La Borsa e la vita di Marco Esposito

Se il ponte divide
(ma fa bene al Pil)

Il 17 marzo è festa nazionale una tantum. E, visto che è giovedì, può essere lo spunto per una vacanza di quattro giorni. Ma le giornate lavorative in meno danneggiano la produzione e favoriscono i consumi.

In Italia ci si divide su tutto per cui non sorprende che ci si sia spaccati persino sulla proclamazione di una festa nazionale in occasione dei 150 anni dell’Unità, il 17 marzo 2011. I ministri della Lega Nord nel governo hanno votato contro e nel Mezzogiorno i movimenti neoborbonici hanno coniato lo slogan “non abbiamo nulla da festeggiare”.
La Lega, però, non ha detto che è contraria ai festeggiamenti in quanto tali, bensì ha colorato la sua valutazione di una patina produttivista: c’è la crisi, non è il caso di fermare le fabbriche. E anche la Confindustria ha sollevato il tema: un giorno di vacanza in più significa un giorno di produzione in meno e con la crisi che c’è quest’anno non possiamo permettercelo.
In realtà, come ha dimostrato l’Istat in una ricerca sull’effetto calendario sul Pil dal 1980 in poi, non c’è un automatismo tra giorni lavorativi e prodotto interno lordo. In alcuni anni la presenza di un ponte danneggia il Pil, in altri addirittura lo favorisce e anche se i primi casi sono un po’ più numerosi dei secondi non si può arrivare al principio causa-effetto che pure appare così in armonia con il senso comune: se lavoro, produco; se riposo, non produco.

In realtà il Pil misura tanto la produzione quanto i consumi e i ponti sono un’ottima occasione per mettere in movimento un po’ di consumi, come ben sanno gli albergatori e i negozianti delle aree turistiche. Certo, perché ci sia un ponte ricco di partenze e di voglia di consumare ci deve essere un po’ di ricchezza accumulata e il 2011 si presenta come un anno non troppo florido. A inizio marzo, inoltre, si è appena tenuto il Carnevale – molto in ritardo rispetto al calendario classico – il quale rappresenta soprattutto nel Nord Italia l’occasione per chiudere le scuole e fare un salto sulla neve o nelle città dove si festeggia in maschera, da Cento a Viareggio, a Venezia. Insomma questo ponte più che a metà marzo sarebbe stato ideale a inizio aprile, anche perché Pasqua arriva soltanto il 24 e Pasquetta si mangia addirittura il 25 aprile. Oppure il 2 maggio, in modo da recuperare la festa del Lavoro, che cade di domenica. Però la storia non è che la si possa piegare a piacimento e dopo il 17 marzo, con la proclamazione del Re d’Italia da parte del Parlamento riunito a Torino, non è che ci siano tanti eventi del 1861 da ricordare, visto che si passa dalla morte di Cavour all’esplosione della rivolta e della repressione nell’ex Regno delle Due Sicilie.

Però il dibattito sul ponte improvvisato del 17-18-19-20 marzo 2011 può essere l’occasione per  ridiscutere il calendario delle festività italiane, il quale alterna anni in cui i giorni festivi cadono in coincidenza con le domeniche ad altri in cui si piazzano troppo in mezzo alla settimana per rappresentare un’occasione di svago e una opportunità di attività economica per le località turistiche. L’obiettivo dovrebbe essere avvicinarsi a un modello più americano. Al contrario di quello che si pensa di solito, non è affatto vero che negli Stati Uniti ci siano poche festività, perché quelle che ci sono si posizionano sul calendario in modo strategico. Per esempio dopo il Capodanno, che cade il primo gennaio in tutto il mondo, gli Usa festeggiano l’anniversario della nascita di Martin Luther King, ma non il 15 gennaio come sarebbe corretto bensì il “terzo lunedì di gennaio” in modo che la festività cada sempre vicina alla domenica per creare un piccolo ponte, ovvero un’occasione di svago mai troppo lunga e mai vanificata dalla coincidenza della festività con il weekend.

Passa un mesetto e il terzo lunedì di febbraio negli Usa arriva la “Giornata del presidente”, ancora una data mobile in memoria più o meno del compleanno di George Washington. E così via con il Memorial day (l’ultimo lunedì di maggio), la festa del Lavoro (il primo lunedì di settembre), il Columbus day (il secondo lunedì di ottobre), il Giorno dei Veterani (secondo venerdì di novembre), il Giorno del Ringraziamento (l’ultimo giovedì di novembre). A queste festività mobili se ne aggiungono altre, poche, fisse sul calendario, come il 4 luglio – giorno dell’Indipendenza – e ovviamente il Natale. Ma la regola generale è chiara: festività cadenzate più o meno una al mese che cadono il lunedì o il venerdì in modo da unirsi al weekend, con l’eccezione del Thanksgiving day che si ripete ogni anno il giovedì a fine novembre, così da offrire a tutti gli americani un ponte lungo, per riunire le famiglie di fronte al tradizionale tacchino.

I ponti, insomma, fanno bene alla salute e all’economia se ben ritmati e tali da allungare il fine settimana, mentre spezzano la produttività senza vantaggio per i consumi se cadono per esempio il mercoledì. In Italia ci sono buchi senza festività per esempio tra il 6 gennaio e Pasqua nonché da Ferragosto al primo novembre, e festività molto ravvicinate come l’1 e il 6 gennaio oppure il 25 aprile e il Primo maggio. Questi ultimi sono distanti sei giorni, con il risultato che a volte entrambe le giornate cadono in un fine settimana (per esempio il 25 aprile di domenica e il primo maggio di sabato) e altre volte inutilmente in mezzo alla settimana (per esempio 25 aprile il giovedì e Primo maggio il mercoledì, come accadrà nel 2013) con la conseguenza che per due settimane si lavora in modo spezzettato senza che ci sia una chiara possibilità di ponte. In America non avrebbero avuto dubbi e avrebbero festeggiato la Liberazione l’ultimo venerdì di aprile e il Lavoro il lunedì successivo in modo da avere tutti gli anni quattro giorni consecutivi, senza sorprese di calendario. Peraltro il 25 aprile era già una festività durante il fascismo (la nascita di Guglielmo Marconi) e la Liberazione non è avvenuta in quel giorno preciso ma nell’arco di alcuni giorni visto che Benito Mussolini il 25 aprile era ancora a Milano e fu catturato dai partigiani solo il 27, per essere fucilato il 28 aprile.

E così il 2 giugno in salsa americana sarebbe senza alcun dubbio diventato il primo lunedì di giugno in modo da avere tutti gli anni un weekend lungo tre giorni e non come quest’anno un possibile ponte di quattro giorni (la festa della Repubblica nel 2011 cade di giovedì) mentre nel 2012 la festa sarà sprecata perché il 2 giugno coincide con il sabato.

In Italia si è invece oscillato tra eccesso di festività ed estrema rigidità. Le festività sono state ridotte nel 1913, moltiplicate negli anni Venti, cancellate per la guerra nel 1941, ripristinate e incrementate negli anni Quaranta e Cinquanta. Durante il fascismo fu riconosciuta agli effetti civili la festa di San Giuseppe (19 marzo); divennero feste nazionali il 21 aprile (Natale di Roma) e il 28 ottobre (marcia su Roma) e furono introdotte le ricorrenze civili (da festeggiare dopo l’orario di lavoro) del 23 marzo (fondazione dei Fasci), del 25 aprile (nascita di Guglielmo Marconi), del 9 maggio (proclamazione dell’impero), del 24 maggio (entrata dell’Italia nella Prima guerra mondiale) e del 12 ottobre (scoperta dell’America). Queste feste furono tolte dal calendario dopo la Seconda guerra mondiale. Però curiosamente dal 2004 la data del 12 ottobre è diventata Giornata nazionale del Columbus day, in onore di Cristoforo Colombo, senza però diventare una vera festività, al contrario di quanto accade negli Usa, dove la data è mobile e coincide con il secondo lunedì di ottobre. Per cui quest’anno lunedì 10 ottobre si festeggia il Columbus day in America e mercoledì 12 lo si festeggia lavorando in Italia.

Tornando alle sforbiciate, alla metà degli anni Settanta in fase di austerity ci si è accorti che le festività erano tantissime. E così nel 1977 le si è cancellate o spostate alla domenica. Quindi le si è in parte ripristinate, ma di nuovo in modo rigido sul calendario. Per esempio il 6 gennaio è stato cancellato nel 1977 e resuscitato nel 1986. Il 2 giugno è stato spostato alla prima domenica di giugno nel 1977, festeggiato una tantum lunedì 2 giugno 1986, ripristinato in modo rigido nel 2001. Il 4 novembre, introdotto nel 1922 per festeggiare la vittoria della Prima guerra mondiale, è dal 1977 spostato alla prima domenica di novembre e chiamato prima festa delle Forze armate e poi dell’Unità nazionale; ma a nessuno è venuto in mente di spostare la festa al primo lunedì di novembre. A proposito, quest’anno la prima domenica di novembre è il giorno 6 per cui l’Unità nazionale la si celebrerà due volte: giovedì 17 marzo e domenica 6 novembre. Insomma: un pasticcio. Meno male che di Unità d’Italia non si riparlerà fino al 2061.

P.S. A proposito di pasticci, nel numero di gennaio della rubrica ho scritto che alla Normale di Pisa gli studenti toscani sono la maggioranza. Il dato si riferiva all’Università di Pisa. Me ne scuso con gli interessati e con i lettori.

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