turno per decidere anno per anno chi abbia vinto tra i partigiani e i fascisti. Un meccanismo elettorale confacente alle istanze di rinnovamento e che renderebbe meno rituale e prevedibile la festa della Liberazione.
Più pragmatica la bozza La Russa che propone invece un sistema alla tedesca con schiacciante vittoria delle forze dell’Asse e poi tutti in sidecar a festeggiare al confine con la Polonia.
Disponibile alla trattativa è il Pd che pone una pregiudiziale democratica su Bella ciao cantata da Priebke e chiede al premier una moratoria sulle barzellette sui lager.
Più attendista Casini che rivendica il ruolo dell’Udc nella lotta partigiana e fa sponda sul Vaticano perché venga riconosciuto a Pio XII il ruolo di mente strategica dello sbarco in Normandia.
Al palo la sinistra radicale che si è spaccata sui sette fratelli Cervi.
Ognuna delle sette componenti di sinistra ha infatti scelto un fratello e si presenterà così divisa alle celebrazioni.

Da segnalare infine la suggestiva proposta di un gruppo di parlamentari campani di utilizzare il 25 aprile per riabilitare la camorra.
Come ha spiegato lo storico di Casal di Principe Totò Cacciavite detto “’O Puzzone”, a mettere in giro la diceria di un’Italia occupata dai nazifascisti fu quel cornuto del nonno di Saviano. Ristabilire la verità storica di un’Armata Rossa fermata a Pompei a colpi di kalashnikov potrebbe invece restituire all’Italia l’immagine di una criminalità organizzata sesta nel mondo per fatturato, ma prima nei cuori e nell’anima.

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